“Berlinguer – La grande ambizione” (film per la regia di Andrea Segre, scelto come opera di apertura alla Festa del Cinema di Roma, edizione 2024) è uno di quei film che mettono d’accordo l’appassionato di cinema interessato allo “specifico filmico”, e l’appassionato di storia, colui che approccia un’opera del genere alla ricerca dell’efficace ricostruzione di un’epoca.
Elio Germano si conferma uno degli attori più in forma del cinema italiano degli ultimi anni – al pari dei Favino e dei Servillo. Un’interpretazione precisa, studiata, eppure mai didascalica, sempre appassionata, come mai didascalico è un film che riesce a riunire accuratezza storica e partecipazione umana. È difficile, in un’opera di un’ora e mezza dedicata alla biografia politica di una delle figure più “partecipate” del secondo Novecento italiano, non scadere nella didattica da prima serata trascurando l’aspetto artistico che comunque si richiede ad un film.
È parimenti difficile, in quello che comunque è un testo cinematografico (e non un libro di storia), non scadere nell’emotività, financo nella militanza, tenendole separate dalla partecipazione e dalla simpatia (nel senso greco) per i protagonisti (non solo Enrico Berlinguer e i suoi collaboratori, ma anche Aldo Moro).
A Segre e ai suoi interpreti la difficile operazione riesce meravigliosamente, restituendoci il riassunto vivo – e mirabilmente sintetico ma non banale – di un quindicennio chiave nella storia dell’Italia e del mondo. Il patto con lo spettatore viene stretto sin dal messaggio in apertura: il film si basa su documenti e testimonianze e quanto non ci è noto è stato a fini cinematografici ricostruito, ma non inventato o romanzato. Questo metodo, unitamente ad un uso asciutto e pulito della cinepresa, senza fronzoli né estetismi (e rafforzato dai sapienti inserti di filmati originali d’epoca che aiutano a contestualizzare rendendo l’opera più “viva” e “drammatica”) riallaccia il film al meglio della tradizione del realismo italiano che proprio nei Cinquanta-Sessanta-Settanta insegnò cinema al mondo, al netto però della militanza encomiastica. L’operazione di Segre è la conferma che si può fare un cinema onesto, intelligente, che ricostruisce la Storia e le storie con rispetto: si può fare un cinema così ottenendo un’opera potente, efficace ed anche bella.
Non è scontato, vivendo noi un’epoca in cui la Storia viene brutalizzata, piegata ai capricci dei registi per ottenerne fumettoni che raccontano il contrario fattuale e ideale degli eventi (e non pensiamo solo al Napoleon di Scott – sarebbe sparare sulla Croce Rossa – ma a quasi tutto il cinema sul Medioevo, e a molto altro).
Com’è dunque, il Berlinguer interpretato da Elio Germano? È un Berlinguer umano, un padre, un amico, un uomo con le sue paure e le sue gioie, con un rapporto con i militanti e una passione politiche che commuovono ed emozionano, ed è un Berlinguer politico, del quale viene raccontato il percorso, il tormento delle scelte non facili delle quali al pubblico contemporaneo giungeva e giunge troppo spesso solo l’esito finale.
Troppe volte la figura del segretario del PCI è stata stravolta, sia da una “sinistra ufficiale” che ne ha sterilizzato l’eredità politica trasformandolo in un santino (“era tanto una brava persona”: praticamente il vicino di casa che “salutava sempre” e che poi muore all’improvviso), sia da una sinistra “vetero” che lo accusa ancor oggi di aver praticamente innescato il processo di autoisolamento, annacquamento e in ultima analisi distruzione del PCI (si pensi a cosa dice Luciano Canfora), come se la Storia non esistesse e non fosse esistita (niente crisi economica dell’URSS con Brezhnev, niente caduta del Muro, niente responsabilità dei successori di Berlinguer), come se la “sinistra” fosse un dato metafisico, metastorico e non storico. Un Berlinguer depoliticizzato dagli uni, destoricizzato dagli altri: non stupisce che per darne una ricostruzione migliore servano figure nuove, più giovani e in un certo senso “distaccate”. Come antidoto a tutto ciò, fatevi un favore: andate al cinema a vedere il bellissimo film di Segre.

