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Camminando per le città polacche, in diverse chiese e cattedrali ricostruite dopo la Seconda guerra mondiale si potrà ammirare, in forma di dipinto, come scultura o incisa in una vetrata, un’icona della Vergine Maria tanto realistica quanto commovente: la Madonna, raffigurata dolorante, stringe al suo petto il corpo di un uomo che appare rivolto di schiena, con un foro nella nuca. Per i polacchi, è l’icona della Madonna di Katyn, il simbolo del martirio della nazione durante il secondo conflitto mondiale, che ebbe uno dei suoi momenti apicali nella strage ordinata dal regime sovietico di Stalin contro gli ufficiali polacchi prigionieri nella primavera 1940.

I graduati polacchi presi prigionieri dopo la spartizione della Polonia tra Germania nazista e Unione Sovietica furono massacrati assieme a politici, giornalisti, intellettuali, professori e industriali, uccisi con esecuzioni sommarie a colpi di pistola dai militari Commissariato del popolo per gli affari interni (Nkvd) in una serie di episodi che ebbero il loro apice nel massacro avvenuto nei pressi della foresta di Katyn, sita a circa 20 km dalla città russa di Smolensk.

Complessivamente, furono 22mila i morti in una serie di operazioni che spiccano per efferatezza e programmazione da parte delle autorità sovietiche. Desiderose di cancellare dalla faccia della Terra ogni vestigia di un’identità polacca. Di annientare scientemente la nazione dopo aver contribuito ad azzerarne lo Stato. Un’azione volutamente e deliberatamente tesa all’annientamento delle guide contemporanee e future del popolo polacco, a consolidarne l’asservimento, non meno brutale di analoghe repressioni condotte dai nazisti nella prima nazione da loro invasa nel 1939 e negli anni successivi. Laddove la Seconda guerra mondiale rappresentò per la Germania di Adolf Hitler il punto d’inizio di una campagna di asservimento dei cittadini polacchi e di sterminio graduale della sua comunità ebraica, essa fu per Stalin e il suo regime il punto d’arrivo di una paranoica persecuzione anti-polacca che aveva avuto già le sue prime espressioni ai tempi dell’Holodomor, la grande carestia ucraina degli Anni Trenta, e nel Grande Terrore del 1937-1938.

Il 5 marzo 1940 Lavrentij Beria, capo della polizia segreta sovietica, aveva proposto al Politburo del Partito comunista dell’Unione Sovietica di approvare un ordine di eliminazione delle forze antisovietiche e degli attivisti  “nazionalisti e controrivoluzionari” detenuti nei campi e nelle prigioni delle parti occupata della Polonia. Richiamandosi all’inesistente Organizzazione Militare Polacca a cui erano accusati di partecipare alcuni dei fucilati in vista della repressione del Grande Terrore.

Detenuti nei campi di prigionia di Kalinin, vicino Mosca, di Staroblisk, vicino all’attuale Donetsk, e soprattutto nel centro di Kozelsk i polacchi arrestati o presi prigionieri furono destinati alla morte da un ordine amministrativo connotato dal tradizionale grigiore burocratico con cui la vita e la morte venivano decise nell’Urss staliniana. Kozelsk è la città in cui Fedor Dostojevskij aveva collocato una scena cruciale dei Fratelli Karamazov. Un’opera coniugante in forma tragica fede, discussioni sul destino dell’essere umano e un duello tragico tra morali diverse che vide una sua parte ambientata all’Optyn Hermitage della piccola città russa, divenuta dal 1939 sede di un campo di prigionia sovietico divenuto base per la fabbrica della morte sovietica. Come ha ricordato la storica Anna Cienciala, polacca emigrata negli Usa, i massacri che presero il nome da Katyn avvennero dispersi su più aree concentrate nello spazio boschivo vicino Smolensk e seguivano un modus operandi freddamente determinato: i detenuti condotti da Kozelsk a Katyn erano “condotti in una stanza dove venivano controllati i loro estremi. Da qui giungevano in un’altra stanza, buia e senza finestre” e, come ricordarono testimoni del Nkvd, “si sentiva un rumore secco e questa era la fine”. In alcuni casi, a Katyn i i prigionieri erano portati direttamente alle fosse con le mani legate dietro la schiena e uccisi con un colpo di pistola alla nuca.

Qual è la portata tragica più significativa dell’eccidio di Katyn? Essenzialmente il fatto che inviti a pensare sulla drammaticità e sulla convergenza dei regimi totalitari del Novecento. Per lungo tempo la sua responsabilità venne attribuite ai tedeschi per il fatto che Joseph Goebbels, ministro della Propaganda del Reich, volle sfruttare propagandisticamente il massacro dopo la scoperta delle fosse comuni di Katyn da parte dei militari della Germania nel 1943. Di questa opera di madornale disinformazione furono complici anche gli occidentali prima della fine della seconda guerra mondiale: la rottura consumatasi tra il governo polacco in esilio e Stalin dopo la scoperta del massacro rischiava di minare la coalizione antitedesca e Varsavia, in nome della quale era stata avviata la guerra a Hitler, destinata nelle mani di uno dei suoi due invasori del 1939. Come sottolinea Avvenire, inoltre, “il macabro paradosso del processo di Norimberga fu che tra i giudici dei criminali hitleriani c’erano i funzionari sovietici, colpevoli di analoghi stermini di massa, tra cui appunto quello di Katyn”.

Nella sua ultima intervista concessa all’Osservatore Romano a pochi giorni dalla morte, in occasione del ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 2009 il professor Viktor Zaslavsky, docente di Sociologia politica presso la Luiss di Roma, grande studioso dei rapporti tra Italia e blocco orientale nella Guerra Fredda e, soprattutto, ex cittadino sovietico che nel 1974 venne espulso dall’Urss dichiarò che “nell’ambito del dibattito sui totalitarismi e sui sistemi totalitari del XX secolo il massacro di Katyn rappresenta un caso emblematico di pulizia di classe, mentre Auschwitz si configura come un caso di pulizia etnica. Due politiche gemelle che accomunano il totalitarismo nazista e quello sovietico”. Con una nazione martire per eccellenza: la Polonia, “Cristo d’Europa” martoriato per decenni fino alla definitiva emancipazione da ogni dominio esterno dopo il 1989. Anno che ha permesso di far finalmente giustizia su uno dei crimini più odiosi e meno noti del Novecento. Un massacro con cui un regime totalitario mirò a decapitare di colpo una nazione intera azzerando le sue prospettive di rinascita e decimandone l’élite.