Il primato della strategia contro l’eroismo del singolo in nome degli ideali e della comunità. Gli stratagemmi per raggiungere il risultato desiderato, con il miglior rapporto possibile tra benefici e costi, contro l’azione diretta nuda e cruda. E ancora: combattere fino alla fine, incuranti della potenza del nemico, contro la scelta pianificata di seguire tattiche precise per gestire rivali sconosciuti. Cina e Giappone hanno da sempre abbracciato due strategie militari diversissime, figlie di culture altrettanto differenti.

Certo, il background culturale giapponese – così come quello di molti altri popoli asiatici – è stato influenzato dall’allora Impero cinese. Eppure, il sistema nipponico, soprattutto per quanto concerne l’arte di combattere, fare guerre e affrontare il nemico, è rimasto arroccato nel “proprio guscio”, facendo tesoro di una particolarità apparentemente autoctona. Del resto basta dare un’occhiata alla sconfinata produzione di trattati cinesi e giapponesi di strategia militare scritti in epoche antiche da autori più o meno anonimi.

I primi, quelli cinesi, si concentrano sulle migliori strategie da adottare, in base al contesto, per godere di una posizione di vantaggio sugli avversari senza sprecare energie o risorse; i secondi, indipendentemente dal nemico, fanno leva su complessi codici valoriali da seguire sempre e in ogni contesto, fino all’ultimo respiro. Da questo punto di vista, l’Ego – e quindi vincere bluffando, oppure ottenendo vantaggi eticamente immorali – deve essere soppresso assieme alla soggettività per raggiungere la perfezione nella fedeltà verso i propri ideali. L’Ego, al contrario, deve riemergere solo ed esclusivamente per compiere il proprio dovere: sconfiggere il nemico, eseguire un compito, portare a compimento una missione.

Stratagemmi e strategie

I trattati militari cinesi più conosciuti sono due: L’arte della guerra (VI-V secolo a.c), attribuito a Sun Tzu, e I 36 stratagemmi (770 a.c o 220 d.c), forse scritti dallo stesso Sun Tzu oppure da Zhuge Liang, o più semplicemente una raccolta scritta e orale di più precetti riuniti in epoche differenti. Il primo testo, L’arte della guerra, espone in 13 capitoli i principi fondamentali di una dottrina bellica improntata all’utilitarismo. In altre parole, l’autore fornisce ai lettori preziose indicazioni su come effettuare valutazioni preliminari e gestire un conflitto, mettere in atto strategie per attaccare e difendersi, usare la giusta psicologia con il nemico e le proprie truppe e analizzare fattori quali la conformazione del territorio e le condizioni metereologiche.

In una quarantina di pagine, Sun Tzu, o chi per lui, ha riassunto tre punti chiave della strategia militare: 1) vincere una guerra o una battaglia senza spargimento di sangue; 2) dato che la guerra consiste nel trovare un vantaggio comparativo, non bisogna annientare l’avversario, quanto fargli perdere la volontà di combattere; 3) conoscere l’avversario per vincere senza perdere risorse preziose (in termini economici, di soldati, di tempo).

In altre parole, in battaglia bisogna essere furbi, “economizzati“, al punto da destabilizzare i nemici con un solo colpo finale. “Il meglio del meglio non è vincere cento battaglie su cento, ma bensì sottomettere il nemico senza combattere. La suprema arte militare consiste nell’insidiare le altrui strategie; a ciò seguono, nell’ordine, la rottura delle altrui alleanze e l’attacco diretto all’esercito. La peggior politica è assediare le città: un metodo da applicare solo in mancanza di alternative”, si legge nell’Arte della guerra.

Codici e ideali

Un tratto che contraddistingue la cultura militare cinese è ben sintetizzato nel testo Business in Cina (non a caso i trattati militari menzionati sono stati traslati e utilizzati dalle aziende anche in ambito economico): “Se in Occidente, nei nostri anni di studio, siamo accompagnati dalla celebrazione di figure di eroi e combattenti, in Cina a predominare tanto nei libri di scuola quanto nell’immaginario collettivo sono gli strateghi e i fini pensatori“. Detto altrimenti, la letteratura cinese è ricca di racconti che “celebrano l’inganno, la fuga e il sotterfugio contro i rivali più potenti” e suggeriscono di usare fini stratagemmi “per gestire rivali ostici e sconosciuti” e perfino più potenti.

Come se non bastasse, i benefici di una vittoria – sia essa ottenuta in battaglia o in economia -, non sono calibrati nell’immediato, ma nel lungo periodo. Impensabile, per gli antichi strateghi militari cinesi, sferrare un attacco frontale puntando su coraggio ed eroismo del singolo guerriero; un dovere, invece, per i samurai giapponesi. Emblematico, a questo proposito, l’Hagakure, il testo pubblicato nel 1906 ma scritto due secoli prima da Yamamoto Tsunemoto. L’opera, suddivisa in brevi aforismi, contiene la saggezza dei samurai da conseguire rispettando il bushido (la via del guerriero). Un samurai deve essere pronto a morire in nome dei propri valori (sulla scia dei kamikaze nella Seconda Guerra Mondiale), perché la fuga non è contemplata né contemplabile. Al contrario, ne I 36 stratagemmi si legge che “il migliore stratagemma è la fuga”, perché quando la forza del nemico è preponderante, la fuga senza perdite appare la soluzione migliore. Al contrario, la sconfitta totale, la resa incondizionata o patteggiata sono situazioni che prevedono perdite pesanti. Siamo di fronte – è proprio il caso di dirlo – a due mondi situati agli antipodi.