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La realtà attinge alla finzione o la finzione mutua dalla realtà? La verità, molte volte, giace nel mezzo: realtà e fantasia si influenzano vicendevolmente. L’immaginazione fervida degli autori fantascientifici ha storicamente illuminato le menti degli scienziati alle prese coi dilemmi e le sfide della quotidianità, così come scrittori e sceneggiatori traggono spesso ispirazione da fatti realmente accaduti.

Nelle relazioni internazionali e nelle scienze strategiche, spazi in cui valgono le stesse regole delle relazioni umane, perché la psicologia è tutto, realtà e fantasia interagiscono in continuazione. E, talvolta, nei modi più bizzarri. Come quando, ai tempi della Guerra al Terrore, gli specialisti in psyops della Central Intelligence Agency attinsero ai prodotti horror di Hollywood per combattere Osama bin Laden.

Un pupazzo stregato contro Al Qaeda

Devil Eyes, ovvero occhi demoniaci, questo è il nome in codice di un’operazione di guerra psicologica che, per quanto apparentemente folle, fu realmente condotta dalla Central Intelligence Agency nell’Asia meridionale in pieno fermento antiamericano del dopo-11 settembre. Un’operazione che, cinematograficamente parlando, sembra una via di mezzo tra la commedia L’uomo che fissa le capre e l’horror demoniaco Annabelle.

Erano i tempi delle manifestazioni popolari che, al grido di Death to America, stavano avendo luogo da Islamabad a Dacca. Si protestava – e anche parecchio – contro i danni collaterali e i soprusi della Guerra al Terrore, specialmente in Afghanistan e in Pakistan, e gli Stati Uniti temevano che quella rabbia (legittima) avrebbe potuto essere capitalizzata da Al-Qāʿida ed impiegata per magnetizzare consenso e reclute da sacrificare sull’altare del Jihād globale.

A Langley, nave-scuola di psico-guerrieri, qualcuno propose di ricorrere ad una soluzione incorporea, la psicologia, per affrontare un nemico deterritorializzato, il terrorismo. E quella proposta, influenzata dagli horror hollywoodiani, prevedeva di affidare ad un produttore di giocattoli la realizzazione su scala industriale di action figure “stregate” di Osama bin Laden.

Tra fantasia e realtà

I vertici dell’agenzia di intelligence accolsero positivamente l’idea di un bambolotto indemoniato di bin Laden: comportamentismo e riflessologia, in particolare il comprovato riflesso pavloviano, insegnavano (e insegnano) che ad uno stimolo ripetuto corrisponde una reazione prevedibile. E i bambini di Medio Oriente e Asia centro-meridionale, da Baghdad a Islamabad, avrebbero potuto trasformare quel terrore del gioco in rifiuto psicologico del qaedismo.

La logica dell’operazione Devil Eyes era semplice: intridere le action figure di Bin Laden di una potente sostanza allucinogena in grado di provocare visioni deliranti al semplice tocco, tra le quali il divenire del bambolotto un mostro dalle fattezze demoniache. Un piano più folle che ambizioso. Ma la storia, del resto, non è sempre stata scritta dai sognatori?

Una volta ottenuto il semaforo verde dai vertici, gli psico-guerrieri di Langley si misero alla ricerca di tecnici ed esperti che potessero aiutarli nel disegno, nella produzione e nella distribuzione dell’action figure. Fu contattato Donald Levine, ex Hasbro e padre della linea di giocattoli G.I. Joe, che progettò un pupazzetto di trenta centimetri – con tanto di pori a prova di microscopio attraverso i quali effondere l’allucinogeno.

La fine avvolta nel mistero

Levine, realmente convinto della fattibilità dell’operazione Devil Eyes, contattò degli amici nella Cina continentale che, in quanto proprietari di stabilimenti, avrebbero potuto occuparsi della produzione su larga scala del giocattolo. Ed è precisamente a questo punto che la storia lascia lo spazio alle speculazioni – e potrebbe non essere una coincidenza.

Secondo la Central Intelligence Agency, che riconobbe la paternità dell’operazione soltanto nel 2014, Devil Eyes non sarebbe andata a buon fine perché Levine fu in grado di realizzare soltanto tre prototipi del giocattolo indiavolato. Ma per il Washington Post, che all’operazione dedicò un documentato approfondimento lo stesso anno, le cose sarebbero andate diversamente: un migliaio di bambolotti prodotti negli stabilimenti cinesi in contatto con Levine e poi effettivamente distribuiti tra Afghanistan e Pakistan. Ignota la loro sorte. Ignoti i risultati.

Levine, passato a miglior vita un mese prima della pubblicazione dell’inchiesta del Washington Post, non poté dire la sua sull’argomento. I familiari spiegarono, però, che un patriota come lui avrebbe potuto realmente dedicarsi ad un simile progetto. E per quanto riguarda i tre prototipi da lui personalmente realizzati, due sono stati venduti all’asta a degli acquirenti anonimi e uno, il primo esemplare, si vocifera che sia nella stanza dei cimeli di Langley.

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