Per gentile concessione di Newton Compton Editori, pubblichiamo un estratto del libro“C’era una volta l’America – Dall’11 settembre a Trump, la crisi di una superpotenza fragile” di Andrea Muratore (pp.224, euro 14,90, collana “I volti della Storia”)
C’era una volta l’America. L’America del soft power, dell’influenza, dell’ottimismo, dell’edonismo, il modello globale di democrazia e libertà che tanti successi ha conseguito nell’opinione pubblica mondiale. Ma c’era una volta anche un’altra America. Una potenza con obiettivi egemonici e strategici, impegnata nell’ultimo secolo, il Novecento, in due guerre mondiali e nella guerra fredda, agognata come protettrice dagli alleati, temuta da molti suoi nemici e odiata da altri, che ha finito per sussultare quando, l’11 settembre 2001, si è trovata vulnerabile, colpita al cuore dall’attentato terroristico delle Torri Gemelle.
In parallelo a queste Americhe, c’era una volta un’America interna, una società plurale e complessa, fatta di molte tendenze e molte realtà: fanatismo religioso e progressismo sociale, razzismo e inclusione, Stati periferici dall’economia agreste e dala visione del mondo tradizionale e Stati costieri innovativi, urbani e terziarizzati, protestanti e cattolici, afrodiscendenti e ispanici. Una società che dal “melting pot”, il crogiolo che tutto assorbiva e mescolava, è passata negli anni alla tribalizzazione e al divisionismo interno proprio mentre le Americhe che “c’erano una volta” di fronte al resto del mondo scontavano le conseguenze delle proprie azioni e delle proprie strategie.

Questa America, queste Americhe, sono da lungo tempo inevitabilmente in una fase di crisi e transizione a causa della ridefinizione del loro ruolo. E non è esagerato affermare che i fatti dell’11 settembre abbiano, al netto del ricordo doveroso per una tragedia immane e senza precedenti nella lunga sequela di orrori del terrorismo, valore storico e storiografico soprattutto come momento d’inizio di una fase di transizione e di una crisi egemonica che, sotto diversi punti di vista, perdura fino a oggi.
Quel giorno l’America che aveva passato i lunghi anni Novanta con sicurezza e senso di superiorità sul resto del mondo capì le sue vulnerabilità e finì, nella risposta all’attacco ordinato da Osama bin Laden e realizzato da al-Qaeda, per esacerbarle, amplificando traumi interni e insicurezze esterne. L’America del giorno prima era una “iperpotenza” che, ha ricordato Emilio Gentile, «attraeva e impauriva, presente ovunque nel mondo con la sua bandiera, i suoi soldati, la sua economia e la sua cultura», primo grande impero capace su scala globale di «esercitare il magnetismo su ogni popolo e in ogni continente» e «di insinuarsi in ogni cultura e ogni società». Dopo l’11 settembre, quella nazione si sarebbe trovata nei decenni successivi ad affrontare il rinculo del suo presenzialismo e di un’egemonia che aveva voluto istituzionalizzare amplificando, dalla cabina di regia politica di Washington e da quella finanziaria di New York, il controllo delle sue strutture sulle reti di commerci, sulla costruzione delle regole e sugli scambi monetari. Una pesante recessione avrebbe mostrato i punti di caduta del suo modello.
La scelta di avventurarsi in complesse avventure belliche avrebbe poi aperto sul medio-lungo periodo a contrasti geopolitici con nuovi e vecchi avversari, condizionando la traiettoria di quelle potenze che, soprattutto in Eurasia, iniziavano a pensare alla transizione egemonica dopo la fine del sistema unipolare.
Negli anni Duemila, insomma, l’America si scoprì con molte più domande e incertezze di quelle che avevano accompagnato il decennio precedente. E sulla scorta dei conflitti, delle crisi economiche e dell’aumento del senso di vulnerabilità percepito, si amplificò quella scollatura tra sistema di potere e corpo sociale che avrebbe portato una parte della nazione a sentirsi dimenticata dalle élite di Washington. La crisi nata l’11 settembre è ancora qui e dura su ogni versante. È una crisi di percezione di un impero, di una Roma contemporanea in perenne oscillazione tra Marco Aurelio e Commodo, tra l’epoca fausta e felice della prosperità e quella cupa dell’introversione e del dissidio interno.
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