Il caso Moro e l’Italia “sorvegliata speciale” nella Nato. Parla Vincenzo Scotti

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Storia /

Due minuti, al massimo tre. E una pioggia di piombo a stroncare la vita dei cinque agenti della scorta e a deviare per sempre il corso della storia del nostro Paese. Sono passati 46 anni da quel 16 marzo 1978 quando, in via Mario Fani, a Roma, un commando delle Brigate Rosse sequestra il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro. Un evento che arresta la crescita politica dell’Italia sino al tragico epilogo, il 9 maggio 1978, quando il cadavere dello statista sarà ritrovato nel bagagliaio di una Renault 4 in via Michelangelo Caetani, nel centro di Roma. 

Nel 1978 Vincenzo Scotti, classe 1933, deputato dal 1968, è un politico emergente della DC con alle spalle già un incarico di Sottosegretario al Bilancio, il primo gradino di una carriera che lo vedrà ricoprire più volte la carica di ministro. Dal 16 ottobre 1990 al 28 giugno 1992 siede al Viminale, ministro degli Interni di un periodo delicatissimo. Un uomo politico di esperienza e, ancora oggi, di grande lucidità. La stessa che infonde nelle pagine del suo ultimo libro “Sorvegliata speciale. Le reti di condizionamento della Prima Repubblica” scritto con Romano Benini ed edito da Rubbettino, in cui attraverso gli atti della magistratura, le analisi storiche e dei documenti declassificati dalla intelligence italiana e straniera, si dipana il filo di una storia d’Italia che ha nel sequestro e nell’uccisione di Aldo Moro un nodo decisivo. 

Sono passati 46 anni dall’agguato di via Fani: perché il caso Moro resta tale, cioè insoluto?

“L’omicidio Moro è una ferita aperta che però fa parte di un contesto politico più ampio, non solo italiano o europeo ma anche mondiale. Per capire quello che è avvenuto nel nostro Paese bisogna capire il contesto e soprattutto i condizionamenti politici che hanno giocato un ruolo decisivo. Condizionamenti che sono legati all’accordo di Yalta, quando dopo la guerra l’Europa è stata divisa da Usa e Urss in due grandi zone di influenza”. 

Sono queste le reti di condizionamento della Prima Repubblica di cui parla nel libro?

“Sono tutte quelle che noi abbiamo avuto, soprattutto sotto il profilo dei condizionamenti politici. L’Italia è stata fedele alleata degli Stati Uniti e del mondo atlantico ma ha avuto anche il coraggio di esprimere opinioni, tendenze e sollecitazioni diverse. In questo senso Aldo Moro, e prima di lui Alcide De Gasperi, le hanno sviluppate. Le cose che vengono dal passato servono a capire come fronteggiare la situazione attuale, capire che cosa è il nostro interesse, capire quale è l’unità del nostro Paese possibile in Europa e nel mondo”. 

Quali sono secondo lei le vere ragioni alla base del sequestro e dell’omicidio dello statista?

“Per Moro abbiamo parlato sempre del rapporto tra lui e il Partito Comunista e dell’ingresso di quest’ultimo nel governo ma in realtà lo scontro maggiore è a livello internazionale. È il mediterraneo il vero problema, una questione geopolitica che esplode e che vede il contrasto tra Moro e Henry Kissinger”.

Torniamo dunque all’ingerenza internazionale sulla vita dell’Italia?

“L’Italia è stata una sorvegliata speciale perché in quegli anni i servizi segreti stranieri hanno seguito molto le vicende del Paese e soprattutto hanno interferito in esse”.

In questo senso la desecretazione dei documenti di quel periodo storico può aiutare a fornire delle risposte? 

“Sta avvenendo lentamente ma copre dei buchi e facilita quello che è necessario in Italia, una coesione del Paese diversa e forte per affrontare le sfide che sono quelle della trasformazione tecnologica e della trasformazione economico finanziaria, della criminalità organizzata ma anche delle pressioni della cultura e delle religioni sulla vita del mondo di oggi”.

Quale lezione si può trarre da quel passato per l’Italia di oggi?

“Bisogna cercare di capire cosa è stato lo sviluppo economico del nostro Paese, cosa è stato lo scontro tra diverse visioni. Per capire oggi bisogna conoscere e cercare di scalfire, entrando nel merito e non avendo preoccupazione di leggere sino in fondo le tappe della crescita dell’Italia, un Paese che è diventato moderno sotto la spinta di trasformazioni di cui Moro è un punto di riferimento. Abbiamo da coprire un vuoto di conoscenza che si è arricchito tanto negli ultimi tempi e dobbiamo guardare al futuro con questa forza, la forza di un Paese che è riuscito a diventare moderno a grandi livelli ma con un costo altissimo”.