Sono passati 80 anni dai bombardamenti atomici del Giappone. Il 4 agosto del 1945 gli Stati Uniti lanciarono Little Boy su Hiroshima. Il 9 dello stesso mese colpirono Nagasaki con Fat Man.
Una bomba all’uranio e una al plutonio che costrinsero Tokyo alla definitiva resa e che, soprattutto, causarono tra le 200.000 e le 240.000 vittime, considerando sia i morti immediati sia quelli deceduti nei mesi e anni successivi a causa delle radiazioni e delle ferite.
Qualcuno è sopravvissuto all’apocalisse e porta ancora con sé l’orrore di quegli istanti. Anche il Giappone, inteso come Stato, ha tantissime cicatrici sul corpo. La più evidente coincide con la Costituzione pacifista, forse l’aspetto più rilevante della pesante eredità lasciata dal generale Douglas McArthur sull’intero Paese.

L’eredità nucleare
Per capire cosa successe a Hiroshima vale la pena leggere il libro Hiroshima. Il racconto di sei sopravvissuti (Utet) di John Hersey. Parliamo di un volume nato come reportage.
A meno di un anno dal 6 agosto del 1945, Hersey, all’epoca corrispondente del New Yorker, fu spedito in Giappone. Il giornalista si aggirò tra le cicatrici urbane e umane per raccogliere le storie dei superstiti. Ne scelse sei, precisamente quelle di Kiyoshi Tanimoto, pastore della Chiesa metodista; Toshiko Sasaki, giovanissima impiegata in una fonderia; Masakazu Fujii, rispettato patron di una clinica privata; Hatsuyo Nakamura, sarta e madre, fresca vedova di guerra; Terufumi Sasaki, giovane chirurgo della Croce Rossa; Wilhelm Kleinsorge, gesuita tedesco in missione.
L’articolo si sarebbe trasformato in un affresco toccante. Hiroshima restituisce alle vittime la parola, consegnando una testimonianza indimenticabile ai contemporanei e alle generazioni future. Nel 1985 Hersey sarebbe tornato a trovare i sei sopravvissuti aggiungendo al libro una seconda parte che chiude il cerchio e parla di eredità e memoria, prefigurando in qualche modo il Nobel per la Pace assegnato nel 2024 all’associazione Nihon Hidankyo, creata dai superstiti di Hiroshima e Nagasaki.

L’eredità politica e militare di McArthur
Chi era invece McArthur? Per alcuni fu un riformatore che pose le basi della democrazia, del pacifismo e della prosperità in Giappone. Per altri, al contrario, fu una sorta di dittatore straniero che impose a Tokyo una Costituzione che avrebbe soffocato la sovranità nazionale nipponica.
Come ha spiegato il settimanale Nikkei Asian Review, in ogni caso, il retaggio dell’occupazione giapponese guidata dagli Stati Uniti – e le istituzioni che ne derivarono – continua ancora adesso a definire la traiettoria geopolitica del Giappone.
Per capire perché basta ricordare alcuni dei drastici interventi fatti dallo stesso McArthur che, tra le altre cose, mantenne l’imperatore Hirohito sul trono come simbolo di continuità e stabilità; abolì il sostegno governativo allo Shintoismo come religione di Stato; fece condannare i criminali di guerra dai tribunali internazionali; epurò i funzionari operativi durante la guerra (alcuni sarebbero tornati); smantellò parzialmente gli zaibatsu, i potenti conglomerati a conduzione familiare che avevano dominato l’economia sin dall’era Meiji (1868-1912); ridistribuì le terre dai grandi proprietari terrieri agli affittuari per indebolire l’attrattiva del comunismo; e diede il voto alle donne.
Come se non bastasse, nel 1947 il generale imposte al Giappone l’utilizzo di una costituzione redatta dagli americani (tradotta in giapponese dall’inglese), la stessa contenente il famigerato articolo 9. Da quel momento in poi Tokyo avrebbe dovuto rinunciare alla guerra come diritto sovrano e non avrebbe più potuto possedere forze armate con potenziale bellico. Un’eredità pesantissima.


