SEO PER IL GIORNALISMO ENTRA NELLA NEWSROOM ACADEMY

Quando si scrive e si parla di armi segrete e sperimentazioni militari durante la Seconda guerra mondiale, spesso e volentieri, la mente va subito al Terzo Reich e all’Impero giapponese. Berlino e Tokyo, separate dalla geografia ma unite dall’ideologia, dalla passione per gli esperimenti sugli esseri umani e dalla ricerca di super-armi di distruzione di massa.

Se la mente corre a subito all’Asse quando si scrive segreti militari è perché, del resto, non potrebbe essere altrimenti. Perché Berlino e Tokyo, insieme, diedero i natali ai più temibili scienziati pazzi dell’epoca: da Josef Mengele a Shiro Ishii dell’Unità 731.

Un paragrafo a parte, ad ogni modo, andrebbe dedicato anche agli Stati Uniti, i quali non furono da meno quanto ad esperimenti militari. Furono loro, del resto, a vincere la corsa all’atomica. Furono loro ad inaugurare gli studi sulla cosiddetta bomba tsunami. E sarebbero stati sempre loro, secondo una teoria del complotto dura a morire, a spianare la strada agli studi sull’invisibilità. Questa è la storia dell’esperimento Philadelphia.

Suicida o suicidato?

Miami, 20 aprile 1959. Dei passanti notano che all’interno di un’autovettura giace, privo di sensi da diverse ore, un uomo di mezza età. Ha gli occhi chiusi, sembra che stia dormendo, ma qualcuno preferisce avvertire le forze dell’ordine. È accasciato lungo i sedili in una posizione innaturale, scomoda. Troppo scomoda per non disturbarne il sonno, per non svegliarlo. Forse ha avuto un malore. I poliziotti, una volta giunti sul luogo, scopriranno la verità: è deceduto respirando il gas di scarico del veicolo.

La notizia dell’uomo morto, molto presto, fa il giro degli Stati Uniti. Perché quell’uomo non era un cittadino ordinario, una persona comune: era Morris Jessup, un conosciuto e popolare autore di libri fantascientifici ed ufologici. L’ufologia e l’archeologia misteriosa erano divenute di tendenza grazie alle opere di Jessup, che nei quattro anni precedenti aveva messo la firma su quattro libri – tra i quali il best seller The Case for the UFO – e, si vociferava, fosse in procinto di scriverne di nuovi.

Da almeno un anno, Jessup si era dato alla macchia. Era diventato schivo. Il divorzio con la moglie, del resto, lo aveva distrutto emotivamente. E sarebbe stata proprio la rottura con la moglie che, secondo gli inquirenti, lo avrebbe spinto a farla finita, ad entrare in macchina e ad uccidersi respirandone il gas di scarico. Caso chiuso, risolto. No. Il caso Jessup, di lì a breve, avrebbe sollevato un polverone negli ambienti del cospirazionismo nordamericano. Jessup non si era suicidato: era stato suicidato. E il motivo, per loro, era evidente: aveva portato l’opinione pubblica a conoscenza dell’esperimento Philadelphia, erudendo i profani dei segreti del sacro.

Philadelphia, la storia di un mito duro a morire

L’opinione pubblica statunitense aveva avuto modo di conoscere Morris Jessup fra il 1955, anno della pubblicazione del best seller The Case for the UFO, e il 1957, anno della sua richiesta di comparizione all’Ufficio per le ricerche navali (ONR, Office of Naval Research) del governo degli Stati Uniti.

L’incredulo Jessup fu chiamato dai militari proprio per discutere del suo libro, o meglio di una copia del suo libro. Qualcuno, qualche tempo dopo l’ingresso nelle librerie di The Case for the UFO, ne aveva inviato una copia alla posta dell’ONR. Nulla di male, se non fosse che quel qualcuno aveva riempito il libro di annotazioni deliranti su dischi volanti, razze aliene e viaggi nello spaziotempo, ammonendo chi di dovere che Jessup sarebbe stato prossimo a rivelare la verità sull’esperimento Philadelphia.

L’autore delle annotazioni non fu difficile da rintracciare: Carl Meredith Allen, anche conosciuto come Carlos Miguel Allende. Un ex membro della Marina mercantile degli Stati Uniti che in passato aveva avuto una corrispondenza con Jessup ruotante attorno ad un esperimento militare ultrasegreto di cui sarebbe stato testimone nell’ottobre 1943: l’invisibilizzazione del cacciatorpediniere di scorta USS Eldridge.

L’esperimento, condotto sotto l’egida di alcuni dei più eminenti cervelli dell’epoca – incluso Albert Einstein –, avrebbe condotto alla smaterializzazione dello USS Eldridge e al suo teletrasporto dai cantieri navali del Philadelphia a quelli di Norfolk, in Virginia. La vicenda, a detta di Allen, avrebbe avuto un epilogo tragico: metà dell’equipaggio scomparsa nello spaziotempo, l’altra metà viva ma impazzita.

La copia di The Case for the UFO con le annotazioni dell’elusivo Allen avrebbe avuto una notorietà maggiore dell’originale di Jessup, ispirando un’intera generazione di teorici del complotto, cercatori del mistero e ufologi. I più scettici, che avevano visto nell’esplosione del caso Philadelphia un’operazione pubblicitaria architettata da Allen e Jessup, sarebbero stati smentiti dagli eventi successivi: il primo non ricercò mai la visibilità, continuando a nascondersi dietro a pseudonimi e ad evitare giornalisti e interviste, il secondo dichiarò pubblicamente di non credere alla storia, spiegando di essere stato danneggiato dall’intera vicenda in quanto finito sotto i riflettori dell’ONR e ostracizzato dai colleghi – Jessup era un astronomo.

Ma perché i cospirazionisti avevano legato e continuano a legare il suicidio di Jessup con l’esperimento di Philadelphia? Perché verso la fine del 1958, dopo aver ripreso in mano il fascicolo Philadelphia e dato una lettura approfondita a quel The Case for the UFO targato Allen, lo scrittore e astronomo aveva annunciato di avere intenzione di dedicare un libro all’argomento. Aveva rivalutato il caso, spiegando di aver trovato delle prove a supporto delle dichiarazioni di Allen, ed era pronto a denunciare l’insabbiamento operato dalle autorità. Un insabbiamento che non avrebbe mai denunciato, come è noto, perché morto suicida il 20 aprile 1959. E da quel giorno, complice anche il tipo di decesso, l’esperimento Philadelphia è leggenda.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.