Skip to content
Storia

Errore o atto di guerra? Quando la Nato bombardò l’ambasciata cinese a Belgrado

Le strade di Belgrado, intanto, sono pronte ad accogliere il presidente cinese. E per commemorare insieme a lui il 25esimo anniversario del tragico incidente (o "atto di guerra" della Nato, secondo la narrazione cinese dell'epoca) avvenuto il 7 maggio del 1999.  

È il 7 maggio del 1999. A Belgrado è notte e dal cielo piovono bombe. La campagna aerea della Nato, dominata dagli Stati Uniti, era ormai asfissiante. Dalla fine di marzo l’alleanza militare più potente del mondo stava martellando la Jugoslavia nel tentativo di far cadere Slobodan Milosevic, accusato di crimini contro l’umanità da un tribunale internazionale.

Nella lista degli obiettivi da colpire c’erano molteplici obiettivi militari e politici, alcuni dei quali situati all’interno della capitale jugoslava. Intorno a mezzanotte i bombardieri stealth B-2 Spirit statunitensi erano agganciati alle coordinate di un bersaglio selezionato e autorizzato dalla CIA.

La notte del bombardamento

Bam, bam, bam, bam, bam. Cinque forti boati scuotono l’isolato dove si trovava l’ambasciata cinese. In quei giorni, Washington e la Nato erano sotto pressione a causa dell’elevato numero delle vittime civili registrati in una campagna di bombardamenti condotta senza l’autorizzazione delle Nazioni Unite e contrastata da Cina e Russia.

Adesso gli Usa e l’Alleanza Atlantica avevano appena attaccato un simbolo della sovranità cinese nel cuore dei Balcani. Ogni linea rossa era stata ampiamente superata.

L’ambasciata della Cina a Belgrado stava bruciando. I funzionari e gli addetti della sede diplomatica, terrorizzati, uscivano dalle finestre coperti di sangue e polvere. “Non potevamo entrare. C’era molto fumo, non c’era elettricità e non potevamo vedere nulla. È stato orribile”, avrebbe raccontato alla Bbc nel 2019 Shen Hong, un uomo d’affari cinese presente sul posto il giorno del bombardamento.

Il giorno seguente sarebbero arrivati i bilanci di quell’attacco inaspettato: tre morti e 20 feriti.

Le vittime

A perdere la vita furono tre giornalisti. Xu Xinghu, 31 anni, e Zhu Ying, 27 anni, si erano appena sposati. La coppia lavorava per il Guangming Daily. Xu, un laureato in lingue che parlava fluentemente il serbo, aveva raccontato la vita a Belgrado durante i bombardamenti in una serie di report speciali intitolati Living Under Gunfire.

Zhu lavorava invece come redattrice artistica nel dipartimento pubblicitario del giornale. Sua madre crollò dal dolore quando seppe della morte della figlia. Non se la sentì di volare in Europa per vedere il corpo esanime della figlia. Quella crudele formalità burocratica sarebbe toccata al marito e padre della giornalista deceduta. In una foto emblematica lo si vede piangere, chinato sulla bara della sua “piccola”.

Il terzo cittadino cinese ucciso era Shao Yunhuan, una donna di 48 anni che lavorava per l’agenzia di stampa Xinhua. L’addetto militare dell’ambasciata, che secondo alcuni sarebbe stato incaricato di gestire una cellula dell’intelligence operativa nell’edificio, fu rimandato in Cina in coma.

Le due versioni e il viaggio di Xi

Nel giro di poche ore dal bombardamento emersero due narrazioni contrastanti. Da un lato la ricostruzione degli Stati Uniti, secondo cui l’attacco all’ambasciata era avvenuto per errore, dall’altro la replica della Cina, per la quale Washington aveva volutamente colpito la sede diplomatica di Pechino.

Agli Usa servì oltre un mese di tempo per fornire una spiegazione completa e dettagliata dei fatti. Pare che una serie di errori basilari – compreso un errore di mappatura – avessero in qualche modo portato cinque bombe americane guidate dal GPS a colpire l’ambasciata cinese.

Il vero obiettivo sarebbe dovuto essere il quartier generale dello Yugoslav Federal Directorate for Supply and Procurement (FDSP), un’agenzia statale che importava ed esportava attrezzature per la Difesa. Insomma: l’esercito più avanzato del mondo aveva bombardato la sede diplomatica di un membro del Consiglio di Sicurezza dell’Onu a causa di un abbaglio.

Il 12 maggio 1999, nella sua prima dichiarazione pubblica dopo l’accaduto, l’allora premier cinese Zhu Rongji definì la Nato “ipocrita“. 25 anni più tardi Xi Jinping avrebbe usato quello stesso aggettivo per etichettare l’atteggiamento degli Stati Uniti in Ucraina, in un faccia a faccia con il Segretario Usa Antony Blinken andato in scena a Pechino.

Le strade di Belgrado, intanto, sono pronte ad accogliere il presidente cinese. E per commemorare insieme a lui il 25esimo anniversario del tragico incidente (o “atto di guerra” della Nato, secondo la narrazione cinese dell’epoca) avvenuto il 7 maggio del 1999.  

Abbonati e diventa uno di noi

Se l'articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l'avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.

Lascia un commento

Non sei abbonato o il tuo abbonamento non permette di utilizzare i commenti. Vai alla pagina degli abbonamenti per scegliere quello più adatto

Perché abbonarsi

Sostieni il giornalismo indipendente

Questo giornale rimarrò libero e accessibile a tutti. Abbonandoti lo sostieni.