C’è una fotografia scattata da David Rubinger dove sono immortalati tre paracadutisti israeliani della 55ª Brigata al cospetto del Muro Occidentale della città vecchia di Gerusalemme, dove un tempo sorgeva il primo Tempio. Essa ci racconta, attraverso lo sguardo assorto e quasi in preda a folgorazione dell’uomo al centro, quanto e come l’ottenimento di quell’obiettivo non strategico e addirittura inatteso, valesse, per Israele e per l’esercito di Tzahal che ne fu il vero protagonista, “tutto“: come diceva il Saladino al tempo delle grandi Crociate.
In quella manciata di giorni di giugno che nel 1967 “resero grande Israele” in seguito al successo dell’attacco preventivo suggerito da Moshe Dayan, leggendario falco armato e allora ministro della Difesa, iniziato con l’operazione Focus che in sole tre ore annientò l’intera capacità dell’aviazione egiziana, le truppe di Tzahal, l’esercito che noi chiamiamo comunemente Forze di Difesa israeliane (IDF) irruppero nel Sinai prendendone il controllo, conquistano la città Gerusalemme – “Il Monte del Tempio è nelle nostre mani” comunicherà il generale Mordechai Gur – e si spingono fino alle alture del Golan, ottenendo la Giudea, la Samaria e il controllo della Striscia di Gaza. Dimostrando a Egitto, Siria e Giordania che lo Stato ebraico non solo non intendeva svanire o essere isolato dalle strategie dal presidente egiziano Nasser, che aveva vinto a Suez e si era reso punto di riferimento del panarabismo e non meno dell’antisionismo, ma combattere chiunque lo avesse osteggiato.
Vittoria e Catastrofe
Il giovane e piccolo Stato di Israele, che come un moderno Davide sconfisse il Golia che oltre alle armate egiziane, giordane e siriane poteva contare sull’appoggio di Iraq, Arabia Saudita e Libano, annientò oltre 400 aerei e quasi il doppio di carri armati avversari registrano perdite esigue. Annunciando la vittoria della “...prima guerra della storia che si è conclusa con i vincitori che hanno chiesto la pace e i vinti che hanno chiesto la resa incondizionata“, secondo l’allora ministro degli Esteri israeliano Abba Eban. Per il popolo palestinese invece è un’altra “Nakba“, una catastrofe.
Ma nulla è semplice in Medio Oriente. E nulla si ottiene facilmente, nel Medio Oriente. Tanto più un luogo sacro tanto per gli israeliti, che affidano le loro preghiera al Muro del pianto attraverso i piccoli messaggi di carta, quanto per i musulmani che presso “il nobile santuario” della Spianata delle moschee – terzo haram dell’Islam dopo la Mecca e Medina, dove un tempo fu il Tempio di Salomone – si preparano a onorare il periodo del Ramadan.
Nuovi timori nella capitale contesa
Già alla fine di febbraio, in previsione che Israele entrasse nel sesto mese di conflitto con Hamas, sono state mosse le prime preoccupazioni legate al periodo del Ramadan e all’accesso contingentato e limitato imposto dal governo israeliano nella Spianata delle Moschee.
Secondo quanto riportato, alla Knesset c’è stato fermento e dibattito ideologico prosegue tra le fazione moderate e quelle più oltranziste; mentre il premier israeliano Benjamin Netanyahu, con l’appoggio di figure politiche come il ministro della sicurezza Itamar Ben Gvir, continuano a ignorare i suggerimenti del servizio d’intelligence interna, lo Shin Bet, mantenendo le restrizioni per accedere ad al Aqsa durante il Ramadan. Con il rischio di innalzare ulteriormente la tensione e provocare tumulti.
Come riportato da Il Manifesto, l’ultradestra israeliana vuole permettere l’accesso alla Spianata delle moschee “solo agli ultra 70enni”. Mentre lo Shin Bet, sul quale pendono ancora colpe e accuse (reciproche) per il fallimento che ha assistito agli attentati terroristici del 7 ottobre, ha ripetutamente suggerito di abbassare l’età di accesso, consentendo agli “uomini over 60 e donne over 50” di visitare i luoghi sacri dell’Islam; sperando che questo e il massimo livello di sorveglianza scongiurino i rischi di un’ennesima escalation di violenza nella “capitale contesa”.
Qualcosa che riporterebbe alla memoria i giorni bui della “seconda intifada” mentre sul fronte di guerra l’IDF si prepara a sferrare quella che potrebbe essere considerata la offensiva “definitiva” su Rafah, ultimo grande centro nella Striscia di Gaza.
Ancora tutto, ancora niente
Per gli ebrei il “Monte del Tempio” ha sempre rappresentato la ragion d’essere del popolo ebraico nei luoghi di confine e dispute tra religioni che hanno giustificato nei secoli sofferenza, guerre e sacrificio della vita di quanti hanno perso tutto per trovarsi e rimanere nella città sacra del Medio Oriente.
Ciò che spesso viene dimenticato nella cronaca che non è tenuta a fare narrazione, è che quello israeliano è sempre stato un popolo guerriero. Lo è rimasto nei millenni e nei secoli, da Davide d’Israele a Moshe Dayan; che passeggiando nella spianata con l’elmetto in testa, dopo aver notata oltre la benda nera una folla già gremita dopo la fresca conquista domandò sarcasticamente: “Dove siamo? In Vaticano?”. Un luogo a noi noto come la sua storia e la storia delle sue guerre.
Oggi che in Europa ci siamo abituati a combattere le guerre con le strategie economiche e sanzioni, ci appare tanto assurdo che qualcuno dall’altra parte del mare impugni un fucile come noi un tempo impugnavamo le spade medievali per difendere un luogo sacro, un confine, una trincea o un forte. Eppure, per duemila anni di storia dalla nascita del Cristo, così hanno sempre fatto gli uomini e le donne che hanno creduto in qualcosa. Fosse esso un dio, un’ideologia o una bugia nata in virtù di un interesse. Forse ce lo siamo solo dimenticato, e per questo non ci risparmiamo mai nel giudizio.

