In Giappone, durante la Seconda Guerra Mondiale, non c’era niente di onorevole nel morire in nome del Tenno, nel combattere fino allo stremo delle forze per la patria, nel non mostrare alcuna pietà nei confronti del nemico.
Quando vi parlano con toni enfatici del valore mostrato in battaglia dai soldati dell’Esercito Imperiale nipponico, del loro spirito guerriero e della loro fortezza d’animo, sappiate che gran parte di quell’eroismo era semplicemente coraggio mascherato da obbligo, imposizione, coercizione. Siamo al cospetto di un falso mito che si è conservato nel corso della storia e che viene ancora oggi alimentato da certi ambienti conservatori, eccitati all’idea di prendere come esempio i Tokkotai e il militarismo del Dai-Nippon Teikoku Rikugun.
Sia chiaro: nel corso della follia ultranazionalista che ha spinto il Giappone imperiale a colonizzare gran parte dell’Asia, e a compiere crimini di guerra e contro l’umanità, esisteva inevitabilmente una parte della società nipponica che credeva fermamente in ciò che il proprio Paese stava facendo. Tuttavia, gran parte della popolazione si era semplicemente ritrovata costretta a essere l’ingranaggio di un motore perverso. Proprio come accaduto ad alcuni veterani della brutale guerra giapponese ancora in vita che, a distanza di anni, hanno raccontano quei terribili giorni.

La follia della guerra
Martin Fackler ha pubblicato sul New York Times un articolo toccante. Il giornalista, grande esperto di vicende asiatiche, ha viaggiato attraverso il Giappone per ascoltare le storie di alcuni veterani della Seconda Guerra Mondiale. Ne è emerso un quadro straziante, struggente, a tratti drammatico. Rimangono solo pochi superstiti dell’allora Esercito Imperiale giapponese e il messaggio che ora vogliono trasmettere alle nuove generazioni e ai giovani può essere così sintetizzato: “Non dovete mai morire per l’Imperatore o per la patria“.
Fackler ha intervistato anziani di età compresa tra i 90 e gli oltre 100 anni. Ai tempi del conflitto non erano ammiragli o generali, né comandanti o alti funzionari; al contrario, erano soltanto dei ragazzini impegnati a portare avanti una guerra che non avevano né creato né voluto.
Molti di loro erano ancora nella piena adolescenza quando furono inviati su campi di battaglia remoti – dall’India al Pacifico meridionale – dove alcuni furono anche abbandonati nella giungla a morire di fame. Dopo la resa del Giappone, il 15 agosto 1945, rientrarono in una nazione sconfitta che non mostrò alcun interesse per i loro “sacrifici”.

Le testimonianze dei veterani giapponesi
C’è la storia di Kenichi Ozaki, 97 anni, che appena 15enne. nel 1943, si arruolò nell’esercito come ci si aspettava dalla maggior parte dei giovani. In quel periodo le sorti della guerra si stavano mettendo male per il Giappone. A metà del suo addestramento per diventare operatore radio, scarsamente equipaggiato e impreparato, il giovane Ozaki fu trasferito d’urgenza nelle Filippine, dove gli americani erano arrivati per cercare di riconquistare la loro ex colonia. Fu un massacro.
I militari giapponesi sopravvissuti ai combattimenti vagarono per mesi nella giungla. Ozaki, che era tra questi, sogna ancora i suoi compagni morti, gli stessi ai quali era stato detto che sarebbero morti per la gloria dell’Impero, ma che in realtà erano stati mandati a combattere senza alcuna speranza di vittoria. “Nei loro ultimi respiri nessuno invocava ”lunga vita dell’Imperatore”. Invocavano invece le loro madri che non avrebbero mai più rivisto“, ha raccontato l’anziano.
Tetsuo Sato, 105 anni, fu spedito in Birmania. Il suo gruppo di soldati era senza armi e senza linee di rifornimento adeguate. I generali avevano ordinato di non arrendersi mai perché il loro spirito combattivo avrebbe prevalso su ogni nemico. Finì malissimo. “Hanno sprecato le nostre vite come fossero pezzi di carta straccia“, ha spiegato Sato.
Tra le altre testimonianze spicca quella di Tadanori Suzuki, 96 anni. Era desideroso di aiutare il suo Paese quando si arruolò nella Marina Imperiale appena 14enne. In Indonesia fu però catturato dai nemici e impiegò sei mesi per tornare, sano e salvo, in Giappone. Ora Suzuki parla delle sue esperienze nelle scuole elementari, a bambini e ragazzi, avvertendoli che non c’è alcun romanticismo nella guerra: “Dico alle generazioni più giovani: ”Molto tempo fa, abbiamo fatto una cosa veramente stupida”. Non andate in guerra. Restate a casa con i vostri genitori e le vostre famiglie“.


