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Lo sapevate che un sorprendente, straordinario filo unisce Bergamo a Filottrano, piccolo comune dell’anconetano? Ambedue le località si suddividono— il museo Caffi a Bergamo e il museo Beltrani a Filottrano —l’eredità di Giacomo Costantino Beltrami, grande quanto misconosciuto esploratore italiano nato nella città orobica nel 1779 e, dopo innumerevoli avventure oltre Oceano, deceduto nel borgo marchigiano il 6 gennaio 1855. Una storia incredibile e a lungo dimenticata.

Figlio di una agiata famiglia della borghesia bergamasca (il padre era un funzionario della repubblica di San Marco), Giacomo studiò giurisprudenza sino all’arrivo, nel 1797, di Napoleone Bonaparte. Come è noto, il giovane generale sconfisse gli austro-piemontesi e conquistò in pochi mesi gran parte dell’Italia centro-settentrionale scardinando gli antichi stati regionali, compreso il vetusto regime marciano. Una tempesta politico-militare e una rottura epocale che offrirono, nella cornice del nuovo ordine napoleonico, a molti giovani insofferenti del passato regime una prospettiva nuova e un ascensore sociale.

Beltrami fu tra questi. Grazie ai suoi studi fu inserito nell’amministrazione del regno Italico prima come cancelliere a Parma e a Udine e poi come giudice a Macerata. Una carriera prestigiosa interrotta però dalla caduta nel 1814 di Napoleone. Dopo Waterloo Giacomo abbandonò la magistratura e si ritirò nella villa che aveva acquistato a Filottrano. Una scelta non casuale. A pochissima distanza abitava la contessa Giulia de Medici Spada, il grande amore della sua vita. Una relazione difficile, Giulia era sposata ed aveva ben otto figli, ma l’irrequieto bergamasco non demorse mai e anche dopo la morte della donna nel 1820 conservò, come vedremo, il suo ricordo appassionato.

Presto però l’ex giudice divenne ingombrante e politicamente fastidioso per le restaurate autorità pontificie. Il suo passato bonapartista, le frequentazioni massoniche e carbonare e il suo ostentato patriottismo italiano lo resero presto inviso alla polizia papalina e solo le sue amicizie altolocate gli evitarono la prigione o peggio. Nel 1821, scomparsa Giulia, Giacomo decise di dare un taglio netto a tutto e decise di andare lontano. Molto lontano. Dopo aver attraversato l’Europa, il 3 novembre 1822 s’imbarcò verso gli Stati Uniti. La grande avventura aveva inizio.

Sbarcato a Filadelfia nel dicembre, Beltrami prese contatti con le potenti logge massoniche americane e con l’aiuto del presidente Joseph Monroe (un altro “fratello muratore”) riuscì ad unirsi ad una spedizione comandata da William Clark, protagonista nel 1803 con Lewis dell’epica traversata dall’Est al Pacifico.

Clark prevedeva un’ispezione lungo il corso superiore del Mississippi e Beltrami ottenne di poter seguire la missione fino al Forte S. Anthony (oggi Forte Snelling) alla confluenza del Mississippi col Minnesota. Qui si trattenne dal maggio al giugno 1823, imparando le basi degli idiomi dei nativi e studiando la loro vita, gli usi e le tradizioni con un approccio —al tempo del tutto inusuale — rispettoso e attento. A luglio si unì alla spedizione del maggiore Stephen Long diretta ad esplorare le regioni confinanti con il Canada inglese. Strada facendo si convinse, studiando le carte di Clark e Lewis, di poter trovare le sorgenti del Mississippi e una volta arrivato all’avamposto di Pembenar nel Minnesota, il 9 agosto salutò i suoi compagni s’inoltrò, assieme a tre guide indiane, verso l’ignoto.

Con una canoa risalì in parte il Red River per immettersi nel corso dell’affluente Red Lake River. Una volta in territorio Sioux gli indigeni lo abbandonarono derubandolo delle provviste, ma il bergamasco non si diede per vinto. Solo nell’immensità di una natura selvaggia, Giacomo, armato solo di un ombrello rosso acquistato a Filadelfia, proseguì il suo viaggio tra mille pericoli: pellerossa ostili, lupi, orsi, rapide e tanta fame. Una vera, solitaria, anabasi. Eppure, il 31 agosto riuscì a raggiungere una modesta altura che si specchiava in piccolo lago a forma di cuore. Era la sorgente del Mississippi, subito battezzata Giulia. Un omaggio al suo grande perduto amore.

In una delle sue lettere così raccontò la scoperta: “Questo famoso Mississippi, il cui corso, a quel che si dice, è di 1200 leghe e che vede navigare nelle sue acque navi a vapore della lunghezza di una fregata, non è alla sorgente che ruscelletto di acqua cristallina che si nasconde fra i giunchi e il riso selvatico i quali paiono insultare, umiliare la sua nascita. La mia immaginazione, che aveva creduto di vedere scoscese montagne versare a grandi fiotti le acque di questo fiume regale, rimase colpita da stupore di non trovare invece che un paese eternamente piatto e fiottante su acque sotterranee”.

Dal lago Giulia, Giacomo si spinse al lago della Tartaruga e al lago del Cedro Rosso per poi, seguendo il Mississipi, incontrare il lago Winnipeg e infine il lago Leech. Da qui il ritorno sempre in canoa. Il 30 settembre, nello stupore generale, Beltrami approdò sul molo St. Antony. Tutti lo credevano morto e, in effetti, poco c’era mancato. Vestito di pelli, con il capo ricoperto di un cappello di scorza d’albero, era ormai un uomo della Frontiera ma invece che pelli pregiate o pepite d’oro portava con sé armi, strumenti musicali, oggetti rituali (e persino uno scalpo) raccolti presso le tribù Chippewa e Sioux. Il cuore della collezione Beltrami.

Riprese le forze Giacomo continuò la discesa del gran fiume arrivando sino a New Orleans dove si fermò per quasi un anno redigendo nel 1824 il primo vocabolario inglese- lingua sioux e, soprattutto, la relazione del suo viaggio, dal titolo “La découverte des sources du Mississippi et de la Rivière Sanglante”. Il libro scatenò da subito vivaci polemiche che amareggiarono profondamente il nostro.

Nei quattro anni successivi l’avventuroso bergamasco visitò il Messico dove frequentò i capi del movimento indipendentista (naturalmente anch’essi massoni) che lo aiutarono nelle sue esplorazioni sulle cascate del Río Grande poi coronate dalla scoperta delle sorgenti del Río Pánuco. Fra l’abbondante materiale recuperato da Giacomo un evangeliario in lingua azteca, scritto su foglie di agave nel 1532 dal francescano Bernardino da Sahagun. Dopo un ultimo soggiorno ad Haiti, il primo stato indipendente americano retto da ex schiavi, nel 1828 rientrò in Europa.

Una volta a Londra venne accolto nelle principali società scientifiche e geografiche del tempo e divenne membro del prestigioso Istitut de France. A Londra pubblicò “The Pilgrimage in Europe and America” in cui rivendicava, cercando di confutare le polemiche degli invidiosi critici, la scoperta delle sorgenti del Mississippi. In realtà, quella di Beltrami non è l’unica fonte del grande fiume ma di sicuro è una delle principali e la più remota, come riconosciuto nel 1863 dal governo statunitense che tre anni dopo dedicò all’esploratore lombardo una delle maggiori contee (Beltramy County) dello stato del Minnesota.

Un riconoscimento importante che chiudeva definitivamente anni di velenose polemiche, ma purtroppo tardivo. Nel 1837 Giacomo volle tornare a Filottrano. Un mesto ritorno: le autorità papaline misero all’indice i suoi libri mentre la polizia austriaca ordinò alla Biblioteca di Bergamo di chiuderli in cassaforte. A Beltrami non rimase che rinchiudersi nel suo palazzo, riordinare la sua collezione e, lentamente, scivolare nell’oblio. La morte lo colse il 6 gennaio 1855. Aveva 76 anni.

Ma, fortunatamente, la nostra storia non finisce qui. Nel 2023, in occasione delle iniziative per Bergamo e Brescia capitali italiana della cultura, il museo Caffi di Bergamo — in collaborazione con il museo Beltrami di Filottrano che conserva parte dei reperti — dedicherà una mostra a Beltrami, che coinvolgerà anche la Biblioteca Angelo Mai dove sono custoditi preziosi diari — ceduti nell’Ottocento dal nipote Giobatta Beltrami — del grande viaggio. Per l’occasione saranno disvelati i segreti racchiusi in due rotoli di corteccia essiccati ora conservati al Museo e mai, per la loro fragilissima fattura, aperti. Per analizzarli senza danneggiare la fragilissima fattura, il museo ha chiesto aiuto all’Humanitas Gavazzeni. Attraverso l’uso di un endoscopio ad alta definizione, con immagini illuminate e ingrandite, è stato possibile leggere l’interno del rotolo sfruttando le pieghe naturali del reperto in modo non invasivo. Al momento le indagini proseguono ma di certo i reperti saranno visibili in tutta la loro completezza all’apertura della nella mostra. Giacomo Costantino Beltrami non cessa di stupire.

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