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“La Uss Pueblo è di proprietà del governo degli Stati Uniti e dovrebbe essere restituita agli Stati Uniti”. Greg Steube, un deputato repubblicano della Camera dei Rappresentanti, ha presentato una risoluzione chiedendo alla Corea del Nord di riconsegnare a Washington la nave americana Uss Pueblo, sequestrata con l’intero equipaggio dalle forze militari nordcoreane al largo della città della costa orientale di Wonsan, il 23 gennaio del 1968.

Attualmente ormeggiata nel fiume Potong, nel cuore di Pyongyang, accanto al Victorious Fatherland Liberation War Museum, quella che in passato era una nave dei servizi segreti della Marina statunitense è oggi un trofeo di guerra. Un’attrazione per i turisti, locali e stranieri, che intendono visitare il Paese di Kim Jong-Un.

In occasione del 55esimo anniversario della cattura, la risoluzione di Steube sottolinea come “il sequestro della nave Uss Pueblo da parte della Corea del Nord e la detenzione dell’equipaggio” siano “una violazione del diritto internazionale“.

A detta di Washington l’imbarcazione, un colosso di 313 tonnellate, nel 1968 si sarebbe trovata in acque internazionali a quasi 16 miglia dalla costa nordcoreana, quando le motovedette di Pyongyang avrebbero puntato le armi contro il mezzo chiedendone la resa. La nave era stata istruita a rimanere “sempre ad una distanza superiore alle 13 miglia nautiche dal punto più vicino del territorio nordcoreano, al fine di evitare ogni possibile incidente”, sottolinea la risoluzione, aggiungendo che non c’è “alcuna ragione per ritenere che gli ordini non siano stati eseguiti”.

Ben diversa la versione della Corea del Nord, secondo cui la Uss Pueblo – che fa ancora parte dell’elenco delle navi in attività (“commissioned“) della Marina degli Usa – sarebbe entrata deliberatamente nelle acque nordcoreane e che le azioni delle forze armate nordcoreane sarebbero quindi state giustificate. Un recente editoriale apparso sul quotidiano nordcoreano Rodong Sinmun fa sapere che Pyongyang non ha alcuna intenzione di restituire la nave agli Stati Uniti.

La Uss Pueblo a Pyongyang

A vederla dal vivo, sembra quasi finta. E invece, la Uss Pueblo, decapitata del suo ruolo e trasformata in un simbolo di vittoria nei confronti degli odiati “yankee“, è a disposizione di chiunque voglia visitarla. Ogni giorno decine di turisti nordcoreani e scolaresche visitano lo scheletro della nave statunitense, ripercorrendo la storia – nella versione nazionale – della manciata di giovani marinai artefici del suo sequestro.

Lo scafo è stato tirato a lucido ma sul fianco è ancora visibile la scritta GER-2. Gli stretti corridoi, o almeno quelli visitabili, conducono fino alla sala di crittografia. Stanze e pareti sono piene di manopole, pulsanti e attrezzature da spionaggio, tra ricostruzioni fedeli e pezzi originali. Nella sala da pranzo è esposta una copia della confessione firmata dal capo negoziatore degli Stati Uniti a Panmunjom, maggiore generale Gilbert H. Woodward.

L’equipaggio della nave, formato da 83 persone, fu infatti catturato dai nordcoreani e tenuto prigioniero per 11 mesi. Per il rilascio, Pyongyang chiese scuse complete da parte di Washington per quanto avvenuto, nonché un’ammissione di colpa. In un primo momento, gli Usa negarono qualsiasi illecito e offrirono altre versioni. Alla fine fu emessa una lettera di scuse firmata da Woodward.

Inizia così: “Il governo degli Stati Uniti d’America. Riconoscendo la validità delle confessioni dell’equipaggio della Uss Pueblo, e dei documenti di prova prodotti dal rappresentante del governo della Repubblica popolare democratica di Corea al fatto che la nave, che è stata sequestrata da navi da guerra del Esercito popolare coreano nelle acque territoriali della Repubblica popolare democratica di Corea il 23 gennaio 1968, si era illegalmente introdotto nelle acque territoriali nordcoreane in molte occasioni, conducendo attività di spionaggio e carpendo importanti segreti militari e di stato della Repubblica popolare democratica di Corea…”.

Per il Nord fu un successo a tutto campo. L’equipaggio fu liberato ma, una volta messi in salvo gli ostaggi, il generale Woodward ripudiò pubblicamente il documento, spiegando di averlo firmato solo per ottenere il rilascio dei concittadini. È anche per questo che difficilmente gli Stati Uniti riceveranno indietro la nave. In ogni caso, proseguendo nel particolare tour della Pueblo, oltre agli alloggi del capitano Lloyd M. Bucher, vale la pena segnalare i fori di proiettili sul muro, nello stesso punto in cui fu ucciso, in uno scontro a fuoco, l’unico membro dell’equipaggio americano che perse la vita nel sequestro.

Il contesto storico: gli anni ’60 e il rischio di una nuova guerra di Corea

Alla fine degli anni ’60 gli Stati Uniti erano ancora impegnati a combattere in Vietnam. A poche migliaia di chilometri di distanza, tuttavia, le truppe statunitensi dovevano fare i conti con un nemico che stava diventando sempre più audace: Pyongyang.

In seguito all’armistizio del 1953 che congelò la guerra di Corea, le tensioni tra la Corea del Nord e la Corea del Sud, sostenuta da Washington, non si placarono affatto. Al contrario, con gli Usa concentrati su Saigon, l’allora presidente nordcoreano Kim Il Sung accarezzò più volte l’idea di regolare i conti con i rivali, presenti al di sotto del 38esimo parallelo, il confine tra le due Coree, dal termine del conflitto.

In quegli anni si registrarono scontri sporadici lungo la Zona Demilitarizzata (Dmz), la frontiera che divide il Nord dal Sud. Tra il 1966 e il 1969 morirono 74 soldati americani, 299 sudcoreani e 397 nordcoreani. Un totale di 3.693 agenti nordcoreani armati riuscì ad infiltrarsi nel Sud tra il 1954 e il 1992, il 20% dei quali tra il 1967 e il 1968.

Erano anni di fuoco e la guerra di Corea fu più volte sul punto di riaccendersi. Nel gennaio del 1968 avvenne un incidente noto come Blue House Raid: fu l’apice della tensione. Il 17 gennaio un distaccamento di 31 uomini dell’esercito nordcoreano – tutti ufficiali d’élite – attraversò la Dmz in una missione per uccidere l’allora presidente sudcoreano, Park Chung Hee. Il 21 gennaio il commando tentò di fare irruzione nella Casa Blu, la residenza del presidente sudcoreano, ma fu neutralizzato. Il bilancio: 28 morti, 1 catturato, 1 fuggitivo.

Passarono pochi giorni e il 23 gennaio si verificò l’incidente che coinvolse la Uss Pueblo, una nave dei servizi segreti della Marina statunitense che, impegnata in una sorveglianza di routine al largo della costa nordcoreana, fu intercettata e sequestrata dalla Corea del Nord.

Il sequestro, i negoziati e la liberazione degli ostaggi

Destinata alla sorveglianza dell’Oceano Pacifico occidentale, la Pueblo, al comando del capitano di fregata Lloyd M. Bucher, partì da Sasebo (Giappone) per la sua prima missione operativa l’11 gennaio 1968. La missione doveva svolgersi nel Mar del Giappone ed aveva lo scopo di acquisire informazioni sulle emissioni dalle installazioni radio e radar costiere della Corea del Nord.

Portatasi molto a nord, sotto le coste di quel Paese, la nave ridiscese lentamente verso sud lungo il profilo costiero nordcoreano, sempre, secondo la versione di Washington, restando in acque internazionali e soffermandosi davanti ai suoi porti principali. Il 23 gennaio, quando la missione volgeva al termine, la Pueblo fu fermata dai nordcoreani, sotto l’accusa di avere violato le acque territoriali e fu obbligata con la forza a entrare nel porto di Wonsan.

Anche qui le due versioni dei fatti divergono. La versione statunitense parla di cannoniere nordcoreane, torpediniere e caccia MiG-21 ad inseguire la Pueblo; la Corea del Nord sostiene invece che il sequestro sarebbe stato effettuato da due piccole navi di coraggiosi marinai.

Il 23 dicembre 1968, esattamente 11 mesi dopo la cattura dell’imbarcazione, i negoziatori statunitensi e nordcoreani raggiunsero un accordo per risolvere la crisi. Gli Stati Uniti ammisero l’intrusione della nave nel territorio nordcoreano, si scusarono per l’azione e si impegnarono a cessare qualsiasi futura azione del genere. In quello stesso giorno gli 82 membri dell’equipaggio sopravvissuti attraversarono uno per uno il “Ponte del non ritorno”, a Panmunjon, verso la Corea del Sud. Furono acclamati come eroi e fecero in tempo a tornare negli Stati Uniti per festeggiare il Natale con le loro famiglie.

Nel 2018 i membri dell’equipaggio e le rispettive famiglie hanno intentato una causa contro la Corea del Nord per danni e per “abuso mentale e fisico”. Nel 2021 una sentenza del tribunale statunitense ha dato loro ragione. Pyongyang è stata condannata a pagare 2 miliardi di dollari di danni, o un minimo di 3,35 milioni di dollari a ciascuno dei membri dell’equipaggio a titolo di risarcimento. La Corea del Nord non ha ovviamente pagato il risarcimento. E non intende affatto farlo neppure in un futuro lontano.

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