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Quando si scrive dei miti e delle leggende che hanno affascinato i ricercatori di reliquie, tesori perduti e luoghi introvabili dell’Ahnenerbe, l’incubatore di idee del Terzo Reich, si sa quando inizia ma non si sa quando si finisce. Perché nel corso di quel dodicennio di vita, che fu tanto breve quanto intenso, gli esploratori e gli investigatori dell’occulto del Führer traversarono il mondo in lungo e in largo, dall’Amazzonia all’Antartide, assetati di potere come di conoscenza.

Guidati dagli obiettivi di carpire i segreti del cosmo e di risalire alle origini della razza-civiltà ariana, nonché di impossessarsi di reliquati di natura divina, gli archeologi e i cercatori della Germania nazista misero piede in una moltitudine di luoghi. Chi in Francia perché sulle tracce del Sacro Graal. Chi nella foresta amazzonica per studiare le tribù incontattate. Chi nel Nord Europa perché sulle orme di Atlantide e degli Iperborei. E chi nell’Asia inoltrata perché alla ricerca della porta d’accesso al favoloso regno di Agarthi.



Obiettivo Terra cava

Per circa un secolo, dalla seconda parte dell’Ottocento alla prima parte del Novecento, sono esistiti politici ed esploratori fermamente convinti dell’esistenza di un regno sotterraneo, rispondente al nome di Agarthi, la cui entrata sarebbe localizzata da qualche parte tra l’Asia centrale e il subcontinente indiano, forse nell’Himalaya, e che, per quanto serafico e sardanapalesco, altro non sarebbe che una parte infinitesimale di un mondo nascosto al di sotto della superficie abitata dall’Uomo: la Terra cava.

La leggenda di Agarthi e la teoria pseudoscientifica della Terra cava, forse perché coraggiosamente imaginifiche in un mondo prosciugato e intristito da scientismo e positivismo, hanno plasmato profondamente l’immaginario collettivo europeo tardo-ottocentesco e primonovecentesco, ispirando scrittori, pionieri e occultisti. Perché a credere che potesse realmente esistere un mondo nel mondo, una terra sotto la terra, furono (veramente) in tanti. E i più degni di nota, tra loro, furono sicuramente l’occultista Alexandre Saint-Yves, lo scrittore Jules Verne, il politico Willis Georges Emerson, l’esploratore Ferdynand Ossendowski e la teosofa Madame Blavatsky.

Agarthi era uno dei luoghi dove si sarebbe rifugiata la Herrenrasse, la razza ariana, perciò il mito trovò il modo di trasmigrare dal panorama occultistico-esoteristico angloamericano al sottobosco iniziatico della Germania weimariana, venendo conglobato nel già ricco apparato misticistisco di società segrete protonaziste come Vril e Thule. Anni dopo, complice l’ingresso en masse di ex vriliani ed ex thuliani nelle file del Partito Nazista, l’ala negromantica del Terzo Reich avrebbe fatto della ricerca di Agarthi una delle priorità della propria agenda.

L’ossessione per Agarthi, combinata ad un altro fisima di Heinrich Himmler – la teoria del ghiaccio cosmico di Hanns Hörbiger –, avrebbe assunto una forma ben definita nel 1938: la spedizione in Tibet. Capeggiata dall’esploratore Ernst Schäfer, e finanziata da entità pubbliche e donatori privati, la missione fu ufficialmente concepita per conseguire scopi scientifici e culturali, tra i quali un’indagine di natura botano-pedologica, lo studio dei testi sacri e della mitologia del buddhismo tibetano e lo stabilimento di contatti con le autorità politico-religiose.

Il gruppo avrebbe fatto rientro in patria nel 1939, all’alba della Seconda guerra mondiale, portando ad un felice Himmler una caterva di tesori: prove di una presunta parentela tra i tibetani e gli ariani, libri sconosciuti all’Europa, sementi ed esiti di studi frenologici e fisiognomici sulle genti dell’Himalaya. Tutto sembrava indicare che dal Tibet fossero passati gli ariani in fuga dal mondo, magari innestandosi al di sotto della città santa, Lhasa, ma lo scoppio della Seconda guerra mondiale non avrebbe reso possibile indagare ulteriormente la circostanza.

La lucidità dietro la follia

Perché una potenza alla ricerca di egemonia planetaria avrebbe dovuto investire ampie somme di denaro nella realizzazione di strambe e apparentemente folli missioni esplorative ai confini del mondo? Perché, evidentemente, non erano né strambe né folli. Al contrario, la storia del Terzo Reich è la storia di un impero che ha sempre cercato di combinare visionarietà e pragmatismo, riuscendoci egregiamente, perché edotto del “potenziale politico” della fantasia e delle mirabili imprese di cui sono capaci i folli. È la storia di un impero ha assecondato le stravaganti voglie di ideologi, archeologi ed esploratori ogniqualvolta potessero rivelarsi un mezzo per un fine: l’interesse nazionale.



In Amazzonia per studiare le tribù, ma anche per pianificare la possibile cattura della Guyana francese. In Antartide per analizzare i ghiacci perenni del continente del gelo, ma anche per valutare la fattibilità di stabilire una base militare. E nei meandri dell’Eurasia per recuperare prove dell’esistenza della razza ariana, cercare la porta d’accesso al regno di Agarthi, ma anche (e soprattutto) per vagliare la possibilità di edificare un avamposto dal quale aggredire da settentrione l’India britannica e inserire il Tibet all’interno dell’asse Tokyo-Berlino.

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