Eugenio Maria Giuseppe Giovanni Pacelli, classe 1876, fu il 260° Papa in uno dei periodi più tragici e controversi della storia contemporaneo. Nato in una nobile famiglia romana, da sempre vicina alla curia – il padre Filippo era uno degli avvocati della Sacra Rota – abbracciò il sacerdozio sin dalla prima giovinezza. Ordinato nel 1899, entrò quasi subito nella segreteria di stato, studia già da papa dissero i maligni, e nel 1917 fu consacrato Vescovo e avviato alla carriera diplomatica come nunzio apostolico; inviato prima in Baviera, sarebbe poi stato nominato ambasciatore della Santa sede presso il governo tedesco.
Pacelli amò sempre la Germania, un fatto che secondo qualcuno potrebbe aver influenzato la sua politica verso il Terzo Reich. La verità è che il futuro papa proveniva da un ambiente conservatore, che avversava i movimenti rivoluzionari – durante la sua permanenza in Baviera, nel 1919 aveva assistito al tentativo di presa del potere da parte dei comunisti – e se intravvide nei regimi fascisti una barriera contro il dilagare del bolscevismo, questo non basta per fare di lui un papa “fascista”.
Nel 1930 fu richiamato a Roma, dove assieme alla porpora cardinalizia divenne l’incarico di Segretario di Stato, il più importante nella gerarchia vaticana dopo il Papa; in questa veste fu lui che nel 1933 firmò il Concordato con la Germania di Adolf Hitler, accordo che non impedì pochi anni dopo al governo nazista di perseguire apertamente la Chiesa, con arresti e violenze di ogni tipo.
Nonostante i rapporti sempre più tesi, Pacelli cercò sempre un accomodamento con Berlino – probabilmente la mediazione diplomatica rimase sempre un tratto saliente della sua politica – il che non gli impedì, nel 1937, di contribuire alla stesura dell’enciclica di Pio XI “Mit Brennender Sorge” (con viva ansia), che denunciava le persecuzioni del clero tedesco da parte del regime nazista.
Soprannominato il “cardinale volante” per i frequenti viaggi all’estero, quando nel 1939 Pio XI morì il conclave fu breve e poco combattuto. La lunga esperienza diplomatica e nella curia faceva di Pacelli il candidato ideale, e dopo pochi scrutini fu eletto Papa, col nome di Pio XII, il 2 marzo del 1939. Si narra che poco prima della morte, Achille Ratti stesse per dare alle stampe una nuova enciclica, Humani generis unitas, che condannava apertamente la politica razziale (intrapresa nel 1938 anche dall’Italia fascista), ma la morte ne bloccò la pubblicazione, perchè Pacelli ritenne di non darvi seguito. Il 24 agosto 1939, parlando alla radio disse inascoltato come “Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra!”. Resta famosa la sua visita ai romani bombardati del luglio 1943.
Una delle maggiori critiche rivolte al suo pontificato riguarda il silenzio riguardo lo sterminio degli ebrei europei. Pacelli lo sapeva, per lo meno dal 1942, grazie alle denunzie fatte a Londra dall’ufficiale polacco Jan Karski, e riprese da diversi organi di stampa e ai resoconti del sacerdote don Pirro Scavizzi e del monsignor Andrej Szeptycki.
Non è del tutto vero che Pacelli rimase silente. In una delle sue prime encicliche, Summi Pontificatus, è possibile leggere una serie di prese di posizione contro il razzismo, e nel messaggio natalizio del 1942, diffuso dalla radio vaticana, parlò del tragico destino di “… centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento”. Pacelli fu l’unica autorità a restare nella capitale dopo l’armistizio del settembre ’43, nonostante circolassero voci circa un presunto piano nazista per rapirlo e deportarlo in Germania; si narra che Pacelli avesse autorizzato i cardinali, in una simile evenienza, a considerarlo dimissionario e ad eleggere un nuovo papa. E nei lunghi mesi dell’occupazione, la Chiesa si adoperò in molti modi per fornire aiuto e assistenza agli ebrei romani, molti dei quali trovarono rifugio in istituti, conventi e monasteri. Ugo Foà, allora rabbino capo di Roma, raccontò che quando i tedeschi imposero alla comunità ebraica della capitale un riscatto pari a 50 chili d’oro per risparmiarla dalla deportazione, la Chiesa ne donò venti.
Questo ennesimo inganno non impedì l’infamia del rastrellamento del ghetto del 16 ottobre 1943. La Chiesa non fece una pubblica denuncia – a parte l’intervento della diplomazia vaticana presso l’ambasciatore tedesco – nonostante il 17 dicembre 1942 la Santa sede avesse firmato, assieme a tutti gli alleati – compresi i sovietici – una dichiarazione di condanna degli eccidi.
Tuttavia, criticare questo atteggiamento senza tener conto dei fatti non appare corretto. Premesso che non è affatto detto che una dichiarazione ufficiale del papa avrebbe mutato il corso degli eventi – assai più utile sarebbe stato il bombardamento alleato delle linee ferroviarie che portavano gli sventurati allo sterminio – ma soprattutto avrebbe potuto scatenare (col precedente olandese) nuove persecuzioni nei confronti dei cattolici, oltre a impedire alla Chiesa di fare tutto il possibile per salvare molte vite. Il 29 novembre 1945, i rappresentanti della comunità ebraica romana andarono in visita da Pacelli per ringraziarlo del suo aiuto, e secondo alcune stime circa il 64 per cento degli ebrei romani riuscì a salvarsi grazie all’aiuto della Chiesa.
Il ruolo di Pacelli in quelle circostanze restò controverso anche dopo la sua morte, avvenuta il 9 ottobre 1958. Nel 1963 uno spettacolo teatrale, intitolato “Il Vicario” riproporrà la questione dei silenzi di Pio XII sull’Olocausto, dimenticando che quando giunse la notizia della scomparsa del Pontefice tra i messaggi di cordoglio giunsero quello dell’allora ministro degli esteri (e futuro premier) di Israele Golda Meir e del rabbino capo di Roma, che esprimevano riconoscenza al Papa. Uno studioso ebraico, Pinchas Lapide, ha ricordato che una percentuale compresa tra il 70 e il 90 per cento dei circa 950mila ebrei europei sopravvissuti all’Olocausto poté salvarsi grazie alla Chiesa e/o a singole istituzioni o personalità cattoliche.
In definitiva, è sempre facile polemizzare su presunte mancanze o omissioni, ma prima di farlo sarebbe sempre buona norma avere il quadro completo dei fatti.