Un giorno come oggi, ma del 1983, l’amministrazione Reagan dava inizio ad una delle manovre militari più controverse della guerra fredda nello stato-isola di Grenada. Una manovra durata meno di due mesi, esperita nel monroano cortile di casa degli Stati Uniti, la Latinoamerica, e concepita allo scopo di ribadire al mondo l’imperitura appartenenza geopolitica dell’emisfero occidentale.

Oggi, a quasi quarant’anni da quella manovra, ribattezzata operazione Urgent Fury, la Latinoamerica continua ad essere avvolta dal manto dell’anarchia produttiva, costellata di linee rosse invalicabili e intimidita dallo spettro di fulminei ma incisivi interventi di polizia da parte del padrone di quella casa che affaccia sul cortile. Oggi, trentottesimo anniversario dell’operazione Urgent Fury, è il momento ideale per tirare fuori dal cassetto dei ricordi semidimenticati questo episodio-chiave della guerra fredda e dell’eterna lotta tra le due Americhe.

Il contesto

La Grenada del 1983 era una delle tante vittime della guerra fredda, contraddistinta da una società polarizzata in opposti estremismi e ostaggio di una classe politica impegnata in un difficile equilibrismo tra ponente e levante. A differenza di altri luoghi, però, si trovava – e si trova – in un luogo geofilosoficamente maledetto, le Americhe, e avrebbe tentato di tramutarsi in una seconda Cuba nel momento sbagliato, perché priva di appoggi in loco – il subcontinente era stato “sanificato” dall’operazione Condor – e perché gli Stati Uniti, vinti in Vietnam, erano alla ricerca di opportunità di rivalsa altrove.

L’amministrazione Reagan avrebbe avallato un’imponente operazione di polizia nelle Americhe, pagando un duro prezzo in termini di immagine e supporto dell’Europa occidentale, al culmine di un triennio di eventi significativi in quel di Grenada, vissuti con ansia e timore alla Casa Bianca. Nel 1979, dopo cinque anni di “indipendenza condizionata” – il Regno Unito aveva vincolato l’emancipazione di Grenada all’instaurazione di un regime autoritario, politicamente amico, affidato a Eric Gairy e alla sua Mongoose Gang –, i marxisti-leninisti di Maurice Bishop avevano rovesciato il sistema neocoloniale e instaurato un governo rivoluzionario.

Quattro anni più tardi, fra l’agosto e l’ottobre 1983, Bishop sarebbe stato giustiziato all’acme di una faida intragovernativa e sostituito prima da Bernard Coard e poi da Hudson Austin, un ultramontanista del marxismo-leninismo. L’amministrazione Reagan, a quel punto, utilizzando come pretesto la prevenzione di una crisi degli ostaggi in salsa grenadina – l’università di Saint George’s ospitava circa seicento studenti statunitensi –, avrebbe ordinato un intervento militare in tempi record.

Attaccare Saint George’s per ferire Mosca

Il 25 ottobre, dopo aver costretto l’Organizzazione degli Stati dei Caraibi Orientali a richiedere l’intervento formale degli Stati Uniti per ripristinare l’ordine a Grenada, l’amministrazione Reagan avrebbe dato il via all’operazione Urgent Fury dispiegando una potenza di fuoco impressionante: 7.300 soldati, supportati da marina e aviazione, ovverosia sei volte le forze armate grenadine – 1.200 soldati di terra, né marina né aviazione, una piccola difesa contraerea.

Persuadendo l’opinione pubblica americana della necessità di un intervento, causa l’alto rischio di rappresaglie nei confronti degli studenti statunitensi in loco, la presidenza Reagan avrebbe cominciato l’invasione alle prime luci dell’alba del 25 ottobre. La marcia verso il centro del potere non avrebbe conosciuto né limiti temporali – combattimenti notte e giorno – né ostacoli etici – vennero diffuse bufale per demonizzare il governo grenadino, come il ritrovamento (poi smentito) di una fossa comune con dentro un centinaio di civili innocenti, e colpiti persino degli obiettivi civili, come un ospedale psichiatrico, per aggredire il morale del nemico.

Entro i primordi di novembre sarebbero state neutralizzate le ultime sacche di resistenza, e i soldati statunitensi avrebbero trascorso il tempo restante a vegliare sull’ordine restaurato. Alla fine dell’operazione, il 15 dicembre successivo, il bollettino sarebbe stato il seguente: 19 morti e 125 feriti tra i militari statunitensi, 69 morti (di cui 24 civili) e 358 feriti tra i grenadini.

Gli insegnamenti di Urgent Fury

L’amministrazione Reagan decise di procedere al rovesciamento del governo grenadino nonostante la contrarietà dell’intera comunità internazionale. Perché a protestare, invero, non furono soltanto i membri del blocco comunista, ma anche gli alleati dell’Europa occidentale, tra i quali l’Italia di Bettino Craxi, le nazioni sudamericane – anche quelle rette da regimi dittatoriali, come Argentina e Brasile, furono attraversate da imponenti manifestazioni di solidarietà verso il popolo grenadino – e l’Assemblea generale delle Nazioni Unite – che condannò l’operazione con la risoluzione 38/7 del 2 novembre 1983, ritenendola una palese e grave violazione del diritto internazionale.

Il Regno Unito, che per ragioni storiche considerava Grenada come un proprio dominio nelle Americhe, fu tenuto all’oscuro dei preparativi di invasione fino all’ultimo istante, venendo a conoscenza dell’operazione Urgent Fury dalla stampa. L’evento avrebbe provocato un temporaneo raffreddamento delle relazioni bilaterali tra le due madri dell’anglosfera.

Incurante del parere degli alleati e della comunità internazionale, Reagan avrebbe agito con fermezza, spianando nell’insospettabile Grenada la strada alla successiva dottrina della guerra preventiva dell’era Bush: il ricorso alle armi non soltanto come strumento di autodifesa, ma anche come mezzo di prevenzione da un attacco (dato per) certo. Il punto è che la giunta Austin, sin dal giorno uno, aveva rassicurato i vicini in merito alle proprie intenzioni, non inviando alcuna minaccia all’indirizzo di Washington; una ragione, questa, alla base delle critiche lanciate verso la Casa Bianca.

Il satellite Grenada, a partire da quell’anno, ha cambiato pianeta attorno al quale orbitare – dal Regno Unito agli Stati Uniti –, l’ordine perpetuo è stato garantito a mezzo dello stabilimento di un sistema di potere diarchico – l’alternanza al governo tra il Nuovo Partito Nazionale e la finta opposizione del Congresso Democratico Nazionale – e il 25 ottobre di ogni anno, anniversario dell’operazione Urgent Fury, si festeggia ufficialmente la Liberazione durante il “Giorno del Ringraziamento”.

Quella di Urgent Fury è una storia estremamente attuale, in estrema sintesi, e il cui valore difficilmente diminuirà con il tempo, perché parla di politica, geopolitica e geofilosofia. È una storia che parla dell’eterna lotta tra le due anime del continente America, quella settentrionale, anglosassone e protestante, e quella meridionale, latina e cattolica. È una storia che parla di un subcontinente che non può essere artefice del proprio destino, perché gli dei che lo legiferano vivono in una città sulla collina i cui vangeli sono la dottrina Monroe, la violenza redentrice e il destino manifesto. Ed è una storia che parla di oggi e domani, perché il fato delle Americhe continuerà ad essere sempre una potestà dell’America.

diventa reporter con NOI ENTRA NELL'ACADEMY