Quando gli ultimi fascicoli desecretati sull’assassinio di John F. Kennedy sono apparsi sul sito degli Archivi Nazionali la scorsa settimana, il primo documento che ha interessato la stampa internazionale è stato il memorandum del giugno 1961 redatto da Arthur Schlesinger Jr., consigliere della Casa Bianca di Kennedy, intitolato “CIA Reorganization”. Tra le migliaia di pagine dei cosiddetti “JFK Files”, infatti, questo testo documento top secret si distingue per diverse ragioni. Scopriamo quali.
Il memo di Schlesinger sulla riorganizzazione della CIA
Il memorandum, citato da Abc News, affronta un tema cruciale inerente la Central Intelligence Agency: “La CIA oggi ha quasi tante persone sotto copertura ufficiale all’estero quante ne ha il Dipartimento di Stato”. Anche il New York Times ha dato risalto al documento, titolando: “Un assistente di Kennedy temeva che la CIA minacciasse il potere del Dipartimento di Stato“. Queste rivelazioni hanno immediatamente catturato l’attenzione, ma c’è molto di più da scoprire nella storia che questo memo racconta.
Il National Security Archive, l’organizzazione dedicata alla trasparenza governativa, ha messo in evidenza l’evoluzione del documento: ha confrontato una pagina 8 completamente censurata, come appariva nella prima desecretazione, con la versione ora integrale. Quest’ultima rivela il rapporto dettagliato di Schlesinger al presidente Kennedy, in cui si afferma che “il 47 percento degli ufficiali politici nelle ambasciate degli Stati Uniti erano CAS” – ovvero agenti sotto copertura diplomatica noti come Controlled American Sources (Fonti Americane Controllate). Schlesinger non si limitava a fornire numeri: metteva in guardia Kennedy sugli squilibri di potere che questa situazione creava.
L’influenza dell’intelligence
Ecco cosa scriveva il consigliere del presidente sullo strapotere dell’agenzia d’intelligence: “Talvolta il capo della missione CIA è nel Paese da più tempo, ha più denaro a disposizione, esercita maggiore influenza (ed è più abile) dell’ambasciatore”, scriveva Schlesinger, sottolineando l’impatto negativo della CIA sull’esercizio responsabile della diplomazia statunitense. “Spesso ha accesso diretto al Primo Ministro locale. A volte… persegue una politica diversa da quella dell’ambasciatore”, sottolineando come l’agenzia agisse per conto suo e slegata dai canali diplomatici tradizionali. Osservazioni che dipingono un quadro inquietante di un’agenzia che, in alcuni casi, sembrava operare come uno Stato nello Stato, scavalcando le autorità diplomatiche ufficiali.

Il rapporto tra Kennedy e la CIA si incrinò dopo la Baia dei Porci. Come nota Responsible Statecraft, dopo il clamoroso fiasco della CIA alla Baia dei Porci nell’aprile 1961, Kennedy si chiese: “Come ho potuto essere così stupido da lasciarli procedere?”, riferendosi proprio ai vertici dell’agenzia. Oltre al fatto che l’invasione statunitense di Cuba rappresentò un’atto di aggressione sconsiderato – in violazione del diritto internazionale e della sovranità cubana – il suo fallimento fu un’umiliazione devastante per Kennedy, a poche settimane dall’inizio del suo mandato alla Casa Bianca. Il presidente ritenne personalmente responsabili il direttore della CIA Allen Dulles e il suo vice per le operazioni segrete, Richard Bissell, accusandoli di averlo ingannato sulle reali possibilità di successo dell’assalto paramilitare mal pianificato. Travolto dalla rabbia e dalle implicazioni del disastro, Kennedy arrivò a dichiarare di voler “frantumare la CIA in mille pezzi e disperderla al vento”. Quelle parole non erano solo uno sfogo: il presidente avviò effettivamente una serie di deliberazioni segrete per smantellare le funzioni di intelligence, spionaggio e azione clandestina dell’agenzia, subordinandone le operazioni al Dipartimento di Stato.
Quella “rivoluzione” non si compì per via della morte di JFK. C’è proprio la CIA dietro il suo assassinio? Come riportato da InsideOver, tra i documenti desecretati spicca un memo, come riporta Newsweek, in gran parte già resa pubblica nel 2021 dall’ex Presidente Joe Biden, che riporta le affermazioni di Gary Underhill, un agente di che lavorò per la Central Intelligence Agency (CIA) in “incarichi speciali”. Underhill sosteneva che un “piccolo gruppo all’interno della CIA” fosse responsabile dell’assassinio di Kennedy. Il giorno dopo la morte di JFK, il 23 novembre 1963, Underhill lasciò Washington D.C. in fretta e furia per recarsi a casa di amici nel New Jersey, dove confidò loro le sue paure, dichiarando di temere per la propria vita. Meno di sei mesi dopo, l’8 maggio 1964, fu trovato morto nel suo appartamento a Washington, per un colpo di pistola alla testa. Il medico legale classificò il decesso come suicidio, ma le circostanze sollevarono dubbi mai del tutto chiariti.

