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Oggi chiamiamo terrorismo tutto ciò che mira a spaventare – terrorizzare, appunto – la popolazione civile. In guerra, nella Seconda o in quelle di oggi, la zona di confine fra ciò che è terrore e ciò che sono sterili “operazioni militari” è sempre molto grigia. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, furono numerosi gli eccidi di civili da parte delle truppe naziste, aventi il solo scopo di aggiungere sale alle ferite e nulla più. Come a Oradour sur Glane in Francia, a Lidice nell’ex Cecoslovacchia, oppure a Kragujevac in Serbia, solo per citarne alcuni.

In Italia, il piccolo villaggio di Sant’Anna di Stazzema fu uno degli anelli di questa catena di sangue e morte, trasformatosi suo malgrado nel simbolo dei massacri nazisti nella Penisola. Ma perché tanto livore nei confronti di una frazioncina placida? La risposta è molto semplice: Sant’Anna era al centro del dispiegamento partigiano nella zona: quanto bastava ai tedeschi per assimilare la popolazione locale alla Resistenza.

La mattina del 12 agosto 1944, alle ore 7.00, i tedeschi inferociti piombarono da tre direzioni differenti: dal monte Ornato, dalla Foce di Compito, dalla Foce di Farnocchia. Una quarta squadra si fermò sopra Valdicastello per bloccare la strada di accesso a Sant’Anna. Topi in trappola. Tre colonne di soldati iniziarono a salire verso Sant’Anna: erano gli uomini del 2º battaglione del 35º reggimento della 16. SS-Panzergrenadier-Division sotto il comando di Anton Galler.

Dopo, l’inferno. Gli abitanti della frazione sperano in una “consueta” operazione di rastrellamento. A quell’ora la maggior parte degli uomini sono già a lavoro, in casa ci sono solo anziani, donne e bambini. Li strappano dalle loro case, ancora con gli abiti da notte, ancora nel sonno. Le donne hanno il terrore di essere stuprate, preferirebbero morire subito. Li ammassano contro la facciata della chiesa, poi li spingono nel mezzo della minuscola piazza- che a chiamarla così fa ancora oggi tenerezza- e poi fanno fuoco.

Un copione identico a quello di mille altri luoghi in Europa. Le donne separate dagli uomini, i raduni davanti alle chiesette di Paese, il fuoco sul posto. Con i corpi ancora caldi ammassano sui cadaveri le panche della chiesa, pezzi di legno e di mobilio, materassi e appiccano loro fuoco. Il fuoco purificatore, ma soprattutto occultatore.

560 innocenti trucidati in una sola giornata. Centotrenta bambini. La più piccola, Anna, aveva 20 giorni di vita. Quando fu buio, terminata la loro discesa a valle, questo manipolo di demoni in divisa si lascò dietro una scia di sangue e terrore anche nei territori collaterali.

Ottanta anni dopo, siamo ancora qui a commemorare quelle 560 anime delle quali abbiamo rischiato di non sapere mai nulla. Perché nell’estate del 1994, il procuratore militare di Roma Antonino Intelisano, alle prese con quei mostri di Erich Priebke e Karl Hass, avviò un procedimento che porterà alla scoperta casuale, in uno scantinato della procura militare, di un armadio contenente quasi settecento fascicoli archiviati “provvisoriamente”, riguardanti crimini di guerra commessi da tedeschi e repubblichini. Tra questi viene trovata anche la documentazione relativa al massacro di Sant’Anna. I responsabili, tutti ultraottantenni, non hanno mai pagato.

Nel 2000, su iniziativa di un parlamentare italiano, è stato istituito il “Parco della Pace“: un’area che si estende dalla vecchia chiesa della frazione di Stazzema al Col di Cava, dove si trova un monumento in memoria delle vittime, a cui si aggiunge una via crucis, rappresenta una perfetta fusione di ambiente, architettura e memoria. Il Parco sopravvive per scopi educativi ed è diventato sede di mostre, convegni ed eventi internazionali sulla pace, conferenze ed eventi internazionali sulla pace. Ci vanno i piccoli, ma anche i “grandi”.

Difficile dire, in tempi come questi, che senso abbia-o debba avere- il ricordo di Sant’Anna e di tutte le storie simili. Così come è complesso avere cura della memoria in un calendario civile-in Italia come altrove-così pregno di ricorrenze e commemorazioni da farci perdere il senso della storia. Quello che si può fare, come cittadini ed esseri umani, è conoscere il male il più possibile.

Se un tempo i pellegrini d’Europa si imbarcavano per Compostela o la Terra Santa, oggi è dovere civico inerpicarsi su fino a Sant’Anna e in tutte le Sant’Anna del mondo. Guardare quella piazza, leggere tutti, uno a uno, quei nomi e le età dei morti innocenti. Informarsi sul modo in cui hanno trovato la morte. Star male, vergognarsi-da innocenti-per il semplice fatto di appartenere alla stessa specie che quelle atrocità ha commesso. Poi, tornare a casa, e cercare di essere umani quanto più si può, ricordando che la pace – questa parola così preziosa e così abusata-non possiede il sigillo dell’eternità.

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