Il 15 agosto 1971, esattamente mezzo secolo fa, mentre il mondo era in vacanza, l’allora presidente degli Usa Richard Nixon annunciava in televisione una nuova politica economica che avrebbe rivoluzionato il sistema monetario mondiale. Pochi se ne accorsero allora e il 15 agosto è un anniversario celebrato solo da chi si occupa professionalmente di finanza. Eppure ha cambiato anche il nostro stile di vita. Cosa annunciò Nixon, in quello che ora è passato alla storia come “Nixon shock”? Sospese “temporaneamente” la convertibilità del dollaro in oro. Da allora la moneta cessò di essere un sistema di scambio basato sull’oro, come era sempre stato, ma una nota di credito il cui valore è interamente basato sulla politica monetaria degli Stati e delle banche centrali. E, in ultima istanza, nella fiducia che tutti noi riponiamo in queste istituzioni.

Allora erano in vigore, dal 1945, gli accordi di Bretton Woods, un sistema detto di “gold exchange standard”. Non era più un “gold standard” puro in cui la moneta poteva essere emessa solo in proporzione alle riserve auree possedute dallo Stato ed era convertibile in ogni momento da qualsiasi portatore. Già nella Prima Guerra Mondiale gli Stati belligeranti avevano dovuto emettere molta più moneta rispetto alle riserve auree effettivamente possedute e il gold standard era in declino. La novità del gold exchange standard, negoziato nel 1944 a Bretton Woods, nel New Hampshire (in piena Seconda Guerra Mondiale) ed entrato in vigore nel dicembre 1945 (a guerra appena conclusa) era la dollarizzazione. La valuta di riferimento divenne il dollaro, le altre valute erano legate al dollaro da un sistema di cambi fissi e il dollaro stesso poteva essere emesso in base alle riserve auree disponibili. Solo il dollaro, dunque, poteva essere convertito in oro e solo le banche centrali potevano compiere questa operazione.

La “sospensione temporanea” della convertibilità del dollaro fu decisa da Nixon durante la guerra del Vietnam. I costi del lungo conflitto (iniziato nel 1959 ed entrato nella sua fase culminante, con l’intervento militare diretto americano, nel 1965) e, contemporaneamente, la spesa sociale aumentata a causa del programma della Great Society del presidente Johnson, avevano costretto la Federal Reserve (la banca centrale statunitense) a emettere molta più moneta rispetto alle riserve auree, come nelle due guerre mondiali. Il dollaro, inflazionato, stava perdendo valore ed era sempre più soggetto alla speculazione internazionale.

Per motivi che oggi chiameremmo “sovranisti”, il presidente Nixon, un Repubblicano, decise di prendere il controllo della politica monetaria in modo più diretto. Nel suo storico annuncio televisivo Nixon fu cautamente ottimista sulla prossima conclusione del lungo conflitto in Vietnam e lanciò un programma economico per una “nuova prosperità” nella pace che ne sarebbe seguita. Per aumentare l’occupazione, tagliò le tasse che gravavano sul lavoro, per combattere l’inflazione impose dei controlli per congelare i prezzi, per proteggere la produzione americana introdusse dei dazi e, infine, per stabilizzare il dollaro e proteggerlo “dagli speculatori”, che a suo dire erano gli unici che stavano guadagnando dalla crisi, sganciò il dollaro dall’oro. Non ci volle più di un anno prima che il sistema nato a Bretton Woods nel 1944 collassasse in tutto il mondo.

A cinquant’anni di distanza, gli effetti a lungo termine dello “choc” nixoniano sono ancora oggetto di dibattito. Le banche centrali e gli Stati sono molto più liberi di controllare l’emissione della moneta. Per sostenere la crescita e l’occupazione è ormai prassi consolidata aumentare la liquidità. Così ha fatto Alan Greenspan (che pure era “nato” come sostenitore del gold standard) dopo  l’11 settembre 2001, così come Ben Bernanke dopo la Grande Recessione del 2008 e infine Jerome Powell, attuale presidente della Fed nell’America che sostiene il disastro economico causato dalla pandemia di Covid-19.

Il discorso di Mario Draghi del 2012, in piena crisi dei debiti sovrani, passato alla storia per l’espressione “Whatever it takes” e alla base delle iniezioni di liquidità della Banca centrale europea, è possibile solo in un sistema monetario completamente sganciato dall’oro. Questo è l’aspetto che gli economisti neo-keynesiani, monetaristi e anche teorici di scuole minoritarie, come la MMT (Modern Monetary Theory, nuova versione del vecchio “cartalismo”) ritengono comunque uno sviluppo positivo. Anche se si dividono su quanta liquidità immettere nel sistema e sull’opportunità di mantenere o meno l’indipendenza della banca centrale, piuttosto che sottoporla al controllo diretto del governo, concordano sul fatto che la moneta sia fiduciaria (“fiat money”) e non vincolata a una “commodity” fisica, come l’oro.

I risultati diretti di queste politiche sono eclatanti. La liquidità globale, M2 (moneta, più i depositi in conto corrente, più tutte le attività ad elevata liquidità e valore certo), è cresciuta di 5 volte in un quarto di secolo, da 20mila a 100mila miliardi di dollari statunitensi. Soprattutto negli ultimi 20 anni, iniezioni di liquidità senza precedenti in occasione della Grande Recessione e della crisi dovuta alla pandemia, hanno portato ad un vero e proprio cambiamento di sistema. Assieme all’iper-liquidità è anche esploso il debito pubblico mondiale che, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, attualmente ammonterebbe a 277mila miliardi di dollari Usa, pari al 365% del Prodotto Interno Lordo mondiale. È sostenibile un sistema così indebitato? Secondo una scuola economica di minoranza, la Scuola Austriaca di Economia, corriamo rischi inaccettabili.

Oltre ai parametri macro-economici, i cinquant’anni che ci separano dal discorso di Nixon hanno portato ad un peggioramento del tenore di vita generale e a un aumento sensibile delle disuguaglianze fra ricchi e poveri. Questo processo non va inteso in senso assoluto: salvo rari casi, quasi mai abbiamo assistito a un impoverimento generale della società. Semmai, si è sempre meno ricchi di quel che avremmo potuto essere, se si fosse mantenuto il sistema precedente. Secondo i calcoli dell’Economic Policy Institute, la produttività negli Usa è cresciuta del 246% dal 1948 al 2017, i salari del 115%. Ma mentre, fino al 1971 salari e produttività crescevano di pari passo (in alcuni momenti, nei primi anni ’50, i salari sono cresciuti più rapidamente rispetto alla produttività), il divario diventa sempre più grande dopo il 1971.

Altro indicatore utile è la disuguaglianza. Secondo i calcoli di un economista marxista, Thomas Piketty, dal 1971 al 2010 la quota di reddito nazionale lordo detenuta dal decile più ricco è passata dal 35 al 45-50%. Piketty attribuisce l’aumento della disuguaglianza alle politiche “neoliberiste”, ma è curioso che invece coincidano con il cambiamento del sistema monetario americano (e mondiale). In un sistema in cui la Banca centrale ha il pieno controllo sulla moneta, chi è più “vicino” al sistema finanziario e allo Stato tende ad arricchirsi di più rispetto agli altri produttori.

Terzo: i dati dell’inflazione cumulativa negli Usa, mostrano come sia rimasta sostanzialmente stabile fino al 1971 (salvo alcuni picchi dovuti alle guerre), ma in crescita costante dopo il 1971. Se è cresciuta dal 98% al 306% dal 1920 al 1970, dal 1971 al 2015 è cresciuta dal 306% al 2326,6%. L’inflazione funziona come una tassazione invisibile: riducendo il potere di acquisto, erode i risparmi.

Infine, ma non da ultimo, i fenomeni di iperinflazione sono enormemente aumentati dopo l’introduzione del nuovo sistema. Ce n’erano stati sei dal 1916 al 1921, fra cui la famosa iperinflazione tedesca, cinque dal 1941 al 1946, in occasione della Seconda Guerra Mondiale. Ma dopo il 1971 se ne contano ben 28 dal 1971 al 1996 e altri due (Zimbabwe e Venezuela) dopo il 2000. Uno storico non può fare a meno di notare che l’instabilità monetaria sia enormemente aumentata dopo lo “shock” nixoniano.