Due anni di guerra convenzionale tra missili stealth e guerra elettronica, sciami di droni, colonne di carri armati che si perdono a vista d’occhio in fila sulle strade scosse da bombe, commando che effettuano sabotaggi, aerei da caccia d’era sovietica che si affrontano nei cieli, nuove tecnologie messe alla prova e vecchie tattiche da guerra di logoramento nelle trincee che trovano nuovo spazio nella storia.
Dieci anni di guerra ibrida. Di propaganda e sovversione, di rovesciamenti politici e di lotte interne, di mercenari e fiancheggiatori, di forniture di armi estere per “respingere le armate di terra di una potenza ipotetica”, di ombre di servizi segreti e addestratori Nato nel cortile di casa di quello che è ed era un “vecchio” nemico redento. Un lungo decennio di intrighi politici, fili rossi che si tendono, si intrecciano, corrono sotto traccia e riconducono – come dagli albori della Guerra Fredda siamo abituati a scoprire – ai palazzi del potete dove si decide la strategia delle grandi potenze: il Cremlino, la Casa Bianca, il Pentagono, la Lubjanka. Ma anche Whitehall a Londra e Palazzo Europa di Bruxelles.
In questi dieci anni trascorsi dalla Rivoluzione di Maidan, e nel secondo triste anniversario dall’inizio di quella “operazione militare speciale” ordinata da Vladimir Putin per la “denazificazione dell’Ucraina“, che si è concretizzata in un conflitto convenzionale come non se ne vedevano dalla prima guerra del Golfo, un conflitto “nato” sotto la copertura di una false flag nonostante le rivelazioni della CIA, sono innumerevoli gli eventi collegati e collegabili che hanno funestato la realtà dell’Ucraina: terra di confine tra l’Alleanza Atlantica e la sfera d’influenza del Grande Orso russo che doveva fungere da cuscinetto e invece si è tramuta nel vertice della tensione. Al punto da dover rispolverare quelle invettive che sottendono a quell’ultima inammissibile ratio che prevede l’impiego di armi nucleari.
È ancora presto per affermare con la necessaria contezza che l’Ucraina è forse uno dei più grandi laboratori della storia contemporanea per l’applicazione delle tattiche della guerra moderna in tutte le sue più complesse declinazioni. Soft, smart, hard power.
Da Euromaidan come lascito e testamento della rivoluzione colorata del 2004, e il sospetto di un agent provocateur nei “tiratori scelti” che uccisero sparando nella folla di manifestanti che ancora aleggia nel cielo più grigio dove si staglia la statua di Bereginia, dea protettrice della “casa” e mito matriarcale del nazionalismo romantico ucraino; alla fuga del presidente amico di Mosca Viktor Janukovich.
Dall’insediamento di Petro Poroshenko, il primo presidente di Maidan che ricevette le armi degli americani (e possiamo supporre anche se ormai ne abbiamo in pare le prove, l’addestramento per impiegarle dalle forze speciali di due potenze occidentali) ma trattò con grigia strategia e opportunismo il sentimento europeista filo-Nato sprigionato dalla rivolta; all’annessione della Penisola di Crimea come spia delle ambizioni russe. Che si sarebbero protratte nella lunga guerra ibrida che ha devastato il Donbas portando gli osservatori non principianti ad affermare che la “guerra” tra Ucraina e Federazione Russa è iniziata del 2014, e si è protratta nei blitz dei paramilitari separatisti e delle “brigate nere” lungo le linee di frizione orientali che sono diventate anno dopo anno delle trincee al margine delle autoproclamate repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk, e nello Stretto di Kerch dove le navi da guerra di piccolo cabotaggio si fronteggiavano in punta di regole d’ingaggio, e venivano sequestrate con i loro equipaggi con l’accusa e la scusa dello spionaggio.
Per il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, un semplice comico televisivo al tempo, ora leader di uno stato costretto alla guerra da 730 giorni che ha imposto la legge marziale e dunque potrebbe non svolgere le regolari elezioni mentre viene applicata la coscrizione obbligata nelle forze armate ucraine, che nonostante il sacrificio di centinaia di migliaia di soldati e le pesantissime perdite inflitte al nemico in battaglie che ricordano l’assedio di Stalingrado, ma sono stati combattuti a Mariupol, Bachmut, Kherson, Kharkiv e Hostomel, devono continuare a combattere per “frenare” l’avanzata russa; anche da quando sembra essersi attestata sulle posizioni che Mosca intende mantenere in attesa di una resa strategica da parte di Kiev, nell’utopica prospettiva di cacciare i russi oltre i confini territoriali del 2022, quella di piazza Maidan fu “la prima vittoria della guerra di oggi”. Ammettendo di fatto che la prima vittoria dei coraggiosi ucraini non è stata conseguita sulla pista dell’aeroporto che avrebbe condotto gli Spetnaz russi nella capitale per compiere un’operazione di decapitazione del governo di Kiev, ad opera delle forze d’intervento rapito “avvertite” dagli occidentali, o dai piloti che si sono battuti in numero inferiore di cinque contro uno per impedire ai russi la “superiorità area” dei cieli, ma in quella piazza dedicata all’Indipendenza dall’Unione Sovietica attraversata dalla via principale, la Chreščatyk, che deve il suo nome a una parola slava che significa “croce”.
Tra quella vittoria e l’ultima conseguita sul fronte che si estende per migliaia di chilometri tra aria, mare e terra, un milione di croci con un nome o senza nome e un’idea differente di quello che deve essere il futuro dell’Ucraina. Uno stato che significa “Confine”.

