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Il 5 maggio 1821 a Sant’Elena moriva Napoleone Bonaparte. Uomo simbolo di un’epoca e figura storica la cui parabola umana parla all’Europa di oggi. Del tema in occasione della morte discutiamo con il giornalista e saggista Salvatore Santangelo, studioso del Corso, a cui ha dedicato il saggio Il Volo dell’Aquila, scritto per Castelvecchi assieme a Pietro Visani.

Dalla cinematografia è emersa di recente la figura di Napoleone come soggetto di rinnovato interesse. Perché Napoleone continua a essere considerato una figura costruttiva e degna di continua attenzione?

L’impatto della parabola di Napoleone – prima generale giacobino e poi Imperatore dei Francesi – ormai ha dilatato la propria portata storica, diventando un fenomeno iconico e mitopoietico. Basti pensare alla stessa categoria del Bonapartismo (o ‘Tattica bonapartista’ per dirla con Malaparte) che ha eclissato quella da cui prende forma: il Cesarismo, ovvero quella traiettoria che trasforma lo speciale rapporto tra un generale vittorioso e fortunato e le sue truppe (in un contesto di crisi o di sfaldamento istituzionale) in un ingente capitale da spendere nell’agone politico.

Un contesto decisamente variegato…

Poi occorre riflettere su come, pur essendoci nella storia militare (come disciplina o materia di interesse pop) l’influenza di mode, con il crearsi di poli di attenzione – editoriali, ludici, scientifici – che portano alla passeggera dilatazione di piccole nicchie, l’Epopea napoleonica, per la sua specifica grammatica, per la centralità della figura di Nap (mi sento anche di aggiungere per la sua speciale dimensione ‘estetica’) fa parte dei classici: l’Impero Romano, le Crociate, la Guerra Civile Americana, la Prima e la Seconda Guerra Mondiale. Vale la pena notare come in questo caso, sarà con la sconfitta e con l’esilio, che Nap esce dalla storia per entrare appunto nel Mito. Storia, politica, letteratura, tecnica, archeologia, polemologia, strategia e uniformologia: non c’è campo che non sia stato toccato o influenzato in modo determinate dal (quasi) ventennio napoleonico. Basta tutto questo a rispondere al perché di tanto interesse?

Quanto sono diversi il Napoleone storico e il Napoleone cinematografico di Ridley Scott, a questo proposito?

Esiste un Napoleone storico? Su quello che come abbiamo provato a spiegare ormai è un archetipo, si sono cristallizzate almeno tre rappresentazioni: A) da un lato, quella dell’eroe romantico, prometeico, faustiano in lotta contro il Fato; B) Per Hegel invece Napoleone apparterrebbe alla categoria dei personaggi Cosmici-storici a cui lo Spirito del Mondo, in base a una razionalità per noi non sempre immediatamente riconoscibile, affiderebbe il compito di inverare il suo percorso; C) Tolstoj lo descrive come un epifenomeno, insignificante di fronte alle forze collettive che si fanno beffa della sua presunzione di poter fattivamente incidere sulla Storia, al massimo può assecondare le forze materiali che contraddistinguono un’epoca. Ridley Scott aggiunge (anche se in un modo stilisticamente non perfettamente riuscito) una nuova modalità rappresentativa: ne fa un personaggio nietzschiano, “Umano troppo umano”, nella sua spregiudicata capacità di cogliere le opportunità dettate dallo sfaldamento dell’Antico Regime; ma ha anche i tratti di un Golem (così come descritto da Gustav Meyrink), una sorta di bambola animata che cade a pezzi con il venir meno della forza vitale che lo anima e che in gran parte assorbe o meglio vampirizza dal contesto esterno.

Napoleone a due secoli dalla morte parla all’Europa di oggi? Che lezioni ci può dare la sua epopea?

Parla all’Europa perché, dopo quelli di Carlo Magno e degli Asburgo, il suo Impero è stato il primo tentativo moderno di unificare il nostro Continente. Allo stesso tempo si presenta come un monito. Hans Delbrück (1848-1929), uno dei più grandi storici militari tedeschi, terminò il suo testamento politico con questo accorato appello ai suoi compatrioti: “Dio salvi la Germania dalla tentazione di seguire le orme della politica napoleonica. Questa sola certezza unisce l’Europa: essa non si sottometterà mai a un’egemonia imposta da un solo Stato”. Quello che valeva per la Germania vale per ogni altro Paese europeo. Una lezione che i padri fondatori, ancor più dopo la tragedia della lunga Guerra civile europea (1914-1945) avevano ben chiara, ma che forse oggi appare appannata. Comunque Napoleone non è mai Passato, è un Eterno presente anche oggi perché l’Europa è un Continente irrisolto e lo è dalla Caduta dell’Impero di Roma. In questo senso, Napoleone è necessità storica, travaglio e passaggio, confine tra un Prima e un Dopo. È il Mito che piega le proprie sconfitte terrene a vittorie sull’oblio umano. Tornando al film da cui siamo partiti, Scott tenta l’operazione di spogliare il Mito per restituirlo all’umano, all’essere umano che è fatto di luci e ombre, grandezze e bassezze: Alfa e Omega nello stesso corpo, mente, cuore e anima. Per il Mito ciò non è possibile: tutto è gli funzionale. Si può riportare l’uomo Bonaparte tra gli uomini, ma Napoleone rimarrà sempre il Mito sull’Umanità e anche oggi racconta la sua Storia da quell’isola in cui ci si è illusi di esiliarlo.

La faglia tra Europa e Russia, la Germania incerta sul suo destino, la Manica che separa due visioni del rapporto tra l’Europa e il mondo: mutatis mutandis, viviamo in un’epoca storica dove vecchie faglie già note all’epoca di Napoleone sono ancora attive?

Intanto noterei come esiste una spinta da Occidente a Oriente che nasce con quelle che una certa letteratura storiografica chiama le ‘Rivoluzioni atlantiche’: prima quella Americana (1776) e poi quella Francese (1789). Napoleone proietta questa dinamica verso la faglia continentale costituita dalla miriade di Stati che – essenzialmente dopo la Guerra dei Trent’anni – occupano quello spazio che va dalla Danimarca alla Sicilia. La partita che si gioca è su chi debba esercitare la propria egemonia su questo spazio: la Francia appoggiandosi ai bavaresi e ai patrioti polacchi e italiani, oppure Russia, Prussia e Austria? A questa dinamica si sovrappone l’imperativo geostrategico degli Anglosassoni di non avere mai una sola potenza egemonica oltre la Manica e quindi, secondo la logica imperiale (divide et impera) fomentare l’inimicizia intra-europea. Nel film di Scott questa idea è resa dal dialogo tra Napoleone e lo Zar Alessandro I prima della Pace di Tilsit (1807). La situazione paradossale è che in questa stagione gli Inglesi contro i Francesi sostengono le forze più reazionarie del Continente: Vandeani, Sanfedisti, i despoti orientali. Un’ultima chiosa: la Russia attuale ha molto a che fare quella anti-napoleonica, nel senso che, dopo la stagione del dispotismo illuminito e i tentativi falliti di modernizzazione (soprattutto quelli forzati), tende a rifiutare ogni influenza che arrivi appunto da Occidente.
Infine sottolinerei come oggi assistiamo a una spinta da Est verso Ovest in qualche modo simile a quella che c’è stata tra la fine degli anni ‘40 e l’inizio degli anni ‘50.

E sul fronte francese, infine? Che continuità storica si può tracciare da Napoleone a oggi sul tema degli interessi nazionali? L’eterna dualità del rapporto con la Russia che hanno sperimentato anche Charles de Gaulle ieri e Emmanuel Macron oggi ha un richiamo con la analoga pulsione napoleonica culminata nella fatale decisione del 1812?

Direi che nel caso di Macron siamo di fronte a un gioco d’azzardo: un Presidente debole, con un’opinione pubblica in larga parte su posizioni pacifiste (posizioni che si esprimono votando Jean-Luc Mélenchon e Marine Le Pen), tende a rilanciarsi come Comandante in Capo; un azzardo che – in un momento di debolezza tedesca – viene proiettato su scala continentale. In tutto questo c’è molta della nostalgia di potenza generata dal fatto di percepirsi come appartenente al club dei vincitori del Secondo Conflitto Mondiale. Tra l’altro, fino a qualche mese fa, Macron era l’unico che affermava che non si dovesse umiliare la Russia. Alle ragioni prevalentemente interne aggiungerei anche la necessità di ‘rilanciare’ di fronte allo sgretolamento dell’influenza francese in Africa e a un certo rinnovato protagonismo italiano tra G7 e Piano Mattei. Una posizione certamente diversa da quella di De Gaulle che seppe disimpegnare il suo Paese dalle Guerre coloniali in Algeria e in Indocina e che affermò come dovesse considerarsi Europa tutto lo spazio compreso tra “Lisbona e Vladivostok”.

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