Vogliamo raccontare gli orrori di Tito a Goli Otok, l’isola a due passi dall’Italia dove il maresciallo Tito imprigionò 30mila oppositori, tra cui centinaia di italiani.
Vogliamo farlo attraverso lo sguardo del fotografo tre volte vincitore del World Press Photo, Ivo Saglietti, e le parole di Matteo Carnieletto, responsabile di InsideOver.
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Da lontano Goli Otok sembra un’isola come tante, forse solo un po’ più brutta. Guardandola mentre solcavano il mare, gli uomini hanno iniziato a chiamarla “isola calva” perché su questo scoglio che sorge in mezzo all’Adriatico ogni forma di vita fatica a crescere. La natura infatti – fatta eccezione per alcuni arbusti ostinati – si spegne in poco tempo. D’estate il sole martella le rocce. D’inverno la bora le ghiaccia. Nessuno ha mai provato ad abitare qui. Nessuno ha mai osato restare più di qualche giorno a Goli Otok. Almeno fino al 1948.

In quell’anno, infatti, ci furono insoliti viaggi verso l’isola. Moltissimi dissidenti – per lo più jugoslavi rimasti fedeli all’Unione sovietica, e pure centinaia di italiani – vennero portati nel campo di rieducazione che Josip Broz Tito, il Maresciallo, aveva allestito in fretta e furia con lo scopo di “rieducarli”.

Che colpa avevano queste persone? Perché finirono in uno dei peggiori campi di concentramento che la storia ricordi? Erano comunisti di stretta osservanza che, per un tragico gioco del destino, si erano trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. Nel 1948, infatti, si era consumato lo strappo tra l’Unione sovietica e la Jugoslavia socialista e chi decise di stare con l’Urss venne internato da Tito perché percepito come un nemico del popolo. Scrive Orietta Moscarda Oblak: “La maggioranza, tra cui molti immigrati politici (in primis i “monfalconesi”) venuti in Jugoslavia a ‘costruire il socialismo’, si schierarono dalla parte di Stalin. (…) Nei confronti dei ‘cominformisti’ le autorità jugoslave avviarono una violenta epurazione, che lasciò ai comunisti italiani, schieratisi quasi compattamente con Stalin, la sola via dell’emigrazione, attraverso la richiesta d’opzione a favore della cittadinanza italiana prevista dalle clausole del Trattato di pace, quale possibilità di scampare ai processi, alle condanne al ‘lavoro socialmente utile’ e alla deportazione nel campo di prigionia dell’Isola Calva (Goli Otok)”.

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CAUSALE: Reportage Goli Otok
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Immaginare la vita in questo campo di concentramento è quasi impossibile, nonostante i ricordi di chi ha avuto la sventura di finire sull’isola siano più lucidi che mai. Una sorta di girone infernale dove tutto doveva esser fatto di fretta, come ricorda Silverio Cossetto: “Tutto il lavoro doveva esser fatto sempre di corsa. Chi, come me, non era abituato ai lavori pesanti se la passava veramente male. Per ogni minima infrazione erano pronte le più severe punizioni. Tutto era predisposto al fine di demolire, non solo fisicamente, ma soprattutto moralmente anche la più forte personalità. A questo scopo erano stati studiati ogni sorta di espedienti, tra i quali figurava anche la sete”. Ma non solo: le botte accompagnavano i detenuti. Si veniva accolti dal cosiddetto kroz stroj, ovvero “attraverso la fila”, un tunnel in cui coloro che si trovavano da più tempo sull’isola pestavano i nuovi arrivati. Il lavoro serviva ad annichilire non solo il corpo, ma anche l’animo dei detenuti, affinché si convertissero al socialismo jugoslavo. Gli anni del terrore furono sette e tutti in autogestione, come ricorda Eligio Zanini: “Si venne a sapere in seguito che tra i campi organizzati dai vari regimi totalitari i nostri erano di gran lunga i più efficienti, in quanto erano gli stessi detenuti a controllarsi, bastornarsi, denunciarsi e autoamministrarsi, facendosi del male tra di loro”.

Oggi Goli Otok è tornata ad essere l’isola calva, abitata solamente di arbusti e pietraie. Le baracche dove trovavano effimero riposo i detenuti sono ormai distrutte e le barche la guardano con diffidenza. Restano soltanto i fantasmi di un orrore dimenticato. Che però non è mai scomparso.