La geopolitica della corsa allo spazio
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Diciassette morti e nessun colpevole accertato. Un attentato brutale condotto contro la popolazione civile nella capitale economica del Paese. Piste di indagine fallaci, morti sospette, depistaggi. Piazza Fontana è stata una pagina buia nella storia d’Italia e, a oltre mezzo secolo di distanza, l’attentato che il 12 dicembre 1969 colpì la Banca nazionale dell’agricoltura situata a poca distanza dal Duomo di Milano è ricordato sia come il punto di inizio vero e proprio della strategia della tensione sia come un simbolo dei misteri d’Italia che si accompagnano alla fase più complessa della storia della Repubblica.

L’attentato che sconvolse l’Italia

Il 12 dicembre 1969 alle 16.30 la sede milanese della Banca nazionale dell’agricoltura, che offriva un servizio prolungato rispetto all’orario di chiusura degli altri istituti, situata nella piazza ove ha sede l’arcivescovado milanese era ancora piena di clienti giunti soprattutto dalla provincia; sette minuti dopo nella banca scoppiò un ordigno contenente sette chili di tritolo, che uccise 13 persone e ne ferì 91, quattro delle quali morirono in seguito, portando il totale delle vittime a diciassette.

Una immagine di archivio mostra una veduta esterna della Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano il 12 dicembre 1969 dopo l’attentato (Ansa)

Uno choc brutale, un boato trafisse in quel momento l’Italia. Altri attentati, contemporaneamente, andarono in scena a Roma, provocando diversi feriti ma nessuna vittima. L’attacco è al cuore della Repubblica, a un Paese che in quel momento era reduce dalle grandi passioni del decennio dei Sessanta, iniziato e proseguito nel segno del boom economico, della crescita delle industrie, dei consumi, dell’urbanizzazione e concluso con la complessa parabola del Sessantotto e le avvisaglie di una crescente conflittualità sociale, con i cortei e le manifestazioni operaie dell’Autunno Caldo. Il decennio che aveva visto un’altra morte tragica e misteriosa, quella di Enrico Mattei, i tranelli del Piano Solo e le prime avvisaglie di una lotta per il cuore del potere della Repubblica si chiuse con la strage che segnò uno spartiacque definitivo.

Si può legittimamente parlare di una storia dell’Italia repubblicana prima e dopo Piazza Fontana

In primo luogo perché con la bomba del 12 dicembre 1969 emerse definitivamente la natura di Paese conteso e di faglia geopolitica tra Est e Ovest della penisola. In secondo luogo perché le indagini storiche e giudiziarie hanno accertato che con Piazza Fontana andò in scena la prima, strutturata saldatura tra componenti deviate degli apparati, degli organi dello Stato e della massoneria da un lato e elementi terroristici legati, in questo caso, all’estrema destra dall’altro. Tutto questo con la solita sequela di depistaggi e inquinamenti di prove che ha contraddistinto l’evoluzione delle indagini. In terzo luogo perché l’analisi “geopolitica” del contesto in cui è maturato l’attentato permette di capire come la strategia della tensione non sia stata solo una sequela di delitti e non sia stata solo un affare italiano ma abbia rappresentato la fase più acuta della Guerra fredda, investendo molti Paesi come l’Argentina, la Grecia, il Brasile, l’Indonesia, la Bolivia, il Cile. Analizziamo questi elementi con ordine.

L’Italia contesa

L’Italia era sempre più importante, nel cuore della Guerra fredda, come Paese di confine tra Est e Ovest. Il Paese aveva retto alla svolta modernizzatrice guidata dalla Democrazia cristiana prima e dopo la consociazione al potere del Partito socialista, manteneva il Partito comunista più grande dell’Occidente, era costantemente attenzionata dagli Stati Uniti che nell’era dell’amministrazione Nixon avevano iniziato un pressing costante per fermare l’avanzata delle sinistre nella loro sfera di influenza. In Italia, figure come Aldo Moro, ai tempi ministro degli Esteri, desideravano coniugare l’appartenenza al campo atlantico con il mantenimento di gradienti di autonomia nello spazio mediterraneo.

L’Unione sovietica, parimenti, manteneva una profonda attenzione su Roma come possibile pivot diplomatico con l’Occidente in termini distensivi; dialogava a tutto campo con il Pci del segretario Luigi Longo, ex comandante partigiano ed eroe della Guerra di Spagna che aveva seguito il predecessore Palmiro Togliatti nell’iniziare a porre dei distinguo tra la “via italiana al socialismo” e l’ortodossia moscovita.

Erano anni di grandi cambiamenti anche per il Vaticano reduce dal Concilio Vaticano II e in cui Paolo VI si stava facendo garante del mantenimento della stabilità e del dialogo tra componenti sociali e politiche interne al Paese, mediato dalla classe politica che si era formata alla sua ombra nell’era della Resistenza.

Neofascisti e apparati deviati: come nacque la strage

Forze che auspicavano la stabilizzazione dell’Italia si confrontavano con apparati che, invece, puntavano a vedere rapidi cambiamenti: diversi storici e magistrati, da Aldo Giannuli a Guido Salvini, nei loro lavori hanno individuato l’avvio della strategia della tensione e del percorso che portò a Piazza Fontana nell’opera dei fautori di una svolta autoritaria interni a apparati dei servizi segreti, strutture Nato, frange reazionarie della politica italiana aventi il loro strumento operativo nei gruppi terroristici di stampo neofascista.

In quest’ottica l’opera di Giannuli, sostanziata nel saggio La strategia della tensione (Ponte alle Grazie), ha di fatto contribuito a sottolineare il ruolo giocato da Federico Umberto D’Amato, dominus dell’Ufficio affari riservati del ministero dell’Interno, che nella sua veste di massimo dirigente del servizio segreto civile operò per coprire e depistare le indagini. Le ombre su D’Amato sono tante e tali da portare l’ ex generale dei servizi segreti Nicola Falde a ritenere che la super-spia del’Uar fu addirittura l’organizzatore materiale della strage.

D’Amato operò per promuovere una manovra di infiltrazione dei partiti di sinistra e le organizzazioni extraparlamentari, provocare con falsi manifesti inneggianti alla rivoluzione culturale cinese affissi in diverse città l’idea di un movimento rivoluzionario di stampo comunista e contribuendo a depistare le indagini verso i primi indiziati, gli anarchici Giuseppe Pinelli e Pietro Valpreda, giudiziariamente e storicamente scagionati da ogni accusa.

Giuseppe Pinelli in una foto d’archivio (Ansa)

Gli anarchici non solo erano già ritenuti responsabili di una serie di esplosioni avvenute il 25 aprile nella fiera nella Stazione centrale di Milano (successivamente attribuite ai neofascisti), centrali nella marcia d’avvicinamento a Piazza Fontana. Pinelli, in particolare, fu di fatto la diciottesima vittima della tragedia: fu trattenuto in questura a Milano e sottoposto a un duro e aggressivo interrogatorio per tre giorni, più delle 48 ore in cui la legge permette di prolungare un fermo senza l’autorizzazione di un magistrato.

Un’immagine scattata durante il sopralluogo in questura dopo la morte di Pinelli (Ansa)

Il terzo giorno Pinelli morì dopo essere precipitato dalla finestra al quarto piano dell’edificio, e questo generò una serie di accuse e vendette incrociate che avrebbero portato alla tragica uccisione del commissario Luigi Calabresi da parte dell’estrema sinistra tre anni dopo.

Gli obiettivi dell’eversione nera

La pista nera, giudiziariamente accertata, ha messo nel mirino, in particolare modo, l’organizzazione eversiva di Ordine Nuovo. Tra prescrizioni, processi conclusisi con assoluzioni spesso per mancanza di prove e depistaggi, nessun colpevole è mai stato individuato a fini processuali, ma le sentenze hanno nel corso degli anni, assieme al lavoro degli storici, delineato il quadro politico in cui la strage maturò: istigare la possibilità che la minaccia comunista e anarchica portasse la Democrazia cristiana a una svolta autoritaria e repressiva sulla scia di quanto avvenuto due anni prima in Grecia.

La strategia non era particolarmente sofisticata o approfondita, ma si basava su uno schema sostanzialmente lineare:

L’obiettivo era creare uno stato di allarme sociale diffuso che creasse un compattamento della maggioranza silenziosa costituita dai ceti medi

La scelta di luoghi come le banche come sede degli attentati non era in tal senso casuale. Sulla base della richiesta di sicurezza, si mirava a convincere la Dc a giungere alla proclamazione dello “stato di emergenza” ed alla conseguente sospensione delle garanzie costituzionali.

Come hanno scritto Maurizio Dianese e Gianfranco Bettin  in Piazza Fontana – Verità e memoria (Feltrinelli): “Il colpo di Stato abortito del 12 dicembre 1969 è il primo tentativo di una vasta congiura ordita da politici e militari atlantisti che, pur andando dall’estrema destra più fascista ai socialisti saragattiani, sono tutti animati da comune e fanatico anticomunismo. L’origine di questa congiura si inscrive nella collaborazione avviata a metà degli anni Sessanta tra fascisti e servizi segreti (in particolare dopo il convegno dell’Istituto ‘Alberto Pollio’ all’hotel Parco dei Principi a Roma del maggio 1965)”.

Un’immagine d’archivio del procuratore legale padovano Franco Freda (Ansa)

Nel giugno 2005 una sentenza della Corte di Cassazione stabilì che la strage fu opera di “un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine nuovo e capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura”, non più perseguibili a seguito di un’assoluzione ricevuta nel 1987 in un processo tenutosi a Bari. Carlo Digillo, terrorista di Ordine Nuovo soprannominato “zio Otto” (1937-2005) fu reo confesso ma con pena prescritta, per concorso nella strage di piazza Fontana ed è stato coinvolto anche nella strage di piazza della Loggia, segno della continuità dello stragismo nero nell’era della strategia della tensione.

La pista greca (e la strategia della tensione mondiale)

Concentrata tra il 1969 (Piazza Fontana) e il 1974 (strage di Piazza Loggia a Brescia) la strategia della tensione come programma di destabilizzazione del Paese si inserì nel quadro di un contesto globale in cui, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, diversi Paesi strategici per la strategia degli Stati Uniti furono interessati da manovre volte a instaurare regimi autoritari e fortemente anti-comunisti.

Il colpo di Stato brasiliano del 1964 contro il regime “sovranista” di Joao Goulart e quello argentino del 1966 guidato da Juan Carlos Ongania riportarono i due Paesi a fianco del contrasto più duro e netto al comunismo; il golpe indonesiano del 1965, con cui il generale Suharto guidò un vero e proprio genocidio contro mezzo milione di comunisti o sospetti tali, puntellò il domino nell’Indo-Pacifico nel pieno della guerra in Vietnam; nel Cile, nel 1973, andò in scena il golpe di Augusto Pinochet. Tutti questi eventi si inseriscono alla perfezione in una vera e propria “strategia della tensione mondiale” che ebbe un agente acceleratore, sul fronte italiano, nel ruolo di copertura offerto dal regime castrense dei colonnelli greci all’eversione nera.

“La Grecia”, ha scritto Giannuli, “diverrà un modello anche per la destra ed i militari di altri Paesi: ad esempio nel marzo 1971 i militari presero il potere in Turchia. Ma è in Italia che il modello greco trovò i suoi più convinti imitatori nel  gruppo di Ordine Nuovo, che aveva stretto fitti rapporti di collaborazione con Kostas Plevris”, giovane leader del gruppo neo nazista greco “Movimento 4 agosto”. D’altro canto, “gli ordinovisti ebbero altri autorevoli consulenti nell’Aginter Presse di Yves Guerin Serac che, da Lisbona, teneva le redini dell’internazionale nera di cui, peraltro, facevano parte anche i greci del “4 agosto”.

Secondo quanto scrive lo storico greco Dimitri Deliolanes nel suo corposo saggio Colonnelli. Il regime militare greco e la strategia del terrore in Italia (Fandango libri),  la giunta militare ha tentato di “esportare la rivoluzione” in Italia, in maniera costante, persistente e usando ingenti risorse, anche per far pagare alla classe di governo della Dc e a Moro in particolare la scelta di espellere Atene dal Consiglio d’Europa che divenne operativa proprio il giorno della strage di Piazza Fontana. E dal 1969 in avanti l’Italia fu al centro del mirino, per almeno cinque anni, nel quadro di una strategia volta alla crescente destabilizzazione del sistema politico che aveva creato democrazia, sviluppo e autonomia per il Paese. Ed è, vista a oltre mezzo secolo di distanza, indubbiamente ammirevole la capacità che l’Italia ebbe di resistere alla strategia della tensione sconfiggendo gli opposti estremismi e sviluppando gli anticorpi contro ogni forma di autoritarismo nel cuore della faglia più calda della Guerra fredda in Europa.

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