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Nel dicembre 1948, pochi mesi dopo la nascita dello Stato di Israele, sulle colonne del New York Times apparve una lettera aperta destinata a scuotere l’opinione pubblica americana. Non era firmata da militanti di secondo piano, ma da alcune delle menti più brillanti del Novecento, fra cui Albert Einstein e Hannah Arendt. Un gruppo di intellettuali ebrei che, all’indomani dell’Olocausto e della guerra, sentì il dovere di denunciare il pericolo rappresentato da Menachem Begin e dal suo partito, l’Herut, erede diretto dell’Irgun, organizzazione armata protagonista di azioni violente durante il Mandato britannico e della famigerata strage di Deir Yassin.

La lettera, datata 2 dicembre, definiva l’Herut un movimento «molto vicino ai partiti nazista e fascista per metodi, filosofia politica e base sociale». Parole pesanti, che oggi suonano quasi inconcepibili se si pensa che Begin sarebbe poi diventato Primo ministro di Israele e premio Nobel per la Pace. Ma in quel momento, quando il nuovo Stato cercava legittimità internazionale, Einstein, Arendt e gli altri intellettuali vedevano profilarsi il rischio di una deriva autoritaria travestita da liberazione nazionale.

L’ombra di Deir Yassin

Il punto centrale della denuncia riguardava il massacro di Deir Yassin, villaggio palestinese dove nell’aprile 1948 uomini dell’Irgun e del Lehi massacrarono circa 240 civili, comprese donne e bambini. Un episodio che scosse il mondo arabo e accelerò la fuga dei palestinesi, contribuendo a creare la questione dei rifugiati che ancora oggi pesa come una pietra sul conflitto mediorientale.

Per i firmatari della lettera, l’Herut era l’erede politico di quel crimine. E il problema non era solo morale, ma anche politico: permettere a Begin di presentarsi negli Stati Uniti come leader democratico, raccogliendo fondi e appoggi, significava dare legittimità a una forza che si vantava di azioni terroristiche e che mirava a trasformare Israele in uno Stato militarizzato, privo di autentici principi democratici.

Israele tra idealismo e realpolitik

È interessante notare come la giovane Israele fosse già divisa fra due visioni opposte. Da un lato il socialismo laburista di David Ben Gurion, che costruì lo Stato con kibbutz, esercito di leva e un’idea collettiva della difesa. Dall’altro la linea nazionalista e revanscista di Begin, convinto che solo la forza militare e la radicalità ideologica potessero garantire la sopravvivenza e l’espansione del Paese.

Einstein e Arendt, da cosmopoliti ebrei cresciuti in Europa, percepivano il pericolo di questo secondo modello. Sapevano bene cosa significasse trasformare la politica in culto della violenza, perché avevano vissuto sulla propria pelle la tragedia dei totalitarismi. Non a caso la loro denuncia assumeva toni così netti: volevano impedire che lo Stato nato dalle ceneri dell’Olocausto prendesse strade simili a quelle che avevano condotto l’Europa al disastro.

Scenari economici e militari

L’avvertimento aveva anche una dimensione strategica ed economica. Nel 1948 Israele era povero, isolato, privo di risorse naturali e costretto a dipendere dagli aiuti della diaspora ebraica. Se a guidarlo fosse stato un movimento radicale, incline all’uso della forza e privo di compromessi politici, il rischio era duplice: alienare il sostegno internazionale e precipitare in un conflitto senza fine con i Paesi arabi. Proprio ciò che accadde, in parte, nei decenni successivi, con guerre cicliche e una militarizzazione permanente che ha plasmato l’economia israeliana in senso bellico, lasciando in secondo piano lo sviluppo civile.

Militarmente, l’Herut e Begin rappresentavano la scelta della spada sopra l’aratro, della guerra preventiva invece della costruzione di istituzioni solide. La lettera sottolineava questo aspetto: affidare il futuro di Israele a chi si richiamava a Deir Yassin significava consolidare la logica della forza, condannando l’intero Medio Oriente a una lunga stagione di instabilità.

Una lezione geopolitica ancora attuale

Guardando oggi a quella lettera, colpisce la lucidità geopolitica. Einstein e Arendt avevano compreso che la nascita di Israele non era solo la soluzione a una tragedia storica, ma anche il punto di partenza di nuove tensioni globali. La loro preoccupazione era che l’Occidente, accecato dal senso di colpa per la Shoah, chiudesse gli occhi di fronte alla crescita di forze interne a Israele che non avevano nulla a che fare con i principi democratici.

In un mondo in cui gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica si spartivano le aree di influenza, lasciare spazio a un Israele nazionalista e aggressivo poteva trasformare il nuovo Stato in una scheggia impazzita, capace di destabilizzare non solo il Medio Oriente ma anche i delicati equilibri della Guerra Fredda.

Arendt e la politica della responsabilità

Tra tutti i firmatari, la voce di Hannah Arendt merita un’attenzione particolare. Per lei la politica non era mai solo gestione del potere, ma esercizio di responsabilità. Denunciare Begin e l’Herut significava difendere l’idea che Israele dovesse nascere come Stato democratico e pluralista, capace di includere e non solo di escludere. Arendt aveva già espresso critiche radicali al sionismo più nazionalista, sostenendo che uno Stato ebraico esclusivamente per ebrei avrebbe prodotto nuove forme di conflitto. La lettera al New York Times fu un tassello coerente di questa visione: ammonire contro il rischio che la vittima di ieri diventasse l’oppressore di domani.

Conclusione: una profezia rimossa

Oggi, a distanza di oltre settant’anni, quella lettera resta un documento scomodo. È stata spesso rimossa o relegata nelle note a piè di pagina, perché mette in discussione la narrazione lineare della nascita di Israele come semplice trionfo di libertà e giustizia. Eppure, nella sua durezza, conserva una forza profetica: Einstein, Arendt e gli altri firmatari avevano visto con chiarezza che un Paese nato dal dolore immenso dell’Olocausto rischiava di imboccare una strada pericolosa se non avesse posto limiti all’uso della forza e al mito della violenza redentrice.

Quella voce rimane un monito: senza responsabilità politica, senza equilibrio tra sicurezza e democrazia, ogni Stato, anche quello nato per garantire la sopravvivenza di un popolo perseguitato, può diventare prigioniero delle stesse logiche che aveva giurato di combattere.

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