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Spiegano, a un pubblico incredulo, che le esplosioni delle bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki possono essere paragonate agli effetti di un tifone, moltiplicati per mille. Raccontano questo i superstiti di quelle terribili pagine nere della storia mondiale, per far capire alle generazioni successive il dramma vissuto dal Giappone il 6 e il 9 agosto del 1945.

Chi è ancora vivo – la maggior parte ha tra gli 80 e i 90 anni – ricorda una grande flash apparso in cielo; le urla di chi aveva capito prima degli altri che stava per accadere qualcosa di brutto; una luce bianca che travolgeva tutto e tutti; i vetri rotti delle finestre esplose che penetravano la pelle; le ustioni che bruciavano corpi e vestiti. E poi: morte e distruzione ovunque.

La mattina del 6 agosto 1945, alle ore 8:15, l’aeronautica militare statunitense sganciò la bomba atomica Little Boy sulla città di Hiroshima, alla quale fece seguito tre giorni dopo, alle 10:58, una seconda bomba, Fat Man, a Nagasaki. I bilanci, in termini di vite umane, quasi tutte di civili, non sono mai stati chiari: nelle due città sarebbero morte tra le 60 e le 80mila persone, senza contare le malattie da radiazioni a lungo termine per altre circa 30mila. Altre fonti parlano di oltre 200mila vittime e di superstiti che stanno ancora scontando gli effetti del raid Usa.

I sopravvissuti

Sadae Kasaoka, 91 anni, non ha mai smesso di raccontare cosa ha vissuto. È una hibakusha (si chiamano così i “sopravvissuti al bombardamento”), e cioè una delle superstiti dell’atomica, nel caso specifico, di Hiroshima. Nonostante l’età avanzata ricorda ogni istante, ogni momento, ogni secondo del giorno, il 6 agosto del 1945, che le avrebbe per sempre cambiato l’esistenza. Si commuove ogni volta che parla dal palco dell’Hiroshima Memorial Peace Museum. La sua voce è velata di tristezza ma anche di rabbia. Spesso, come si può vedere da alcuni video pubblicati su YouTube, ha bisogno di chiudere gli occhi per riassaporare il dolore vissuto, prenderne un pezzo dalla sua anima e mostrarlo alle nuove generazioni.

All’epoca dei fatti Kasaoka era una studentessa. La mattina del 6 agosto 1945 si trovava nella sua casa, a 3,5 chilometri dal punto dell’impatto della bomba. Il flash nel cielo e poi l’apocalisse scesa in terra: ecco cosa hanno visto gli occhi di quella bambina. I genitori non erano con lei, in quel momento. Il padre rientrò poco dopo l’esplosione ma era talmente “irradiato” che la figlia non riusciva a riconoscerlo. La madre, invece, non sarebbe mai tornata.

Trasmettere il ricordo

Sadae Kasaoka, che ha subito discriminazioni come molti hibakusha per decenni, ha parlato in pubblico per la prima volta meno di 20 anni fa. Da allora non si è mai fermata. “Da bambina avevo dei sogni, volevo diventare un’insegnante. Ma con una sola bomba atomica, sogni, speranze, futuri sono andati in frantumi. Ho pensato che fosse mio compito trasmettere il ricordo di quella tragedia e assicurarmi che non accadesse mai più. Voglio vivere per sempre e voglio che la mia storia continui a essere raccontata”, ha raccontato la signora in occasione di una delle sue ultime apparizioni al Memoriale di Hiroshima.

Toshiko Tanaka, invece, aveva sei anni e aspettava sotto un ciliegio un’amica di scuola nel quartiere collinare di Ushida, a Hiroshima, quando la bomba atomica sganciata dagli Stati Uniti esplose nel cielo, a soli 2,3 chilometri di distanza.

“Qualcuno ha gridato ‘Un aereo nemico’! e ho alzato lo sguardo per vederne uno volare sopra. All’improvviso, c’è stata una grande luce e istintivamente mi sono coperta il viso con il braccio. Il mio braccio destro, la mia testa e la mia nuca erano ustionati”, ricorda l’ormai 85enne al South China Morning Post.

“Stavo piangendo e non sapevo dove andare in mezzo a tutta quella polvere. Non so quanto tempo ci ho messo per tornare a casa, ma la casa era in uno stato terribile”, ha raccontato. Nessuno pensava che Tanaka ce l’avrebbe fatta. Quella bambina sarebbe invece sopravvissuta, è diventata un’artista freelance e oggi mantiene vivo il ricordo del dramma. “Di questi tempi non si vedono molti giovani in Giappone schierarsi contro le armi nucleari. Qualcuno deve trasmettere questo messaggio”. Eccola, dunque, la missione degli hibakusha. Di Kasaoka, Tanaka e di tanti altri “sopravvissuti”.

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