I nazisti avevano una concezione razzialistica del mondo e delle relazioni internazionali, all’interno della quale la Germania costituiva il centro di tutto ed era al di sopra di ogni popolo. Quella concezione, come è noto, avrebbe avuto come fatidica foce il genocidio: l’Olocausto di quei popoli ritenuti nemici ed inquinatori della purezza della Herrenrasse, la razza ariana.

Quella stessa concezione, poiché temprata dall’esoterismo, dall’occultismo e dal misticismo, avrebbe condotto gli uomini del Terzo Reich da parte a parte del mondo, alla ricerca di amuleti, artefatti sacri, oggetti miracolosi e luoghi leggendari. Perché il nazismo, ancor prima che politica, fu religione. Una religione intrisa di messianismo e violenza purificatrice.

Scrivere e parlare del lato arcano del nazismo è più che importante – è fondamentale –, perché è soltanto analizzando ciò che ebbe luogo nel dietro le quinte del Reichstag che si possono afferrare e capire pienamente la lucidità delle imprese all’apparenza strambe dell’Ahnenerbe. Imprese come la ricerca del Sacro Graal e della mitologica Atlantide, la spedizione in Tibet e una misteriosa missione in Amazzonia i cui scopi non sono mai stati chiariti realmente.

Amazzonia, il sogno dei tedeschi

Non si possono comprendere le ragioni del viaggio nazista in Amazzonia, la spedizione nello Jari della metà degli anni Trenta, senza un salto nel passato di oltre un secolo. Perché la curiosità tedesca per i misteri, le popolazioni e i tesori perduti dell’Amazzonia nacque nel 1821, anno della pubblicazione de Viaggio in Brasile (Reise nach Brasilien) del principe Massimiliano di Wied-Neuwied.

Viaggio in Brasile era il resoconto di una pionieristica spedizione nel cuore dell’Amazzonia guidata dal principe Massimiliano in persona, condotta fra il 1815 e il 1817, che lo aveva portato a contatto con una delle tribù meno conosciute dall’uomo occidentale: i Botocudos. Una tribù ammantata di un fascinoso mistero, perché localizzata nei meandri più remoti di Minas Gerais e perché completamente pura, vergine, in quanto capace di resistere ad ogni tentativo di assimilazione operato dai portoghesi.

I botocudos erano dei selvaggi nel vero senso del termine, nonché dei guerrieri noti per la violenza facile con i forestieri, ma il principe, in qualche modo, riuscì a diventare uno di essi, raccontando quel biennio vissuto in loro compagnia in un libro poi entrato nell’immaginario collettivo tedesco. Decenni dopo, complici le relazioni cordiali tra Brasile varguista e Germania nazista e l’agenda archeo-misterica dell’Ahnenerbe, i tedeschi avrebbero fatto ritorno nel polmone verde del pianeta.

I preparativi

La storia dei nazisti in Amazzonia è la storia della semisconosciuta spedizione nel rio Jari, Brasile nordorientale, una missione targata Ahnenerbe e condotta dal 1935 al 1937. Pubblicamente concepita allo scopo di indagare le connessioni tra la perduta razza ariana e le civiltà precolombiane, la missione fu affidata a un giovane e promettente esploratore: Otto Schulz-Kampfhenkel.

Classe 1910, cioè venticinquenne all’epoca della spedizione nel rio Jari, Schulz-Kampfhenkel aveva attirato l’attenzione della neonata Ahnenerbe per via di un viaggio solitaria effettuato in Liberia, documentato in un libro, che gli era valso il plauso della comunità di geografi, antropologi e zoologi tedesca. Heinrich Himmler voleva carpire i segreti delle tribù perdute, mai contaminate dall’uomo europeo, magari trovare tracce della mitica El Dorado, e Schulz-Kampfhenkel possedeva tutto ciò di cui il Terzo Reich aveva bisogno: la genialità, l’idealismo, l’intraprendenza e la temerarietà.

Ottenuta l’approvazione della presidenza Vargas, i ricercatori nazisti partirono alla volta del Brasile nel settembre 1935. Le aspettative erano elevatissime, ragion per cui la missione fu supportata da diversi sponsor: il governo brasiliano, il ministero della propaganda della Germania nazista, la Società Kaiser Guglielmo per l’Avanzamento delle Scienze e il Museo nazionale del Brasile. Ad appesantire ulteriormente il carico di responsabilità sul giovane capo della spedizione, Schulz-Kampfhenkel, il fatto i riflettori della stampa mondiale, non solo tedesca, fossero puntati su di lui.

Luci e ombre di una spedizione avvolta dal mistero

La spedizione stabilì il proprio punto base a Santo Antônio da Cachoeira, nei pressi della Guyana francese, partendo nel novembre 1935 alla scoperta e all’attraversamento del rio Jari. Aiutati da un nativo di etnia aparai, soprannominato Winnetou da Schulz-Kampfhenkel, i ricercatori riuscirono a superare il confine con la Guyana francese e a prendere residenza temporanea in un villaggio aparai.

Nel corso di due anni, cioè fino al 1937, gli esploratori tedeschi avrebbero effettuato scoperte sensazionalistiche – tra le quali degli accampamenti di nativi di etnia wayana e wayapi, fino a quel momento creduti estinti –, documentato riti e tradizioni di varie tribù e raccolto manufatti utili all’avanzamento della ricerca etnoantropologica e zoogeografica.

Nel 1937, ad ogni modo, Schulz-Kampfhenkel dovette interrompere i lavori, ordinando ai colleghi un fulmineo dietrofront al campo base, a causa del diffondersi della malaria e di altre malattie tropicali tra i membri della spedizione. Lui stesso fu vittima dell’epidemia, in quanto colpito da una grave forma di difterite. Stanchi, malati e demoralizzati – un elemento della squadra morì di perissia lungo il tragitto –, gli uomini di Schulz-Kampfhenkel rincasarono in Germania in maggio con centinaia di ore di filmati e migliaia di reperti zoologici – alcuni dei quali ancora oggi esposti al Museo di storia naturale di Berlino – e artefatti dei nativi.

Le avventure dei nazisti in Amazzonia avrebbero fatto la fortuna di Schulz-Kampfhenkel, i cui filmati diventarono un lungometraggio cinematografico di novanta minuti prodotto dalla casa cinematografica UFA e i cui ricordi furono immortalati ne The riddle of hell’s jungle, caso editoriale del 1938. Fine della storia. No. A guerra terminata, e nazismo annichilito, le paranoie della politica francese – che con un certo malumore assistette all’ingresso dei esploratori del Terzo Reich nella propria regione d’oltremare – avrebbero trovato la dovuta legittimità, uscendo dai campi della dietrologia e del cospirazionismo, per via dell’emergere della (sconvolgente) verità sul movente della spedizione nel rio Jari: una missione propedeutica alla cattura della Guyana francese, con la complicità del Brasile varguista e l’aiuto delle tribù amazzoniche, inquadrabile nel più ampio contesto dell’agenda nazista per la Latinoamerica.

Non è dato sapere perché il Guyana Projekt fu abortito, anche se (molto) probabilmente un ruolo chiave fu giocato dal raffreddamento delle relazioni tra la Germania e il Brasile – pilotato dalla persuasiva diplomazia statunitense –, a seguito del quale la presidenza Vargas chiuse i propri confini ai nazisti, affidando ai servizi segreti l’onere di dare la caccia agli 007 stranieri operanti sul territorio nazionale.

Oggi, a quasi un secolo di distanza dall’approdo dei nazisti in Amazzonia, le tracce della spedizione nello Jari sono ancora visibili. Perché da qualche parte, nelle giungle che circondano la municipalità di Laranjal do Jari, si trova, intatta e conservata, la tomba di Joseph Greiner, il caduto della missione, sulla quale svettano una croce ed una svastica.

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