I Vichinghi in America. Una grande storia di mare (e di mutazioni climatiche)

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Storia /

Nel gran parlare e discutere di riscaldamento globale – un dibattito purtroppo sempre meno scientifico e sempre più ideologico – varrebbe talvolta la pena di guardare all’indietro ed esaminare con ponderata prudenza le lezioni del passato.

Facciamo dunque un passo all’indietro ed esaminiamo i fatti. Il dissolvimento dell’impero romano d’Occidente, un fatale arretramento di Civiltà, coincise con l’avanzare della “piccola glaciazione” della tarda antichità, un fenomeno naturale iniziato nel 536 d.C., “l’anno senza estate”, e protrattosi almeno sino al 750-800 sino al lento inoltrarsi dell’optium climatico medievale dell’anno Mille. Una lunghissima regressione che per 300 anni e più determinò guerre, epidemie, fame: le città rovinarono, le campagne si desertificarono e le grandiose strade consolari divennero intransitabili. Il momento più cupo dell’Europa.

Solo alla vigilia dell’anno Mille l’emisfero settentrionale iniziò a riscaldarsi di uno-due gradi, con punte, nel profondo Nord di quattro gradi: l’optimum climatico medievale. Il fenomeno ebbe effetti straordinari: il grano iniziò a crescere in Scandinavia, l’uva in Inghilterra, il fico o l’olivo in Germania.

L’anomalia climatica sciolse i ghiacci dell’estremo Nord e permise ai vichinghi di iniziare una sorprendente espansione sia verso meridione sia oltre il Circolo polare artico, l’estremo settentrione. Una storia esemplare. Con i loro agili drakkar i marinai scandinavi raggiunsero terre sino allora impenetrabili come le isole Svalbard, l’Islanda (costituendo nel 920 una colonia di oltre 30mila abitanti) e la Groenlandia (il primo insediamento sull’“isola verde” è del 978). Una grande avventura culminata attorno all’anno Mille da un ulteriore balzo dalla Groenlandia sino al Canada, il mitico Helluland, “la terra delle pietre piatte” o Marckland, “la terra dei boschi”, Vinland, “la terra del vino”.

Una volta sbarcati nel “mondo nuovo” i vichinghi – come confermarono gli scavi fatti nel 1960 dagli archeologi norvegesi nella baia di Anse aux Meadows nell’isola di Terranova e ribaditi nel 2021 da ulteriori ricerche scientifiche – fondarono un insediamento venendo a contatto con gli Skraeling (indiani appartenenti probabilmente alla tribù degli Innu del Labrador). Secondo i frammentari resoconti, i viaggi condotti verso il Nord America continuarono al lungo sebbene fossero caratterizzati, anche a causa delle lunghe distanze, da una notevole discontinuità e dai difficili rapporti con i nativi.  Poi all’improvviso tutto s’interruppe. Le condizioni climatiche peggiorarono e i mari divennero sempre più freddi e pericolosi. La rotta per Vinland venne chiusa.

Un passaggio epocale. Era iniziato il lento ma inesorabile evaporarsi dell’optimum climatico medievale, un fenomeno, secondo gli studiosi, determinato dall’eruzione nel 1269 del vulcano Samalas in Indonesia, forse la maggior catastrofe del millennio seguita da altre di portata poco minore nel 1269, nel 1276, nel 1286. Dall’Asia una pellicola di solfati coprì gli strati più alti dell’atmosfera schermando i raggi solari impedendo loro di penetrare nell’atmosfera stessa. L’intero pianeta iniziò a raffreddarsi costringendo l’Europa – e in modi differenti la Cina e il mondo islamico – a superare schemi obsoleti, accelerare i processi verso tecnologie e infrastrutture nuove e a perfezionare le reti mercantili.

I primi a farne le spese furono gli sperduti coloni scandinavi in Groenlandia. In pochi anni la remotissima “terra verde” si ghiacciò costringendo gli ultimi vichinghi ad abbandonare le ricche zone di pesca tra la Terranova e l’isola di Baffin e chiudere i loro stabilimenti settentrionali. Il tutto con gran profitto, come scrive Paolo Grillo nel suo saggio sulla globalizzazione medievale (Le porte del mondo, Mondadori, 2019), dei marinai italici che, “costeggiando la penisola iberica e il golfo di Biscaglia, riuscirono a creare un collegamento regolare via mare con le Fiandre e con l’Inghilterra per acquistare lana e drappi e vendere i prodotti mediterranei, asiatici e africani. Fra questi ultimi vi erano gli avori africani, che cominciarono ad affluire sui mercati settentrionali, fino a quel momento monopolizzati dalle zanne di tricheco, e a fare loro una spietata concorrenza, dato che erano più grandi, potendo talvolta raggiungere anche i tre metri di lunghezza, contro i 70-80 centimetri al massimo delle loro rivali nordiche, e di migliore qualità”. Con giustificato sollievo dei simpatici trichechi, ai nordici non rimase che ripiombare nella marginalità artica per riconvertirsi alla pesca oceanica e alla lavorazione dello stoccafisso. 

Di quella breve stagione vichinga, una parabola atlantica tutta consumata nel “periodo mite”, rimangono poche testimonianze, per lo più racchiuse nelle saghe norrene. Di certo, come scoperto nel 2021 da un gruppo di studio dell’Università degli Studi di Milano, a metà del Trecento, un secolo e mezzo prima dell’impresa colombiana, l’esistenza di una terra al di là dell’Atlantico era una possibilità già nota ai sapienti italiani. Esaminando i manoscritti del domenicano Galvano Fiamma, autore di cronache nel periodo visconteo (tra tutte la Cronica universalis, scritta nel 1340), i ricercatori hanno trovato precisi riferimenti a viaggi marittimi oltre la Groenlandia verso Marckalada, la mitica Markland delle saghe scandinave. Medesimo il nome, con le normali variazioni grafiche; medesima la localizzazione a ovest della Groenlandia; analoga la descrizione, che unisce vari tratti ascritti dalle saghe all’una o all’altra delle terre ultratlantiche. È quasi certo che le notizie riprese da Galvano giunsero da Genova portate dai navigatori liguri che commerciavano con l’estremo Settentrione. Appunti, sebbene imprecisi e vaghi, che aiutano a meglio comprendere la visionaria determinazione di Cristoforo Colombo.