Il denaro e i beni degli ebrei deportati: il ruolo delle banche (e non solo quelle svizzere)

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Storia /

Abbiamo celebrato da pochi giorni l’ottantesimo Anniversario della Liberazione del lager di Auschwitz ad opera delle forze armate sovietiche. Questo luogo infernale, divenuto il simbolo stesso del crimine di genocidio perpetrato ai danni degli appartenenti alle comunità ebraiche europee, non deve mai farci dimenticare che tanti altri vi trovarono morte e sofferenze di ogni genere, come oppositori politici, omosessuali, testimoni di Geova, sinti e rom. Un aspetto forse meno attenzionato riguarda il denaro e gli altri valori di proprietà delle vittime, che rimasero a lungo depositati presso istituti bancari, senza che nessuno ne rivendicasse la proprietà, sovente per la semplice (e atroce) ragione che i titolari erano stati brutalmente assassinati.

La questione ebbe un certo risalto mediatico negli anni Novanta del secolo scorso, quando una serie di azioni legali furono promosse nei confronti di diversi istituti bancari svizzeri, indicati come custodi di quelle ricchezze, accompagnate dall’accusa di avere intrattenuto lucrosi rapporti di affari col Terzo Reich.

Quest’ultimo inciso merita qualche precisazione. Numerosi studi e approfondimenti hanno dimostrato come questa accusa, se così volessimo chiamarla, potrebbe essere rivolta a molti soggetti di varie nazionalità, compresi esponenti e circoli appartenenti alle nazioni alleate, le stesse che successivamente si sarebbero schierate contro la Germania di Hitler. Impossibile dimenticare le relazioni economiche (e i cospicui finanziamenti) che affluirono verso il Reich da diversi imprenditori e finanzieri occidentali, che cessarono solo con (e in alcuni casi anche dopo) lo scoppio delle ostilità.

Quei cinquantamila conti

Torniamo al nostro focus, vale a dire gli istituti bancari, non solo svizzeri come vedremo, che furono coinvolti nella questione dei beni delle vittime del genocidio. Una premessa è doverosa: nessuno può sostenere, in mancanza di prove, che ci fosse una diretta complicità da parte di istituti bancari o finanziari nel crimine di genocidio. Innanzitutto bisogna dire che spesso parliamo di denaro o altri valori depositati anni prima della guerra, per cui la buona fede non solo non può essere esclusa, ma al contrario può essere assolutamente presunta (fino a prova contraria). Un discorso analogo varrebbe anche per i beni rubati alle vittime in occasione delle deportazioni.

La stessa commissione indipendente incaricata delle indagini sulle banche elvetiche per il periodo 1933 – 1945, dovette riconoscere, nella relazione finale, che pur esistendo oltre cinquantamila conti che potrebbero avere avuto una correlazione con le vittime della Shoah, solo per la metà di questi esistevano significative probabilità che avrebbero giustificato la pubblicazione dei nomi dei titolari, in quanto possibili vittime.

Norman Finkelstein, storico e politologo statunitense, figlio di sopravvissuti al ghetto di Varsavia e ad Auschwitz, ha scritto nella sua opera più conosciuta, L’industria dell’Olocausto, che il comportamento delle banche americane fu molto peggiore di quello delle banche svizzere; l’autore dice questo citando una deposizione del 1997, resa dinanzi alla Commissione per le attività bancarie della Camera dei rappresentanti di Washington, di S.J. Rubin, docente universitario ed ex vice capo della delegazione statunitense nei negoziati con la Svizzera dopo il secondo conflitto mondiale, nell’ambito degli accertamenti circa i valori degli ebrei vittime dell’Olocausto, depositati presso le banche elvetiche.

Lo stesso Finkelstein ricorda come un componente della commissione ammise che eventuali verifiche nei riguardi delle banche USA, del tenore di quelle condotte verso gli istituti svizzeri, sarebbero costate in proporzione non milioni, ma miliardi di dollari. Nel 1998 venne istituita negli Stati Uniti una commissione consultiva presidenziale, guidata da Edgar Bronfman, per accertare la presenza di eventuali beni sottratti alle vittime dell’Olocausto giunti in possesso del governo statunitense.

La class action contro le banche svizzere

Finkelstein, citando Tom Bower, ricorda che diversi banchieri israeliani si rifiutarono di stilare elenchi dei conti “inattivi” intestati a ebrei. Sul punto occorre una precisazione: nel periodo bellico lo stato d’Israele non era ancora nato, e i corrispondenti territori erano sotto mandato britannico dagli anni Venti; fu in quella fase che diversi ebrei europei acquistarono appezzamenti di terra e/o aprirono conti correnti in terra di Palestina, in vista di una possibile immigrazione, che purtroppo in molti casi non ebbe luogo perché tanti di quegli sventurati perirono nella spirale concentrazionaria e genocidaria nazista.

Tornando alle banche svizzere, contro di loro fu promossa, sempre negli anni Novanta, una class action ad opera del Congresso ebraico mondiale, ma l’azione legale si estinse per effetto di un accordo extra giudiziale, che riconobbe un risarcimento pari a un miliardo e duecentocinquanta milioni di dollari per le vittime (e/o i loro eredi). Finkelstein tratta ampiamente dei reali destinatari di queste cifre, ma per questi aspetti rinviamo al suo libro.

Per parte sua, il governo statunitense corrispose negli anni Sessanta un risarcimento pari a cinquecentomila dollari in favore della Jewish Restitution Successor Organisation (JRSO), per quanto la commissione presidenziale Bronfman avrebbe poi ammesso che esistevano margini per ipotizzare scenari analoghi a quelli svizzeri.

Francia, Germania e Italia

Un altro capitolo interessante è quello concernente le banche francesi. Anche in questa nazione, nei primi anni Duemila, furono avviate una serie di indagini, che investirono decine di migliaia di conti bancari collegati a potenziali vittime dell’Olocausto, ma a differenza di quello che avvenne per gli svizzeri – che pubblicarono i dati riferiti a oltre ventimila conti correnti – gli istituti transalpini si appellarono alle norme sulla privacy per non procedere nello stesso senso. Nel suo libro, Finkelstein – la cui tesi di fondo resta quella di una strumentalizzazione della sofferenza delle vittime della Shoah per altre finalità – ravvisa motivazioni politiche nella evidente disparità di trattamento. Scenari che lo stesso autore propende per estendere al caso d’Israele, il cui governo, agli inizi degli anni duemila, ha avviato una serie di rimborsi in favore delle vittime della Shoah.

Naturalmente anche la Germania venne chiamata a fare la sua parte: negli anni Sessanta diverse imprese e banche tedesche erogarono riparazioni milionarie, così come fecero la loro parte l’Austria e l’Italia.

Le parole di Primo Levi

Ammesso e non concesso che si configurassero o meno delle responsabilità, dovremmo pur sempre parlare di ristrettissime élite appartenenti al mondo bancario o dell’alta finanza, che nulla toglierebbero alla portata dei crimini perpetrati ai danni di milioni di vittime innocenti, brutalmente deportate, torturate e (purtroppo) assassinate, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe. Ecco perché chiunque volesse utilizzare questi dati e queste riflessioni per fomentare qualunque forma di discriminazione o pregiudizio, troverebbe in chi scrive un fiero avversario, similmente a chi provasse a banalizzare o a giustificare certi crimini, con argomentazioni prive di ogni fondamento, prima ancora sotto il profilo umano, che scientifico.

La storia del Novecento e (purtroppo) del nuovo millennio è costellata di crimini e violenze di ogni genere – in tal senso risuonano come un monito le parole di Primo Levi: “Tutti coloro che dimenticano il loro passato, sono condannati a riviverlo” – e il dovere della memoria vale per ognuno di quei fatti. Il vero problema è che come scrisse Jack London: “Dalla creazione del mondo, la barbarie umana non ha fatto un solo passo verso il progresso. Nel corso dei secoli, l’abbiamo soltanto ricoperta con una mano di vernice, nient’altro.”

E, purtroppo, aveva ragione. Vale per i responsabili diretti, e per gli sciacalli al seguito.