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Una guerra si combatte su diversi fronti. Non c’è solo quello del campo di battaglia per antonomasia, sotto i colpi dei mitra nemici o con il rischio di bombe che piovono dal cielo, ma anche il fronte più o meno oscuro ma altrettanto importante dei servizi segreti. Operazioni fantasma, giochi di spionaggio e controspionaggio, agenti sabotatori e doppiogiochisti che combattono una guerra parallela. Parallela nei metodi ma non negli obiettivi: perché tutti lottano nella stessa direzione.

Anche nella Prima guerra mondiale il ruolo di questo mondo “segreto” fu fondamentale. Per l’Italia, la Grande Guerra è soprattutto fatta di trincee, battaglie sugli altipiani, il Piave e i ragazzi del ’99. Memorie vive di una generazione che tramandato, di padre in figlio, il ricordo di aver combattuto quella guerra. Ma altri episodi, altri eroi silenziosi, hanno reso possibile quella vittoria pagata con un immenso tributo di sangue.

Il problema dei sabotatori nemici

Uno di questi episodi è quello passato alla storia come il “colpo di Zurigo”. Un’azione che ha tutti i connotati di una spy story più romanzesca che reale, ma che invece è stata davvero il frutto di un complesso lavoro degli agenti italiani, in particolare della Regia Marina, impegnati a frenare un’ondata di attacchi e sabotaggi che stava mettendo in serio pericolo la tenuta delle forze armate italiane in patria.

Di questa storia, tanti elementi restano nell’oblio. Per discrezione, assenza di documenti, segreti di Stato e questioni taciute. La stessa serie di attacchi contro la flotta italiana rimangono avvolti nel mistero: tra verità presunte, verità dette a mezza bocca e verità ufficiali. Qualcuno ritiene che l’affondamento del Brin e del Leonardo da Vinci furono opera di sabotatori austriaci o, peggio ancora, di traditori italiani. La versione ufficiale – confermata da documenti anche britannici – parla di reazioni dovute all’instabilità dei nuovi esplosivi e all’assenza di esperti che sapessero maneggiare con cura quelle nuove armi caricate a bordo delle navi. Ma il sospetto che dietro vi fosse la mano di agenti nemici è rimasto sempre costante, tanto che già allora si iniziò a parlare di vendetta.

Il colpo nel consolato di Zurigo

Il controspionaggio decise, dopo gli ennesimi colpi subiti in patria, che era il momento della svolta. Non si trattava soltanto di difendersi, ma di contrattaccare: un colpo chirurgico e definitivo nel cuore della rete di spie dell’Impero. La scelta ricadde su Zurigo, dove il Servizio informazioni della Regia Marina aveva individuato, grazie a un doppiogiochista italiano, la centrale operativa dell’Evidenzbureau, il servizio di spionaggio militare austroungarico. Al vertice della base era il capitano Rudolf Meyer, e il suo ufficio era nel consolato austro-ungarico, tra la Seidengasse e il numero 69 della Bahnhofstrasse.

Una volta individuato l’obiettivo, il Servizio Informazioni si mise all’opera. I pedinamenti e la ricerca di informazioni durarono settimane, se non mesi. Bisognava capire gli orari di tutti i dipendenti, dei guardiani e del comandante Mayer. Nulla doveva essere lasciato al caso. E soprattutto, servivano i calchi delle serrature di ogni porta che doveva essere aperta per accedere all’ufficio del capo degli 007 austriaci. L’obiettivo era mettere le mani su una cassaforte che secondo il doppiogiochista italiano era piena di documenti che potevano scoperchiare l’intera rete di spie. A capo delle operazioni di Zurigo, il comandante Marino Laureati e, sul campo, il capitano Pompeo Aloisi. Insieme a loro il tenente Ugo Cappelletti, l’ingegnere Salvatore Bonnes, Stenos Tanzini, ma soprattutto due civili: il miglior scassinatore italiano presente nelle patrie galere, Natale Papini, e Remigio Bronzin, irredentista triestino che lavorava a Milano e che da fabbro esperto di serrature accettò l’incarico semplicemente per poter combattere il nemico austriaco.

Una volta ottenuti i calchi dall’infiltrato al consolato austro-ungarico di Zurigo, il gruppo di italiani aveva ora le chiavi per accedere dentro l’edificio. L’operazione poteva partire e così l’unità di spie iniziò il lavoro per penetrare nella centrale operativa nemica. Insieme a loro anche Papini, convinto dagli ufficiali italiani a rientrare in missione dopo una breve defezione.

Via alle operazioni

Gli uomini dei Reparto Informazioni e i due “addetti” all’apertura della cassaforte di Meyer avevano tutto il necessario, ma il primo tentativo andò a vuoto: c’era un’altra porta e mancava la chiave. Il rischio di far saltare la copertura era troppo alto e si doveva attendere la realizzazione della chiave dopo aver preso il calco nella notte.

Qualche giorno dopo, quando ormai era notte, i quattro che prendevano porte all’operazione si ritrovarono davanti al consolato. Tutto procedeva secondo i piani. Papini e Bronzin iniziarono le operazioni del taglio coprendo la cassaforte con una tela cerata che evitasse di far vedere il bagliore della fiamma-ossidrica. Ma le cose non erano affatto così semplici. Come racconta Claudio Rizza sul numero di giugno 2019 della Rivista Marittima, “non appena praticato il primo foro nello sportello, la fiamma del cannello si spense a causa della presenza, nell’intercapedine, di un’imprevista sostanza chimica che, con il calore, sprigionava gas tossico”. Impossibile tornare indietro: si continuava nonostante il fumo tossico. Gli “scassinatori” di Zurigo lavorano incessantemente per ore, tra gas venefico, vetri oscurati per non farsi vedere, protezioni di fortuna per evitare l’intossicazione e nel silenzio tombale. Il sudore colava sulla fronte degli uomini che fendono col fuoco quella cassaforte che non voleva sapere di aprirsi, finché a un certo punto arrivò il rumore che fece capire di essere arrivati alla meta.

Davanti agli italiani che circondano la cassaforte, un tesoro: nomi di spie e traditori, elenchi di azioni compiute o da compiere, linee di comando, e poi oro, gioielli, soldi. Tra le loro mani avevano un tesoro di valore inestimabile, che per l’Italia significava la fine dei sabotaggi e della conta dei morti uccidi per mano di doppiogiochisti e traditori. Presi i documenti, l’unità partì da Zurigo e andò a Berna, per poi fare ritorno in patria. I documenti vennero spediti direttamente a Roma e due giorni dopo erano sul tavolo degli alti comandi della Regia Marina, dei servizi e del governo. La rete di traditori era stata svelata: polizia e Carabinieri fecero scattare un’imponente retata in tutta Italia che ridusse notevolmente le capacità dello spionaggio austro-ungarico. La rete di Mayer era stata smantellata sotto i suoi occhi. Mentre gli italiani, con un ultimo gesto da gentiluomini, si narra che inviarono al comandante austriaco i gioielli privati rinvenuti nella cassaforte. A Roma servivano i nomi: gli oggetti del capitano austriaco potevano tornare a casa.

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