La cacciata della Germania nazista dall’Estonia da parte dell’Unione Sovietica? Per il governo del “falco” Kaja Kallas diventa un’anticipazione della condotta russa nell’invasione dell’Ucraina. Può sembrare paradossale ma è così. La guerra tra la Germania e l’Urss, la più ampia, imponente e sanguinosa campagna militare della storia umana, letta con il senno di poi e collegata alla questione ucraina in nome dell’abuso pubblico della storia. Il Ministero degli Esteri estone, il 10 marzo scorso, ha ricordato l’80esimo anniversario dei bombardamenti della capitale Tallinn, nel quadro della controffensiva sovietica per cacciare dal Paese la Wehrmacht.
Intendiamoci: parliamo di un episodio brutale nel quadro di una guerra senza esclusione di colpi. E dell’operazione che aprì la strada a successive avanzate dell’Armata Rossa nel Paese annesso da Iosif Stalin all’Urss nel 1940 assieme a Lettonia e Lituania. Una serie di raid portò alla distruzione del Teatro dell’Opera estone, la chiesa di San Nicola, la sinagoga ebraica della città, quattro cinema, e gli Archivi della città e alla morte di oltre 800 civili. L’Estonia ha sempre ricordato il funesto giorno, ed è doveroso rendere omaggio ai civili morti. Più inquietante e problematico l’uso politico che il ministero degli Esteri fa provando a collegare le manovre dell’Unione Sovietica a quelle ucraine.
L’Unione Sovietica viene presentata come l’anticipatrice della Russia putiniana odierna, l’attacco alla capitale estone un’anticipazione dei raid su Mariupol, Kiev, Odessa e altre città. Il tutto, peraltro, corredato da una foto che non mostra i bombardamenti sovietici ma…quelli tedeschi del 1941, all’inizio dell’Operazione Barbarossa.
La questione è stata analizzata con attenzione in Italia dai giornalisti Paolo Mossetti ed Edoardo Fontana che hanno mostrato come il richiamo alla Seconda guerra mondiale rischi di creare problemi strutturali nella gestione dell’attuale questione russo-ucraina. Ha iniziato Vladimir Putin richiamando alla “denazificazione” come obiettivo dell’invasione il 24 febbraio 2022. Ma usare il vissuto della più tragica guerra della storia umana come clava per colpire, oggigiorno, i rivali strategici del proprio Paese è un errore. E l’Estonia si fa complice, in nome di una dilagante russofobia, di questo principio.
La Kallas, che ha superato il “Russiagate” legato ai presunti affari oltreconfine aggiranti le sanzioni del marito, è stata una delle voci più forti nell’ensemble di Paesi esteuropei che prima dell’invasione dell’Ucraina hanno fatto del contrasto alla Russia una ragione di potenziamento delle loro prospettive strategiche e dopo l’attacco di Putin hanno dedicato vaste risorse al sostegno di Kiev. Già prima del conflitto, l’Estonia ha donato obici e armi leggere a Kiev.
Nel primo anno di guerra si stima che l’Estonia abbia devoluto tra lo 0,8% e l’1% del suo intero Pil al sostegno all’Ucraina. Il New Statesman ha definito la Kallas “la nuova Lady di Ferro” d’Europa paragonando la sua postura russofoba all’anticomunismo di Margaret Thatcher. Parlando con Le Grand Continent, Kallas ha definito la Russia “un nemico comune per l’Europa” ed è arrivata a chiedere ai leader Ue e Nato di non telefonare più a Vladimir Putin per aumentare la pressione diplomatica su Mosca. A marzo 2023 ha paventato l’ipotesi di un attacco russo al suo Paese senza che ci fossero prove evidenti di preparativi di Mosca alla mossa contro un Paese Nato. La Russia ha rilanciato con un’inaccettabile mandato d’arresto per la premier estone, che a febbraio ha di recente parlato di una prospettiva d’invasione da parte di Mosca che però guardando al rapporto della Direction of National Intelligence cozza con le proiezioni dei servizi segreti americani.
In questo quadro matura il caso politico del 10 marzo. Nel cui quadro Fontana ricorda che la comunicazione di Tallinn “non si limita alla condanna dei morti innocenti, o della repressione sovietica, bensì pare ormai togliere ogni valore alla liberazione dal nazismo stessa”. Un dato di fatto emblematico e che ha dell’incredibile se si pensa che la piccola Estonia fu uno dei più tragici laboratori della macchina di morte nazista: addirittura, nel quadro della Soluzione finale progettata da Adolf Hitler, Heinrich Himmler e gli altri vertici del Terzo Reich, l’Estonia fu il primo territorio europeo a essere dichiarato Judenfrei, privo di ebrei, nel 1941.
Gli storici che hanno maggiormente approfondito il tema dell’occupazione tedesca dell’Estonia ricordano che tra il 1941 e il 1944 i tedeschi assassinarono circa 34mila persone nel Paese, tra cui 11mila ebrei, mille rom, 7mila oppositori politici estoni e membri dell’intellighenzia locale e 15mila prigionieri di guerra.
Nessuno può negare che il governo sovietico si sostanziò come occupazione in un Paese indipendente dal 1919 al 1940. Ma al contempo è bene ricordare che, come sottolinea Mossetti, “se non ci fosse stato l’intervento dell’Urss l’Estonia non si sarebbe liberata da sola, e le conseguenze umane per l’Estonia sarebbero stato incomparabilmente maggiori. Non è una cosa che puoi cancellare a piacimento. I paesi post-sovietici stanno attraversando una fase di riscrittura della storia in funzione anti-russa molto pericolosa”, sottolinea il giornalista e politologo in un lungo commento su X che è bene riportare integralmente.
L’uso a fini politici della storia e soprattutto del ricordo della fase tragica del secondo conflitto mondiale sta raggiungendo livelli parossistici. In Italia ne abbiamo l’eco con episodi come lo scomposto commento di figure come Ignazio La Russa, presidente del Senato, sul fatto che condannare l’eccidio delle Fosse Ardeatine non impedisce di analizzare negativamente episodi bellici come i fatti di Via Rasella. O con la difficoltà da parte di buona parte della politica e dell’intellighenzia liberal-democratica e occidentalista ad ammettere che quella nella Penisola fu vissuta dagli Alleati – comprensibilmente – come una dura campagna militare tra il 1943 e il 1945 in cui spesso i civili si trovarono sotto attacco non solo delle rappresaglie tedesche ma anche dei bombardamenti anglo-americani. E che condannare moralmente le prime come crimini spietati non deve impedirci di ricordare, su un piano di cordoglio diverso ovviamente ma doveroso, anche chi perì nei secondi. Un fatto lapalissiano che un memorabile scambio tra Carlo Calenda e il presidente della Regione Veneto Luca Zaia di qualche anno sui bombardamenti di Treviso fa mostra difficile da far comprendere.
Il caso estone mostra la moltiplicazione in scala massima di questo combattimento sulla memoria che inquina sia la lettura della storia che quella del presente. Apoteosi di una cultura presentista che rilegge il passato alla luce del presente e crea il mito di una ciclicità della storia in cui tutto pare condannato a ripetersi. Tutto questo a uso del potere politico e delle sue diatribe, a scapito di una serena conoscenza del presente. Aggiungere acredine politica a una memoria già di per sé tragica rischia di creare effetti disastrosi. Casi come quello estone mostrano come spesso i Paesi del campo euroatlantico perdano occasione per dimostrarsi sul campo migliori di chi, come Putin, a questa cancel culture che distrugge il peso della storia ha spesso dimostrato di voler dare spazio e prospettive, cavalcando menzogne palesi come quella della denazificazione. In Paesi come quelli dell’Est Europa, dove la memoria della violenza che ha sconvolto le “Terre di Sangue” si salda al peso dei nuovi nazionalismi nel plasmare la storia si rischia di creare un intreccio problematico tra proiezioni geopolitiche e “pedagogia del dolore” che unisce in maniera negativa i binari della memoria e della storia. Contribuendo a spezzare i legami che dovrebbero unire, piuttosto che dividere, i popoli in questi anni duri per l’equilibrio internazionale.

