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Per oltre cinquant’anni, il nome di Ashraf Marwan è stato circondato da un’aura quasi mitica nei corridoi dell’intelligence israeliana. Consigliere personale del presidente egiziano Anwar Sadat, genero di Gamal Abdel Nasser e uomo d’affari cosmopolita, Marwan è stato per decenni celebrato come “l’Angelo”: la fonte che avrebbe salvato Israele dall’annientamento nel 1973. A lui, raccontano le memorie di ex funzionari, l’intero establishment israeliano avrebbe affidato la propria fiducia. Ma un’inchiesta pubblicata da due giornalisti israeliani, Ronen Bergman e Yuval Robovitz, sul quotidiano Yedioth Ahronoth, getta un’ombra lunga e inquietante: e se l’Angelo fosse stato in realtà la lama affilata della più sofisticata operazione di disinformazione della storia moderna del Medio Oriente?

 Un agente o un doppio gioco?

L’inchiesta, intitolata significativamente “L’Angelo delle menzogne”, si basa su migliaia di documenti segreti mai pubblicati e su conversazioni riservate con protagonisti dell’epoca. L’ipotesi è dirompente: Marwan, considerato per anni la più preziosa risorsa di Mossad, non avrebbe avvertito Israele per tempo dell’imminente attacco egiziano del 6 ottobre 1973, pur sapendolo da settimane. La sua “soffiata” sarebbe arrivata solo dodici ore prima dell’offensiva, troppo tardi per consentire all’esercito israeliano di predisporre una difesa adeguata. Per Bergman e Robovitz, non si tratterebbe di un errore: Marwan avrebbe deliberatamente dosato le informazioni, rafforzando nei vertici israeliani l’illusione che la guerra non fosse imminente. Era, dicono, la punta di diamante del piano di inganno strategico del Cairo.

 L’istituzione e l’agente

Il dibattito non è nuovo, ma questa volta ha scatenato una vera e propria battaglia pubblica. Da una parte i due giornalisti, che sostengono con forza la tesi del doppio agente; dall’altra Uri Bar-Joseph, lo storico e studioso che da anni difende l’idea di un Marwan leale, autore del libro da cui è stato tratto il film The Angel. Secondo Bar-Joseph, Marwan fu una fonte affidabile che permise a Israele di conoscere le intenzioni egiziane e di prepararsi, per quanto in ritardo, a una guerra che sarebbe stata comunque difficile da evitare. Le accuse di doppio gioco, dice lo storico, si fondano su elementi indiziari, non su prove concrete. La vera responsabilità, aggiunge, fu della cultura analitica israeliana, incapace di interpretare correttamente i segnali di allarme.

Bergman e Robovitz ribattono: la fedeltà cieca nei confronti dell’Angelo fu proprio la causa di quella cecità strategica. Marwan forniva informazioni accurate su dettagli marginali, ma manipolava quelle cruciali, consolidando l’idea che l’Egitto non avrebbe osato attaccare. La macchina dell’intelligence israeliana si innamorò della propria fonte, costruendo un muro di fiducia impermeabile ai dubbi interni. In questo senso, la loro accusa non è solo contro un uomo, ma contro un’intera cultura istituzionale: quella che preferisce proteggere un mito piuttosto che affrontare una verità scomoda.

 Le reazioni e la memoria ufficiale

La replica dell’establishment è stata immediata. Mossad ha diffuso una nota lapidaria: Marwan è stato “una fonte affidabile, il cui contributo al momento della verità è stato professionale e decisivo. Il problema non stava nelle informazioni fornite, ma nelle decisioni successive”. In altre parole, se l’avvertimento arrivò tardi, la responsabilità non sarebbe stata dell’agente, ma dei decisori politici e militari israeliani che sottovalutarono i segnali.

Anche Bar-Joseph ha ribadito la propria posizione, avvertendo del rischio di “delegittimare per via mediatica” il cuore della sicurezza nazionale. Secondo lui, le lezioni di quella sconfitta parziale del 1973 devono essere elaborate all’interno, non nei giornali. Ma Bergman e Robovitz ricordano che sospetti su Marwan esistevano già all’interno del Mossad, e furono sistematicamente ignorati. Per loro, il caso Marwan è la storia di una verità scomoda sepolta sotto la retorica patriottica.

 L’ombra lunga del 1973

A mezzo secolo dalla guerra dello Yom Kippur, la figura di Marwan continua a dividere Israele. Per i servizi segreti, resta un eroe. Nel discorso commemorativo per il cinquantenario, il direttore del Mossad David Barnea lo ha definito “un agente fantastico” e “la nostra fonte strategica più importante”. Per altri, è la prova vivente che l’intelligence, per quanto sofisticata, può essere ingannata se costruisce miti intoccabili.

Sul piano geopolitico, la vicenda mette in luce la centralità della disinformazione strategica nei conflitti mediorientali. L’Egitto seppe sfruttare i punti ciechi di un avversario convinto della propria superiorità informativa. Sul piano istituzionale, racconta il prezzo dell’arroganza: quando si crede di sapere tutto, non si ascolta più ciò che non si vuole sentire.

La verità, come spesso accade nel mondo dello spionaggio, probabilmente non è bianca né nera. L’Angelo potrebbe essere stato insieme fonte e manipolatore, alleato e pedina. Ma la forza del mito, costruita in mezzo secolo di narrazioni ufficiali, è tale che scardinarlo significherebbe riscrivere un pezzo fondamentale della storia della sicurezza israeliana. E questo, più che i documenti segreti, è ciò che fa davvero paura.

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