Vent’anni fa, l’estate 2001 fu resa rovente dalle proteste attorno al G8 di Genova che segnalava l’esistenza di un forte sentimento di tensione e insicurezza legato alle dinamiche di una globalizzazione che allora si era soliti narrare come trionfante e destinata a plasmare l’intero pianeta in forma filo-occidentale. Nello stesso anno, era proseguita la crisi finanziaria legata allo scoppio della bolla del digitale, prima avvisaglia della grande tempesta che sarebbe esplosa nel 2007-2008; infine, i fatti dell’11 settembre, con l’attentato alle Torri Gemelle e al Pentagono, avrebbero portato a un colpo al cuore degli Stati Uniti e al disvelamento dell’esistenza di dure faglie culturali e politiche nel mondo. Sotterrando definitivamente l’illusione che con la Guerra Fredda la storia fosse finita.

Il Giano Bifronte dei nostri tempi

Due decenni dopo, il Covid-19 ha permesso di leggere a ritroso un ventennio impetuoso inaugurato da un anno, il 2001, che è stato il punto di partenza di una fase di crisi sistemica dei processi di globalizzazione intesi come apertura graduale dei mercati alla nuova lex mercatoria, all’assimilazione culturale al modello occidentale, all’egemonia planetaria degli Stati Uniti e del loro sistema di alleanze. La globalizzazione è stata, nel corso degli anni, indicata come nemico numero uno dai manifestanti contro la crisi finanziaria, dai movimenti sovranisti e populisti, da sindacati e organizzazioni di lavoratori critici della de-industrializzazione del campo occidentale. Ma anche difesa da governi e istituzioni come un sistema in grado di creare benessere attraverso legami e commercio e promossa dall’ascesa della Cina a grande potenza industriale.

Si può, dopo due decenni, una recessione mondiale, l’insorgenza terroristica, una serie di crisi generalizzate per il mondo e, infine, la pandemia parlare ancora di globalizzazione? Certamente, la fase storica che stiamo vivendo ha posto sotto gli occhi di tutti quanto fossero illusori i miti degli Anni Novanta su un processo ontologicamente benigno e destinato a produrre crescita e benessere diffuso in forma indifferenziata. Ma anche dimostrato che la globalizzazione, processo liquido e apparentemente informe, ha potuto e in certi casi saputo trovare i suoi perimetri di riferimento. Associata all’ideologia neoliberista e al mito della fine del ruolo dello Stato, ha saputo sopravvivere al ritorno del capitalismo politico sui settori di frontiera; idealizzata nel superamento dei confini e delle barriere, ha avuto un’accelerazione nel suo versante dell’economia immateriale e digitale nel periodo in cui le nazioni, per combattere il coronavirus, innalzavano confini, proclamavano lockdown, fermavano i flussi di persone e merci negandone apparentemente uno dei presupposti.

Perenne Giano Bifronte, la globalizzazione è oggigiorno qualcosa di molto diverso da vent’anni fa. Sicuramente è un processo molto meno a trazione occidentale e molto più a guida orientale, sulla scia delle diverse dinamiche di crescita economica e demografica. Vede convivere al suo interno pulsioni liberiste, spinte sovraniste, azioni di grandi potenze capace di bilanciare interesse nazionale e questioni economiche. Narrata come prodotto delle multinazionali, è in realtà plasmata dagli Stati.

Come cambia la globalizzazione

Il Covid-19 impone da un anno e mezzo una riflessione sul futuro di questi processi e sulle dinamiche che, in prospettiva, si apriranno.

Rispetto alla globalizzazione per come era stata pensata negli Anni Novanta da teorici ed analisti, in primo luogo il mondo ha preso una piega completamente opposta. La percezione che tutto sarebbe stato ordinato unicamente dall’economia, come vulgata neoliberista propone, nascondeva in realtà il preciso intento politico degli Stati Uniti di barattare con il progresso e l’arricchimento di satelliti e clientes l’istituzione di un ordine unipolare avente Washington a capo. Fattispecie che già nel cruciale 2001 uno studioso attento come Geminello Alvi aveva colto in un articolo sul Corriere della Sera scrivendo che “ogni giudizio sul presente si è dato, per giudicare se v’è progresso o regresso, una sola regola: quella della crescita del Pil o delle Borse. Tutto il resto è considerato non moderna ed esecrabile balordaggine. E però, anche ammettendo che solo l’economia conti, con che fretta ipocrita sono trascorsi i precari miti della globalizzazione”. Rimossi, faceva notare Alvi, “come l’unica vera permanenza che riaffiora alla fine da secoli: la supremazia delle élite anglofone e il loro modo di plasmare ogni volta l’economia internazionale alle proprie convenienze. Il ridursi del mondo a mercato è un processo non lineare; si svolge da secoli; gli anglofoni vi hanno prevalso: ecco i tre fatti sempre elusi, rimossi, dimenticati a memoria, dai discorsi sulla globalizzazione”.

Discorsi che, allora, avevano una chiara valenza politica ed erano estremamente attuali. Ma che sono stati poi integrati dall’ascesa della Cina e dell’Asia. Secondo fattore di discontinuità. Non a caso proprio nel 2001 si formalizzò l’entrata di Pechino nell’Organizzazione mondiale del commercio che avrebbe dovuto essere uno dei capisaldi del nuovo consenso economico globale. Con la sua corsa a diventare una grande potenza economica e tecnologica, i risultati raggiunti contro povertà e disuguaglianze, il mancato coinvolgimento nella Grande Recessione iniziata nel 2007-2008 e la Nuova Via della Seta la Cina ha sfatato l’idea secondo cui solo tra Usa ed Europa si sarebbero potute tracciare le rotte di una globalizzazione volta a creare una sorta di Occidente mondiale. E questo dà l’idea dell’eccessiva leggerezza con cui il processo, dopo la fine dell’Unione Sovietica, era stato letto in forma acriticamente positiva e unilaterale.

Terzo punto è il prevedibile riflusso identitario che ha creato dei controlimiti non secondari all’espansione dell’Occidente fuori dall’Occidente a cui si è sommata l’emersione di una serie di faglie (prima fra tutti quella tra centro e periferia nei Paesi ad economia avanzata) che ha creato un senso di spaesamento verso le “luci” del mercato globale.

Torna il primato della politica

Il cambiamento più sostanziale, confermato dal “ritorno” delle dinamiche connesse alla politica industriale e alla protezione dei settori strategici dopo il Covid, è stato senz’ombra di dubbio il rilancio del primato della politica come fattore determinante anche in ambito occidentale. Già manifesto laddove in diversi settori produttivi, anche nel pieno dell’ondata di deindustrializzazione delle nazioni occidentali, le catene del valore sono state “globalizzate” nella misura in cui ben precisa rimaneva l’allocazione dei centri produttivi della massima quota di valore aggiunto, con comparti come l’elettronica, l’informatica, l’aeronautica e la cantieristica navale particolarmente tutelati. A questi fattori l’ascesa della rivalità globale nel settore tecnologico, nell’innovazione e nella corsa agli investimenti strategici ha dato impulso, soprattutto di fronte al potenziamento del dualismo tra Stati Uniti e Cina.

In fin dei conti c’è da rilevare che la stessa “globalizzazione” delle catene del valore, a lungo, non si è manifestata se non attraverso una corsa alla dispersione delle produzioni nell’inseguimento dei vantaggi competitivi sul costo del lavoro, il regime fiscale e l’attrattività agli investimenti da parte dei grandi gruppi multinazionali e in funzione della capacità di attrazione fornita da diversi governi. Con una prima ondata che ha toccato Cina, Turchia, Filippine, Polonia, Pakistan per poi spostarsi, via via, verso altri Paesi in maggior ricerca di uno sviluppo di base: Etiopia, Vietnam, Indonesia, Nigeria, Bangladesh e via dicendo. Questo processo ha il suo “doppio” nella regionalizzazione delle infrastrutture e dei mercati d’interscambio energetico che alimentano i sistemi più avanzati, specie tra l’Europa e il bacino del Mediterraneo.

La globalizzazione ha conosciuto molti limiti, è stata ridimensionata e confinata in precisi argini. Ma, al contrario, è completamente esondata nel campo delle nuove tecnologie e dell’innovazione, diventate il motore di una nuova frontiera di sviluppo che ha creato nuovi potentati economici, nuove opportunità di interconnessione tra comunità, imprese, individui, nuovi domini di sicurezza personale e nazionale e, in sostanza, plasmato un universo “parallelo” fatto di dati e informazioni la cui governance pone problematiche non secondarie in termini politici e sociali.

La globalizzazione, vent’anni dopo Genova, l’11 settembre, l’ascesa della Cina e le prime crisi, esiste ancora? Certamente sì, ma in forma tanto mutata da poter rendere necessaria una nuova definizione. A furia di adattamenti e di smentite, la narrazione sulla globalizzazione è stata completamente smentita. Ma ogni cambiamento avvenuto ha puntato ad adeguare i processi in atti al mondo e non a cercare un’alternativa reale fuori sistema.  La stessa Cina, del resto, nella globalizzazione sguazza con piacere, tanto che Xi Jinping l’ha definita “un oceano” da cui nessuno si può ritirare e in cui ogni potenza deve scegliere di nuotare. Ma a livello sistemico sono stati avviati dei cambiamenti di lungo termine la cui governance determinerà il futuro degli equilibri politici ed economici su scala mondiale.

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