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L’inverno tra il 1916 e 1917 è quello più difficile. A tutti, dai comandi agli uomini al fronte, è ormai chiaro che la guerra sarà lunga, logorante e senza svolte significative. Lungo la linea che divide Regno d’Italia e Impero degli Asburgo, dall’Adamello fino al Carso e all’Isonzo, gli eserciti si fronteggiano a colpi di assalti frontali. Ma in alcuni punti di questo lungo fronte i soldati devono combattere anche contro le avversità della natura. Uno dei punti più sensibili è l’Altipiano di Asiago.

La battaglia degli Altipiani

L’entrata in guerra dell’Italia contro gli Imperi centrali viene “salutata” proprio dall’altipiano veneto con un colpo di mortaio da Forte Verena il 24 maggio 1915 e l’inizio delle ostilità sembra dare ragione alle forze italiane. Poi però arriva il maggio del 1916, quando l’esercito di Vienna dà il via all’Offensiva di primavera, nota in Italia come Strafexpedition, la spedizione punitiva che l’Impero lancia contro il Regno d’Italia, colpevole di aver tradito la triplice Intesa.

In un mese, dal 15 maggio al 16 giugno, le forze nemiche lanciano una vasta operazione sull’altipiano con l’obiettivo di dilagare nella Pianura Padana, tagliando così in una sacca le armate italiane impegnate sull’Isonzo, il fronte più sanguinoso e violento che toglieva forze a Vienna mentre era impegnata più a nord contro l’Impero russo. L’urto è tremendo: in cinque giorni l’Italia registra perdite per circa 15 mila soldati, tra morti, catturati e dispersi e molti forti della linea difensiva italiana finiscono nelle mani degli austriaci.

Asiago in fiamme nel maggio del 1916

A fine mese le truppe della 3a armata austriaca marciano sulle macerie del centro di Asiago e arrivano a intravvedere la pianura. Da est arrivano però notizie molto dure per Vienna dall’Offensiva Brusilov lanciata lungo il fronte orientale. Il capo di stato maggiore Franz Conrad von Hötzendorf impone uno stop alla Strafexpedition e costringe gli uomini a ritirarsi lungo una linea maggiormente difendibile.

A quel punto l’esercito italiano fa confluire uomini e pezzi di artiglieria verso l’Alto vicentino per lanciare la controffensiva. Il 16 giugno iniziano le operazioni, ma nelle settimane successive le conquiste si limitano a registrare la ritirata austriaca e il posizionamento su linee difensive simili a quelle di inizio maggio. Poi in autunno le nevi precoci creano una nuova insidia: quella con la quotidianità dura della guerra di posizione ad alta quota.

Le “tregue” informali

In tutto l’arco alpino nell’inverno del 1916, tra la fine di novembre e dicembre, inizia a scendere una quantità di neve insolita. Alla fine della stagione si arriverà a un picco di 16 metri. Un pesante manto bianco si estende su trincee e ricoveri e sfonda i tetti di molti ripari di fortuna dei soldati. Il freddo e la quantità di neve diventano così i veri nemici, tanto da creare strane alleanze. È così che tra le vette dell’Altipiano di Asiago alcuni alpini della 62ª compagnia del Btg. Bassano stringono una tregua informale coi combattenti vicini, un gruppo di soldati austriaci. I primi offrono pane bianco e qualche barretta di cioccolato, mentre gli altri regalano sigarette. Non solo. Concluso lo scambio, la strana compagnia decide che fa troppo freddo per combattere e che è meglio unire le forze per far un po’ di legna nella terra di nessuno che separa i due schieramenti.

“In quell’inverno c’era tanta e tanta neve che non si udì un colpo di fucile, niente”, ha ricordato qualche anno fa lo scrittore asiaghese Mario Rigoni Stern, “Erano in linea montanari altopianesi e montanari austriaci della Stiria e si scambiarono gli attrezzi per andare nel bosco a tagliare la legna per riscaldarsi”.

Ma tregue simili non mancano. Anzi proprio sul fronte di Asiago si verifica un episodio unico in tutto il conflitto mondiale, in Italia come nel resto d’Europa. È settembre e una compagnia di soldati italiani si lancia per conquistare postazioni austriache, una batteria di mitragliatori apre il fuoco e risparmia solo pochi di loro. A quel punto dalla trincea imperiale le armi si fermano e arrivano poche parole in un italiano stentato: “Basta bravi soldati, non fatevi ammazzare così”. L’episodio non è un’invenzione, ma un fatto fugace documentato da storici e autori, come si legge anche nel libro Un anno sull’altipiano di Emilio Lussu.

Ricostruzione di un bivacco della Prima guerra mondiale nel Museo della Grande Guerra 1915 – 1918 di Canove (Vi)

Nel gelo della trincea

Lontano dalle “tregue” c’è la lotta quotidiana con un ambiente ostile, spesso con strumenti inadeguati. È il caso degli scarponi, fondamentali in guerra come in marcia, soprattutto in ambienti montani. Ai soldati vengono date scarpe chiodate a volte con fondo in legna che hanno pochissima presa su rocce e terreni ghiacciati e soprattutto grande dispersione di calore. Le suole in gomma dura più utili e robuste sarebbero arrivate solo più avanti negli anni Trenta. Persino il cordame è un problema. Fatto in larga parte di canapa tende a inzupparsi d’acqua e a diventare difficile da maneggiare per salire o scendere dai versanti delle montagne. Una cosa banale quanto pericolosa che rendeva ogni operazione molto difficoltosa.

E poi c’era il gelo. Agli uomini impegnati nei fronti alpini vengono consegnati manuali per evitare quelle che in gergo venivano definite “congelazioni”, cioè la perdita di arti per il freddo. In questi opuscoli si raccomanda di assumere ogni ora un certo quantitativo di superalcolici come grappa o cognac, ma anche di vestire sempre capi in pelliccia dai materiali più nobili fino a suggerire di usare pelle di gatto o topo. Ma nei testi si chiede ai soldati di eseguire anche movimenti periodici degli arti per tenere attiva la circolazione.

Mitragliatrici in uso durante la Grande guerra raccolte nel Museo della Grande Guerra 1915 – 1918 di Canove (Vi)

Nell’inverno del ’16 le temperature sprofondano a picco a -30 o 40 gradi sotto zero e diventano un vero incubo che intacca anche le forniture di viveri. I tempi lunghi, dalla preparazione alla consegna ai soldati, fanno sì che spesso arrivino cibi e zuppe congelate agli uomini in prima linea. Come si legge in molti diari dal fronte, spesso i soldati lamentano la mancanza di viveri commestibili, soprattutto a ridosso di un’attacco.

La lunga linea degli approvvigionamenti comporta anche la razionalizzazione dell’acqua. L’Altipiano di Asiago non ha fiumi o torrenti e accumula acqua soprattutto grazie al disgelo primaverile. Per questo i soldati si buttano sulla neve e la usano per abbeverarsi, ma questo ha pesanti effetti sul fisico. Gli episodi di dissenteria nella truppa sono frequenti insieme ad altre patologie dovute a condizioni igieniche precarie. In compenso è su quelle vette, durante la guerra, che inizia a circolare una nuova bevanda. I comandi danno disposizioni di dare alle truppe grandi quantità di caffè per aiutare a mantenere uno stato vigile durante le lunghe attese tra un attacco e l’altro. Non è un caso, come raccontano molte cronache dell’epoca, che una volta tornati a casa dal fronte molti di loro chiedano alle mogli il caffè, di fatto dando il via a una piccola rivoluzione dei consumi.

La vista sulla Valsugana da una feritoia dell’osservatorio Torino collocato su Cima della Caldiera poco lontano dal Monte Ortigara, uno dei teatri più sanguinosi della guerra sull’Altipiano di Asiago (Foto di Alberto Bellotto)

L’eroismo nelle avversità

Parlare della Grande guerra a partire dalle difficoltà di soldati nei gelidi inverni sembra una forzatura, un elemento accessorio, ma in realtà sono i numeri stessi di quegli anni sanguinosi a sottolineare come la “guerra al freddo” non fosse secondaria. Come ha evidenziato in un’intervista Stefano Morosini, dell’Università Statale di Milano, nel conflitto alpino, da entrambi i lati del fronte, i caduti furono in prevalenza legati a eventi naturali, cioè morti per congelamento e valanghe rispetto ai caduti in combattimento.

Un contesto simile rende molto più eroica ogni impresa perché richiede sforzi superiori a tutti i soldati. Oggi siamo abituati a dare per scontati equipaggiamenti e vestiti per proteggerci dal freddo, ma non si poteva dire lo stesso in quegli anni. Una scalata diventava un’impresa ardua, una notte al bivacco una dura lotta contro il rischio di morire assiderati e persino i pasti diventavano un miraggio. E intanto, a pochi metri di distanza, si sentiva il respiro pesante dei nemici, che sotto la stessa neve cercavano un modo per scaldarsi e non pensare agli italiani pronti ad attaccare.

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