La data del 24 aprile 1915 è scolpita per sempre nella storia del popolo armeno. Quel giorno, infatti, è indicato convenzionalmente come la data di inizio del genocidio armeno, che in oltre due anni portò alla morte di almeno 1,5 milioni di persone appartenenti alle comunità stanziate tra il Lago Van e il confine siriano, nella parte orientale dell’Impero Ottomano. Per gli armeni è il “Grande Crimine”, per gli storici il primo importante genocidio del XX secolo.
Nel pieno della Grande Guerra prese forma un massacro che aveva già avuto i suoi precedenti negli ultimi anni dell’Ottocento e che si sommò ad altre stragi contro popolazioni come i greci e gli assiri destinate a produrre un computo complessivo di circa 2,5-3 milioni di morti. Gli armeni furono presi di mira in quanto popolo ritenuto “ostile” dai turchi, che li ritenevano una quinta colonna dell’Impero Russo con cui Costantinopoli era scesa in guerra nell’ottobre precedente. Contro di loro conversero le attenzioni di molti apparati di potere spesso confliggenti tra di loro.
Il massacro degli armeni
I nazionalisti del movimento dei “Giovani Turchi” spinsero per reprimere un popolo ritenuto allogeno, i radicali islamisti presero le mosse dall’invito alla guerra santa proclamato dal Sultano Muhammad V per lanciarsi contro un popolo cristiano (ma questo elemento è parso minore), i militari ottomani assecondarono i massacri in nome della presunta connivenza degli armenti col nemico e le élite curde sostennero l’azione della Sublime Porta per emergere come punto di riferimento politico nella regione.
Da quando nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915 l’élite armena della capitale dell’Impero fu arrestata e deportata e si iniziarono le “marce della morte” verso il deserto siriano e Deir ez-Zor delle popolazioni stanziate da secoli dentro il territorio anatolico il massacro proseguì in un crescendo continuo e autoalimentato.
Chi oggi si oppone al riconoscimento del massacro degli armeni come un genocidio fa leva sul fatto che non ci fu un progetto organico, simile a quello dell’Olocausto nazista contro gli Ebrei, e programmato in maniera efficiente per costruire una macchina della morte. Ma è una spiegazione insufficiente, che non toglie di mezzo l’obiettivo di fondo di cancellazione completa di un popolo che fu avallato dalle autorità ottomane. 110 anni dopo, la Turchia continua a tenere il punto sul tema, e spesso la scelta di nazioni e governi di prender posizione sul tema è fonte di scontri con Ankara.
I lutti del popolo armeno
Fece scalpore, nel 2015, l’attacco turco a Papa Francesco, quando il pontefice da poco scomparso citò esplicitamente come un “genocidio” il massacro degli armeni. Popolo costretto a essere spesso erratico e martire: nell’Impero ottomano un secolo fa la persecuzione ebbe i massimi livelli di violenza.
Ma anche oggigiorno, guardando a quel che è successo con la pulizia etnica degli armeni del Nagorno Karabakh dopo le guerre del 2020 e del 2023 vinte dall’Azerbaijan e conclusesi con l’occupazione della regione contesa o con la situazione precaria degli armeni di Siria dopo la conquista del potere degli uomini di Abu Mohammad al-Jolani non passa di mente l’idea che quello colpito 110 anni fa dal primo genocidio del Novecento resti un popolo in perenne lotta per la sua sopravvivenza e stabilità. I cui diritti dovrebbero essere al centro di un’agenda internazionale veramente compensativa di torti e lutti subiti.

