La geopolitica della corsa allo spazio
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Vittorio G. Rossi, magnifico scrittore di avventura e storie di mare, avvertiva i suoi lettori: “Per vivere da morti non basta essere nominati nel libri, avere monumenti nelle strade e le lapidi; quello è un vivere che somiglia a quello delle farfalle nei musei, esse hanno ancora i loro colori, ma c’è lo spillo che le passa a parte a parte”. Rossi aveva ragione. Solo coloro che hanno saputo suscitare nel loro passaggio terreno sentimenti forti, magari contrastanti o divisivi ma viscerali, autentici, continuano a vivere nel tempo. Nell’amore o nell’odio magari, mai nella melassa, nella retorica. Le anticamere dell’oblio.

Junio Valerio Borghese appartiene a questa ristrettissima categoria di figure straordinarie. A ricordarlo vi sono le sue imprese fortunate e quelle meno fortunate, gli errori e le prodezze, le cadute e i bagliori, una somma di fatti, gesta, segreti, un destino complicato ma mai banale, mai scontato.

Junio nacque a Roma il 6 giugno 1906, secondogenito del principe Livio Borghese e della contessa ungherese Valeria Keun. La casata, di lontana origine senese ma presente a Roma dal 1541, vantava antenati illustri tra cui un papa (Paolo V), numerosi cardinali, viceré, generali, governatori, collezionisti d’arte. A fine Settecento i Borghese, nonostante la tradizionale quanto fruttuosa vicinanza al papa re e alla teocrazia romana, abbracciarono entusiasticamente la causa napoleonica al punto che il principe Camillo sposò nel 1803 Paolina Bonaparte, la bellissima quanto capricciosa sorella dell’imperatore.

Il principe Junio Valerio Borghese nel 1907 (Foto per gentile concessione dell’Associazione Decima Flottiglia Mas)

Un blasone illustre, dunque, ma ormai, dopo la grave crisi finanziaria subita a fine Ottocento a causa di errate speculazioni edilizie, con ridotte risorse. Finiti i tempi delle rendite terriere bisognava lavorare e il principe Livio scelse la strada della diplomazia che lo portò prima nel Levante e in Oriente e poi, assieme alla famiglia, come ministro plenipotenziario a Lisbona e a Londra. Nella capitale britannica il giovanissimo Junio trascorse gli anni dell’infanzia, frequentando per cinque anni una scuola d’élite, per poi trasferirsi con la famiglia a Roma.

Nel 1922, appena sedicenne, venne ammesso ai corsi dell’Accademia navale di Livorno. Il suo sogno. La Regia Marina divenne da allora la sua casa e il mare il suo mondo. Durante il periodo degli studi iniziò ad appassionarsi alle nuove specialità subacquee (sommergibili e mezzi insidiosi), nominato nel 1928 guardiamarina prese brevetto di palombaro “di grande profondità” e iniziò ad approfondire la guerriglia navale ideata da Paolo Thaon de Revel durante la prima guerra mondiale nell’Adriatico.

Il principe Junio Valerio Borghese nel 1922. In divisa di allievo della 1 classe dell’Accademia di Livorno (Foto per gentile concessione dell’Associazione decima flottiglia Mas)

Un passo indietro. Nel 1916, considerata l’impossibilità di una grande battaglia risolutrice con la flotta austro-ungarica, il lungimirante Revel aveva impostato una strategia aeronavale flessibile tesa a portare, sfruttando il naviglio sottile e incrementando la componente aerea, “la battaglia in porto”, una serie di attacchi mirati (e poco dispendiosi) contro le basi della flotta nemica. Una visione innovativa che convinse giovani comandanti – tra tutti Costanzo Ciano, Luigi Rizzo, Giuseppe Miraglia, Nazario Sauro – ed entusiasmò Gabriele d’Annunzio, 52enne volontario al fronte e da sempre fervente navalista. Fu l’epopea dei Mas, veloci motoscafi armati con due siluri, un cannoncino e bombe di profondità, inizialmente destinati alla lotta anti sommergibile e poi ampiamente impiegati per fini offensivi. Una scelta vincente.

Dopo lo sfondamento di Caporetto e la ritirata sul Piave, furono proprio i dannunziani “gusci di noce, inchiodati a tre tavole di ponte” a rischiarare le più buie ore della guerra: il 16 novembre, all’altezza di Cortellazzo, i Mas guidati da Costanzo Ciano costrinsero alla ritirata la squadra nemica; nella notte fra il 9 e il 10 dicembre Rizzo affondò nel vallone di Muggia la corazzata Wien; il 10 febbraio 1918 Ciano e Rizzo penetrarono nella munita baia di Buccari attaccando il naviglio nemico ma i siluri, per corsa difettosa, mancarono i bersagli. Un insuccesso militare trasformato, grazie alla penna di D’Annunzio (imbarcato per l’occasione), in un successo propagandistico. Durante l’incursione il poeta lanciò in acqua tre bottiglie galleggianti con dentro un messaggio irridente alla “cautissima flotta austriaca occupata a covare dentro porti sicuri la gloriuzza di Lissa“.  Fu la beffa di Buccari. Il 10 giugno i Mas di Luigi Rizzo e Giuseppe Aonzo intercettarono al largo di Premuda la componente da battaglia asburgica in navigazione. Coraggiosamente le due piccole unità penetrarono a tutta velocità lo schieramento sganciando i loro siluri contro le corazzate Tegetthoff e Szent Istvan. I primi non esplosero ma i secondi lanciati da Rizzo colpirono in pieno la Szent Istvan affondandola. Alla vigilia dell’armistizio Thaon de Revel dette l’ordine di un’ultima missione contro il porto di Pola. Due soli uomini, il maggiore del genio navale, Raffaele Rossetti e il tenente Raffaele Paolucci, affondarono la corazzata Viribus Unitis impiegando un’arma subacquea rivoluzionaria, la “mignatta”. Imprese, idee e progetti che Borghese, uomo attento alle innovazioni, continuò a studiare durante i ripetuti imbarchi prima su incrociatori e torpediniere e poi sui sommergibili, il suo incarico ideale.

Nel frattempo il 30 settembre 1931 il giovane ufficiale sposava a Firenze la contessa Daria Olsoufieff. Fu un matrimonio felice allietato dalla nascita di quattro figli (Elena Maria, Paolo, Livio e Andrea Sciré) e temprato dalle avversità. Daria rimase, sino alla prematura morte in un incidente stradale nel 1963, al fianco del marito in tutte le sue traversie. Ricordiamo che gli Olsoufieff erano dei “russi bianchi”, zaristi rocciosi e orgogliosamente militaristi e, ovviamente, visceralmente anticomunisti; arrivati in Italia dopo la rivoluzione bolscevica misero salde radici partecipando con convinzione al clima patriottico del tempo. La sorella Olga sposò il marchese fiorentino Giovanni Vanni Corsini e lo seguì in Etiopia nel 1936; al crollo dell’Africa Orientale Italiana assieme al marito animò la resistenza antibritannica e finì internata in un campo di concentramento. A sua volta il fratello Alessio si arruolò volontario nella Regia Marina e nel’41 morì nell’affondamento dell’incrociatore Alberto da Giussano al largo di Capo Bon. Insomma, gente non comune.

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