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“Oggi 3 novembre, giorno di San Giusto e anniversario della redenzione di Trieste, una voce libera parla finalmente agli italiani della Venezia Giulia. Italiani, sappiate resistere. La vostra Italia, l’Italia di Garibaldi e di Matteotti, ritornerà, è la voce di 45 milioni di italiani che non vi hanno dimenticato e non vi dimenticheranno”. Con queste parole nell’autunno del 1945, sulla frequenza di 1380 Khz, irradiate di nascosto da Venezia, iniziava le sue trasmissioni Radio Venezia Giulia, una delle esperienze più incredibili e meno conosciute della “piccola guerra fredda” adriatica che per decenni oppose l’Italia alla Jugoslavia comunista.

Fu un confronto aspro e amaro con caratteristiche originali. A differenza della “grande guerra fredda” — la disfida planetaria tra il blocco occidentale e blocco sovietico — sul confine orientale l’Italia si ritrovò sempre penalizzata, spesso isolata e più volte contrastata dai suoi nuovi alleati anglo-americani. All’indomani della sconfitta del 1945 l’Istria, Fiume e la Dalmazia, ma anche Trieste e il Friuli orientale divennero pegni, merce di scambio tra la Jugoslavia di Tito, ambigua quanto vorace, l’Unione Sovietica, già sospettosa del suo indocile satellite balcanico, una Gran Bretagna italofobica e gli Stati Uniti ancora incerti sul loro ruolo neo imperiale. La sorte della maggioranza italiana di quelle terre divenne per i vincitori un dettaglio, una quantité négligeable: nei giochi di potere post Yalta; il destino dei vinti — come nel caso delle popolazioni tedesche dell’est Europa, dei baltici e dei magiari — era irrilevante.

La storia di Radio Venezia Giulia

La vicenda di Radio Venezia Giulia — raccontata per la prima volta nell’omonimo libro da Roberto Spazzali (Libreria Editrice Goriziana) — s’inserisce in questo contesto ed è emblematica e rivelatrice di un tempo infido e oscuro. Nonostante i veti e l’occhiuta sorveglianza della Commissione alleata di controllo e il regime di sovranità limitata, il governo di Roma — o meglio la sua componente moderata e anticomunista — tentò di contrastare le mire annessionistiche jugoslave mobilitando gli italiani d’oltre Adriatico. Da qui l’idea di un’emittente clandestina non sottoposta alla censura dello Psychological Warfare Branch — la struttura di controllo alleata dei media italiani— che motivasse gli istriani e li inducesse a non abbandonare le loro case prima della conclusione del trattato di pace.

La radio fu affidata dal ministero degli Esteri al conte Justo Giusti del Giardino, un esperto diplomatico che coinvolse lo scrittore Pier Antonio Quarantotti Gambini e suo fratello Alvise; la piccola ma determinata redazione scatenò da subito una forte offensiva mediatica che fece imbestialire gli slavi — che cercarono in ogni modo di disturbare le trasmissioni e localizzare la sede — e infastidì non poco gli alleati.

Ma, accanto all’opera di controinformazione — in particolare sulle foibe e sulle persecuzioni antitaliane — e di propaganda, l’attività di Radio Venezia Giulia divenne il perno di una serie di operazioni “coperte” dei ricostruiti servizi italiani. Grazie a un poderoso lavoro d’archivio, Spazzali ha ritrovato documenti che raccontano lo sforzo della nostra intelligence, in preziosa sinergia con l’emittente, nelle terre occupate.

In quegli anni tormentati la radio “pirata”, tramite i suoi corrispondenti nascosti a Pola e nel resto dell’Istria, ebbe la funzione di raccolta informazioni, controspionaggio e contrasto all’infiltrazione titoista. Tra le carte ritrovate dall’autore troviamo informazioni inedite sulla rete spionistica e le connivenze tra il Pci e gli jugoslavi, notizie sulle trame albioniche con Belgrado e note sul mancato impiego — una carta che andava giocata, al netto dei rancori e diffidenze antiche — di anticomunisti sloveni, croati e serbi. Ma non solo.

Tra veline e testi radiofonici, l’autore ha scovato messaggi cifrati e crittografati, notizie captate con apparecchi Morse: un segno chiaro della presenza behind the ennemy lines di nuclei clandestini pronti informare ma anche ad agire e colpire. Una pagina ancora tutta da scrivere.

Il passaggio alla Rai

L’avventura radiofonica proseguì sino al settembre 1949 quando, modificatosi il quadro internazionale con la crisi di Berlino e l’adesione dell’Italia alla Nato, la fase clandestina fu considerata superata; i programmi vennero finalmente ufficializzati e subito incorporati dalla Rai che ribattezzò i programmi Radio Venezia III, inserendo nella sua programmazione la rubrica “L’ora della Venezia Giulia” rivolta ai non solo agli italiani d’oltre Adriatico ma anche ai tanti esuli disseminati lungo tutta la penisola. Accanto alla radio si svilupparono poi efficaci campagne mediatiche impiegando sapientemente i cinegiornali Luce con incursioni nella musica leggera, coronate poi dalla vittoria nel 1952 di Nilla Pizzi a Sanremo con Vola colomba, bianca vola

Come ricorda Spazzali, la cifra politica di Radio Venezia Giulia fu democristiana. Ne va dato atto. Grazie all’appoggio romano del camaleontico Giulio Andreotti, l’operazione Radio Venezia Giulia (e poi Radio Venezia III) fu un efficace baluardo contro la propaganda titoista e, dopo l’iniquo trattato di pace del 1947, un vettore decisivo nella difesa dell’italianità di Trieste contro le mire slavo comuniste — propagandate da Radio Capodistria —, le opacità degli anglo-americani e le manovre dell’allora consistente partito indipendentista giuliano, ovvero i sostenitori del Territorio Libero di Trieste, fautori della trasformazione della Venezia Giulia in un’enclave neutralizzata.

Nei quattro anni di attività “piratesca” — una pagina di grande giornalismo e di autentico patriottismo — l’organico della redazione crebbe e si rafforzò. Nel palazzo veneziano di Calle degli Avvocati — sede “protetta” della Marina Militare e, al tempo stesso, studio radiofonico segreto — lavorarono oltre un centinaio di ottimi professionisti, tra cui Vittorio Orefice, Franco Di Bella, Antonio Spinosa. Tutti giovanissimi. Una palestra d’intelligenze.

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