Settant’anni fa è nato uno Stato che oggi non c’è. O, per meglio dire, che esiste sì ma solo sulla carta. La Libia il 24 dicembre 1951 è diventata indipendente. Ma in pochi forse all’epoca si sono realmente resi conto della nascita di un nuovo Stato. L’appartenenza a una tribù era, ed è ancora oggi, molto più importante di ogni segno identitario nazionale. Un problema quanto mai attuale. In settant’anni una vera nazione libica infatti non si è mai formata e questo è ben visibile nella frammentazione odierna, nell’incapacità della Libia di riconsiderarsi come Stato unitario dopo la fine nel 2011 dell’esperienza di Muammar Gheddafi. Un periodo, quello del rais, che ha lasciato in segno ma che, allo stesso tempo, in fondo non ha mai del tutto alterato i connotati principali di un Paese sospeso tra le dune del Sahara.

L’indipendenza del 24 dicembre 1951

Il percorso che ha portato all’autonomia del Paese dovrebbe servire da insegnamento per gli attuali governanti. Prima di giungere alla proclamazione dell’indipendenza, la Libia si è dotata di un apparato istituzionale e di una costituzione. Soltanto dopo a Tripoli e a Bengasi ha iniziato a prendere forma il nuovo Stato libico. Oggi il percorso intrapreso, sia a livello interno che su spinta delle Nazioni Unite, è diametralmente opposto: si vorrebbe mandare la Libia al voto prima ancora di dotare il Paese di proprie leggi e di una nuova costituzione. Questo spiega, in parte, il fallimento dell’attuale processo politico. Ma tornando a 70 anni fa, il preludio alla nascita della Libia moderna si è avuto nel novembre 1949, quando le Nazioni Unite hanno votato una risoluzione favorevole alla creazione del nuovo Stato nordafricano. In quel momento a gestire l’amministrazione erano Londra a Parigi. Il Regno Unito in particolare, aveva il controllo sulla Tripolitania e sulla Cirenaica, mentre la Francia sul Fezzan. L’assetto delle tre regioni libiche è stato concordato all’indomani della seconda guerra mondiale e della sconfitta dell’Italia, potenza coloniale che negli anni ’30 aveva per la prima volta riunito le tre regioni.

Dopo il via libera dell’Onu, Londra ha affidato la corona e la guida del futuro Stato libico a Re Idris. Quest’ultimo è rappresentante della confraternita islamica dei Senussi, radicata in Cirenaica. Il 25 novembre 1950 è stata costituita la prima assemblea nazionale, mentre il 7 ottobre 1951 è entrata in vigore la prima costituzione. In essa è stata sancita una monarchia costituzionale, guidata da Re Idris e dal casato dei Senussi. Inoltre è stata stabilita una suddivisione amministrativa di stampo federale, costituita dalle tre regioni storiche. Il 24 dicembre 1951 è arrivata la formale dichiarazione di indipendenza, con Bengasi e Tripoli scelte come “co-capitali”.

La scoperta dei primi giacimenti di petrolio

Le condizioni economiche e sociali al momento dell’indipendenza erano contrassegnate da una forte arretratezza. In un territorio vasto cinque volte quello italiano, abitavano poco più di due milioni di persone concentrate soprattutto nelle uniche aree urbane di Tripoli e Bengasi. Gran parte della popolazione viveva di sussistenza nelle oasi del Sahara o in piccoli centri costieri. Non c’erano grandi vie di comunicazione, istituzioni scolastiche e di formazione erano presenti unicamente nelle principali città. Condizioni che hanno reso la Libia indipendente solo sulla carta. Nei fatti la monarchia rimaneva fortemente agganciata alla Gran Bretagna e agli interessi di Londra. La presenza di pochi laureati e di poche persone istruite ha fatto sì che gli uffici statali fossero gestiti da dipendenti inviati direttamente dal Regno Unito.

Una situazione però destinata a cambiare a partire dal 1955. In quell’anno si è iniziato a parlare di possibili grandi giacimenti petroliferi nel Sahara libico. Con l’inizio delle prime esplorazioni, il contesto della Libia ha iniziato repentinamente a mutare. Sul Paese si sono concentrati forti interessi economici. Le prime trivellazioni avviate nel 1959 hanno confermato l’esistenza di una particolare qualità di petrolio molto ambita per via dei bassi costi di raffinazione che comportava. Anche l’Italia ha ricominciato a guardare alla Libia con un certo interesse. Le prime esportazioni si sono avute nel 1963. Da quel momento in poi gli introiti dello Stato libico si sono moltiplicati e l’economia ha virato verso una veloce industrializzazione petrolifera. Nello stesso anno sono state apportate modifiche alla costituzione, togliendo la forma federale a favore invece di un maggiore centralismo.

Il golpe del colonnello del 1969

L’esportazione del petrolio non ha modificato però subito l’intero impianto della società libica, rimasta ancora complessivamente povera e legata alle tradizioni tribali del deserto. Importanti trasformazioni sociali si sono avute solo a Tripoli e Bengasi. Nel Paese i venti rivoluzionari che hanno contrassegnato gli Stati nordafricani vicini sono arrivati ma soltanto all’interno delle accademie militari. In particolare, a soffiare tra alcuni gruppi di militari libici era il vento del panarabismo di Nasser, il rais egiziano al potere dal 1956 e fautore di un socialismo arabo in grado di influenzare e ispirare diversi governi dell’area. Negli ambienti dell’esercito libico, oltre a crescere l’ammirazione per le riforme di Nasser, a montare era anche l’insofferenza per una monarchia giudicata troppo debole e troppo agganciata al Regno Unito. Approfittando della momentanea assenza di Re Idris, il primo settembre 1969 un gruppo di ufficiali ha messo a segno un colpo di Stato. A spiccare tra loro era la figura di Muammar Gheddafi, autoproclamatosi colonnello. É iniziata così l’avventura del rais a capo della Libia.

Gli anni della Jamahiriya

Proveniente da un’oasi alle porte di Sirte, dove con la famiglia viveva all’interno di una tenda beduina, Gheddafi è destinato ad avere un ruolo di primo piano nella storia recente libica. Il colonnello del resto è rimasto al potere per 42 anni, più della metà della vita dello Stato libico. Il rais ha da subito abbattuto la monarchia, ha formato una repubblica e ha cercato di imporre i dettami rivoluzionari nel Paese. Come quando nel 1970 ha cacciato i militari inglesi e statunitensi oppure, sempre nello stesso anno, come quando ha obbligato alla fuga gli ultimi cittadini italiani rimasti. Nella sua visione, occorreva chiudere per sempre il periodo coloniale, cacciando militari e civili occidentali. A livello interno Gheddafi ha poi promosso la nazionalizzazione dell’industria petrolifera. L’oro nero doveva servire a cambiare il volto della Libia. Sono state costruite strade, infrastrutture, edifici scolastici. Inoltre il colonnello non si “accontentava” della sola Libia. La sua ideologia ruotava attorno l’idea dell’unità araba e più volte ha provato a federare lo Stato libico con altri Paesi nordafricani, senza però successo.

Nel 1977 viene pubblicato il “libro verde“, una sorta di “linea guida” del progetto politico di Gheddafi. Da questo momento in poi si è iniziato a parlare di Jamahiriya, ossia di “repubblica delle masse”. Per il rais era una terza via tra capitalismo e comunismo. Il colonnello ha rinunciato formalmente a ogni carica, dichiarandosi più semplicemente un “guardiano” della rivoluzione. Nella pratica la Libia non ha più una vera costituzione, molte decisioni venivano prese in base alle volontà di Gheddafi. Nel frattempo il Paese è diventato epicentro di molte tensioni internazionali. A partire da quelle con gli Stati Uniti di Ronald Reagan, con quest’ultimo che ha definito il rais come “cane pazzo del medio oriente”. Sotto accusa i rapporti tra Tripoli e numerose organizzazioni dichiarate terroristiche dagli Usa. Per Gheddafi invece si trattava di sostenere gruppi che lottavano per cause giuste e che meritavano il proprio sostegno. Le tensioni sono poi culminate con il bombardamento del 15 aprile del 1986 attuato dagli Stati Uniti. Washington ha promosso un’operazione volta ad eliminare fisicamente il rais, senza però riuscirvi. Sono questi comunque gli anni in cui, nel bene e nel male, la Libia si è ritrovata al centro della politica internazionale. A dimostrarlo anche la guerra avviata contro il Ciad nel 1978 e da cui Tripoli è uscita malconcia dieci anni dopo.

La mancata eredità di Gheddafi

Ma quella di Gheddafi è stata realmente una rivoluzione? Indubbiamente il Paese ha cambiato volto rispetto agli anni precedenti al lungo interregno del rais. Al tempo stesso però i suoi storici limiti sono riemersi con la caduta del colonnello nel 2011 e l’inizio della guerra civile. Nonostante la retorica panaraba, nazionalista e anti coloniale, Gheddafi non è riuscito a forgiare una vera identità nazionale in Libia. Oggi come nei primi anni post indipendenza, i libici sono molto più legati al concetto di tribù che a quello di nazione. Inoltre il complesso sistema istituzionale architettato nel libro verde, ha lasciato in eredità uno Stato senza Stato. L’assenza di partiti e associazioni, sacrificati in nome della “democrazia diretta e senza intermediari” propagandata dal rais, non ha permesso alla società di strutturarsi e di andare oltre alle logiche tribali. La pax gheddafiana è stata garantita grazie alla spartizione dei proventi del petrolio e dall’abile gioco politico attuato dal rais. Due elementi in grado di evitare la deflagrazione della società durante i suoi anni. Ma quando poi Gheddafi è stato ucciso, la Libia si è ritrovata senza un vero elemento identificativo nazionale e senza un vero Stato. L’instabilità attuale e la frammentazione del potere tra centinaia di milizie locali, è figlia dunque di atavici limiti della società mai risolti durante l’era del colonnello.

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