Vogliamo raccontare gli orrori di Tito a Goli Otok, l’isola a due passi dall’Italia dove il maresciallo Tito imprigionò 30mila oppositori, tra cui centinaia di italiani. Vogliamo farlo attraverso lo sguardo del fotografo tre volte vincitore del World Press Photo, Ivo Saglietti, e le parole di Matteo Carnieletto, responsabile di InsideOver.
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Tito e consorte sfruttano l’arma dello charme per conquistare l’Italia. Anche se, in verità, non ce n’è un gran bisogno. Solamente due anni prima, nel 1969, il Maresciallo viene «decorato come Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica italiana» con l’aggiunta del Gran Cordone, il più alto riconoscimento del nostro Paese, durante la visita di Saragat a Belgrado per finalizzare alcuni accordi economici con la Jugoslavia. Nei numerosi e affettuosi discorsi il capo dello Stato italiano conclude sempre con uno stucchevole brindisi rivolto a Tito: «Levo il calice, signor Presidente, al benessere Suo e della gentile signora Broz, alle fortune dei popoli jugoslavi e all’amicizia fra i nostri Paesi». Mai nessun cenno, neanche alla lontana, alla tragedia delle foibe e dell’esodo. E quello è solo l’inizio.

Altre medaglie e riconoscimenti vengono infatti assegnati nel tempo ad una ventina di suoi uomini. Ogni anno l’Unione degli istriani, una delle più rappresentative associazioni degli esuli costretti alla fuga dalle loro terre alla fine della Seconda guerra mondiale, rilancia la campagna per revocare «le onorificenze dello Stato italiano elargite al sanguinario maresciallo Tito». Un obiettivo che, almeno sulla carta, dovrebbe essere condiviso da tutte le forze politiche del nostro Paese, ma che viene sempre rispedito al mittente grazie a un cavillo legislativo: si può togliere un’onorificenza per “indegnità” solo se il personaggio insignito è ancora in vita. Nel 2012, per esempio, l’Italia lo fa con il presidente Bashar al Assad, accusato, forse troppo sbrigativamente, di massacrare il suo popolo in seguito allo scoppio della guerra in Siria. Per Tito, che ha lanciato la pulizia etnica e politica contro gli italiani e una parte del suo popolo, «non è ipotizzabile alcun procedimento essendo il medesimo deceduto», scrive, nel 2013, il prefetto di Belluno, a nome del governo, dopo essere stato interpellato dal primo cittadino di Calalzo di Cadore, Luca De Carlo.

Oggi senatore di Fratelli d’Italia, De Carlo ha pronta da tempo una proposta di legge che prevede di cambiare questa (folle) norma. Si tratta di appena due righe: «In ogni caso incorre nella perdita dell’onorificenza l’insignito, anche se defunto, qualora si sia macchiato di crimini crudeli e contro l’umanità». Per ora la proposta langue, ma De Carlo, in un’intervista concessa a Panorama, quando Salvini è al governo, afferma: «Auspico che la Lega, che ha visto molti suoi esponenti rilasciare dichiarazioni a favore della revoca dell’onorificenza a Tito, supporti la discussione in commissione prima e in aula dopo della nostra proposta di legge. È ora di passare dalle parole ai fatti». Purtroppo non sono stati compiuti passi in avanti e né Giorgio Napolitano, all’epoca della proposta presidente della Repubblica, né il suo successore Sergio Mattarella hanno sollecitato il Parlamento a legiferare per cancellare la vergogna di una medaglia al boia degli italiani e di un quarto di milione di suoi connazionali. Ma non c’è solo Tito.

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CAUSALE: Reportage Goli Otok
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L’Italia ha infatti decorato Mitja Ribicic, Franjo Rustja e Marko Vrhunec, i cui nomi campeggiano ancora in bella mostra sull’albo d’oro delle onorificenze del Quirinale. Dal 2013, il ministero degli Esteri, sollecitato dalla presidenza del Consiglio, avrebbe dovuto indagare su che fine avessero fatto e, se fossero stati in vita, togliere loro la decorazione. «Noi sapevamo che vivevano in Slovenia, ma nessuno ha mai mosso un dito – spiega Lacota, presidente dell’Unione degli istriani – L’ultimo è deceduto qualche anno fa (nel 2017, nda) in una casa di riposo vicino al confine di Trieste». Ribicic, Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica italiana, è stato al vertice della repressione titina in Slovenia dal 1945 al 1957, poi è diventato primo ministro jugoslavo.

Nel 2005 viene accusato di crimini di guerra a Lubiana ma, dopo sessant’anni, le prove sono sparite. L’ex ammiraglio Rustja, Grande ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica italiana, è stato il braccio destro del comandante del IX Corpus titino che ha occupato Trieste nel maggio 1945. Nei quaranta giorni di terrore spariscono molti italiani. Vrhunec è commissario politico della brigata partigiana Lubiana, capo di gabinetto di Tito dal 1967 al 1973 e poi ambasciatore. Fino al 2016 rilascia interviste su YouTube e sui media sloveni difendendo il Maresciallo, i suoi massacri, la Jugoslavia socialista e mostrando numerose onorificenze, compresa quella italiana.

Dopo mesi di inutili ricerche, nel 2019, la Farnesina ammette di non trovare «traccia della richiesta di accertare l’esistenza in vita dei decorati di Tito». Nella migliore delle ipotesi si è perso tutto nei meandri governativi. Nella peggiore, la richiesta è stata insabbiata per coprire i motivi politici che, ai tempi della Guerra fredda, ci hanno fatto considerare Tito un eroe da decorare. O forse per non fare cadere la maschera di chi, a sinistra e nel governo, non toglierebbe mai le medaglie al leader jugoslavo ed ai suoi sgherri.

*Estratto di Verità infoibate (Signs publishing), di Fausto Biloslavo e Matteo Carnieletto