Nel 1932 Charles De Gaulle è un ufficiale di 42 anni. Ha conosciuto gli orrori della Prima guerra mondiale e della prigionia; ha addestrato il neonato esercito polacco e lo ha visto combattere nella guerra di Russia del 1920-1921; è stato a Beirut, in Libano, e infine è stato richiamato in patria negli uffici del segretario generale del Consiglio superiore. Il suo è un percorso di tutto rispetto, tanto da essere apprezzato dal maresciallo di Francia Philippe Pétain, all’epoca la personalità militare più amata nel Paese. De Gaulle è allo stesso tempo un allievo perfetto e insoddisfatto. Vede nell’esercito francese stanchezza e allontanamento dagli antichi valori e crede che qualcosa debba essere cambiato. Riformato. È per questo che nel 1932 pubblica Il filo della spada, una sorta di arte della guerra moderna, che oggi viene ripubblicato da Oaks editrice, arricchito da un’introduzione di Sergio Romano.

In quegli anni, la Francia è reduce dalla vittoria della Prima guerra mondiale, ma si trova a vivere una crisi politica senza precedenti. La Germania è stata umiliata e si sta preparando alla guerra. Parigi è nel caos. Il clima di quei giorni è ben descritto dai romanzi di un francese d’adozione, Bruce Marshall, in particolare in Candele gialle per Parigi: “Abbiamo fatto la guerra. (…) Quattro anni: la Marna, la Somme, Verdun. Quando ero in trincea mi dicevano che ero un eroe., ma quando sono tornato non m’hanno neanche voluto dare un posto”.

È questa la condizione in cui si trova la Francia, insieme a tante altre potenze mondiali, a cavallo tra le due guerre: “L’eccesso delle prove recentemente supportate ha per conseguenza l’inerzia delle volontà, una depressione dei caratteri, una lassezza morale che stornano l’opinione dall’ordine militare e riescono a turbare anche le vocazioni più risolute”, scrive De Gaulle. I francesi non sanno più cosa fare. Sognano la grandeur, ma non sanno come raggiungerla.

Il futuro generale comprende tutto questo. Sa che il mondo non sarà per sempre in pace e che, quindi, è necessario prepararsi alla guerra, secondo l’antico adagio latino: Si vis pacem para bellum, se vuoi la pace, prepara la guerra. Per farlo, però, è necessario un esercito vero, che per De Gaulle è di volontari, che rappresenti un’élite di animi, prima che di corpi. “La difficoltà attira l’uomo di carattere, perché dominandola realizza se stesso. (…) Egli vi cerca, qualsiasi cosa accada, l’aspra gioia della responsabilità”. È l’ascesi, la nobiltà d’animo, quella di cui parla De Gaulle e che sembra riecheggiare le parole scritte da un filosofo, Ortega y Gasset, due anni prima, ne La ribellione delle masse.

Il centro dell’esercito è ovviamente legato al capo che è tale non perché ha più diritti, ma più doveri: “Al capo – si legge ne Il filo della spada – non basta legare gli esecutori con un’obbedienza impersonale. È nelle loro anime ch’egli deve imprimere il suo marchio vitale. Colpire la volontà, impadronirsene, indurle a volgersi da se stesse verso il fine che egli si è stabilito, ingigantito e moltiplicare gli effetti della disciplina con una suggestione morale che superi il ragionamento, cristallizzare attorno a sé tutto quanto nelle anime esiste di fede, di speranza, di devozione latenti, tale è questo dominio”. Così fece Cesare con i suoi veterani. Così fece Alessandro. Il capo ha l’obbligo di tracciare la rotta, che non può mai essere in piano, ma sempre in salita perché “Ciò che il capo ordina deve rivestire (…) il carattere dell’elevazione. Deve puntare in alto. Aver ampie vedute, giudicare con larghezza, spiccando così sulla gente comune che si dibatte tra stretti confini. Egli deve impersonare il disprezzo delle contingenze, mentre la massa è votata alle minute preoccupazioni. Deve scartare ciò che vi è di meschino nei modi e nel comportamento, quando vi manchi la volgarità”.

Il capo è lontano e malinconico perché solo così – ovvero dall’alto – può osservare il campo di battaglia: “Riserbo, carattere, grandezza, queste condizioni del prestigio impongono a coloro che vogliono realizzarle uno sforzo che scoraggia i più. Questa incessante angustia, questo rischio costante mettono alla prova le personalità fino alle fibre più segrete”.

Sono le circostanze a forgiare i militari, in particolare i comandanti: “Valutare le circostanze in ogni caso particolare è dunque il compito essenziale del capo. Nella misura in cui le conosce, le analizza, le sfrutta, è vincitore; nella misura in cui le ignora, le giudica male, le trascura, è vinto. Sulle contingenze bisogna costruire l’azione”. Ed è proprio quello che fece De Gaulle. Non solo da militare, ma anche (e soprattutto) da politico.