D-Day: Le spie mai esistite che resero possibile lo sbarco

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Tutta la guerra si basa sull’inganno. Sull’inganno e sulla forza d’urto di un esercito che superi in numero l’avversario. Importante, è l’abilità nel comandare le truppe, certo, e “l’uso creativo e agile delle abilità”, nonché la “distinzione tra ciò che deve essere fatto in segreto e ciò che deve essere fatto apertamente” al fine di “cogliere di sorpresa il nemico”. È perciò bene sapere come gli Alleati, nell’assalto alla Fortezza Europa che tutti conosciamo come D-Day, o sbarco in Normandia, o più tecnicamente come Operazioni Neptune e Overlord, si stato basato su una fortuita combinazione degli insegnamenti di Sun Tzu. Poc’anzi enunciati. Il generale cinese che conosceva la guerra e le sue strategie meglio di Von Clausewitz, Rommel, Montgomery ed Eisenhower messi insieme.

Il successo dell’invasione della Normandia, di fatti, dipese in gran parte dalla riuscita di un’azione secondaria chiamata in codice Fortitude: una vasta operazione di depistaggio che contava sulla diffusione di informazioni compromesse da parte di spie doppiogiochiste che dovevano “avvalorare” la versione di un imminente sbarco del fantomatico “Primo gruppo d’armate statunitense” comandate dal generale Patton nel settore del Pais de Calais.

Il Comitato XX e le spie mai esistite

In Inghilterra, già nel 1940, una sezione particolare del controspionaggio britannico comanda dal Sir John Masterman aveva decretato che “in un lontano futuro sarebbe arrivato un grande giorno in cui i nostri agenti sarebbero stati utilizzati per un grande e finale inganno del nemico”. Questo inganno perpetrato per 4 lunghi anni di guerra, era basato sull’arruolamento di spie “doppiogiochiste” che erano state arruolate dal servizio d’intelligence tedesco per lasciar trapelare false informazioni che sviassero gli alti comandi di Berlino dai veri obiettivi degli Alleati.

Le operazioni in Italia, come gli sbarco in Sicilia e l’inganno dell’uomo che non era “mai esistito“, furono un primo grande banco di prova. Ma la missione più grande del Comitato XX e del suo “sistema”, arrivò il giorno in cui gli Alleati pianificarono lo sbarco in Normandia. Fu allora che una rete di agenti segreti estremamente “creati”, spesso al limite dell’arte della truffa, più che di un reale talento spionistico, seguendo l’esempio dell’agente Garbo – per i tedeschi Arabel – crearono una “rete di subagenti fittizi” che presentavano rapporti da tutta la Gran Bretagna suggerendo l’imminenza di uno sbarco nel settore più a nord della Normandia. Lasciando “indifesi” i veri settori designati per lo sbarco.

Garbo nel corso degli anni aveva dato il vita a progetto personale che si basava su una rete immaginaria di non meno di 24 subagenti, fonti, e collaboratori che avevano “ognuno la propria personalità e il proprio stile di scrittura” per rendere estremamente credibili i loro rapporti. A questa iniziativa – sull’orlo della schizofrenia geniale – si sarebbe aggiunto l’intervento di altri agenti d’intelligence e il passaggio da parte di altre spie doppiogiochiste. In Francia e in Portogallo – dove operava Dusan Popov, l’agente Tricyle che ispirò James Bond – e ovunque i servizi segreti e i loro collaboratori si erano attivati per “ingannare” i tedeschi e convincere Adolf Hitler che lo sbarco sarebbe stato nell’Alta Francia: dove il tratto di mare da percorrere nel Canale della Manica era “più breve” e le difese del Vallo Atlantico più efficaci.

Ingannare l’Abwehr e l’SD per convincere Hitler

Secondo quando venne reso nodo molto dopo lo sbarco, toccherà proprio all’agente Garbo, al secolo Joan Pujol García, spagnolo di Barcellona che aveva sviluppato un odio per i tedeschi durante la Guerra Civile Spagnola, a dare gli “ultimi ritocchi al grande inganno” messo appunto dal comando alleato. Garbo era una spia estremamente apprezzata dall’Abwehr, il servizio di spionaggio tedesco comandante dall’ammiraglio Wilhelm Canaris, e neanche lo Sicherheitsdienst (SD), servizio informazioni delle SS che era in competizione con l’intelligence dell’esercito tedesco, lo aveva privato della sua fiducia.

Nella notte scelta per lo sbarco, il comando Alleato lo abilitò ad inviare un comunicato finale, avvisando i suoi supervisori a Berlino che “le navi d’invasione stavano attraversando la Manica”. Ovviamente in direzione Calais.

Sebbene questo messaggio fosse arrivato “troppo tardi” ai tedeschi, che avevano già assistito allo sbarco sule spiagge del Calvados, esso servì a rafforzare la convinzione dell’alto comando tedesco che lo sbarco in Normandia fosse solo un’azione diversiva. Hitler mantenne questa convinzione almeno fino al 9 di giugno.

Il messaggio di Garbo

Il giorno dopo il D-Day, proprio quando i tedeschi avevano iniziato a mobilitare le divisione della Quindicesima Armata schierata lungo il Pas de Calais per organizzare un attacco contro le teste di ponte Alleate in Normandia, Garbo inviò questo messaggio: “È perfettamente chiaro che l’attuale attacco è un attacco su vasta scala ma di carattere diversivo per sfruttare al massimo le nostre riserve in modo da poter sferrare un colpo altrove con sicuro successo. Il costante bombardamento aereo che ha subito la zona del Pas de Calais e la strana disposizione di queste forze fanno pensare ad un attacco in quella regione della Francia che allo stesso tempo offre la via più breve per l’obiettivo finale delle loro delusioni. —Berlino “.

Arrivato direttamente nelle mani di Adolf Hitler – che nel 1944 aveva l’ultima parola su ogni tipo di decisione militare dell’alto comando della Wehrmacht – questo messaggiò fu sufficiente a rallentare ulteriormente la reazione dei tedeschi.

È giusto ricordare come l’intera trama di questa storia, e la rete di spionaggio del Comitato XX rischiò d’essere svelata da un agente doppiogiochista Johnny Jebsen. Catturato, torturato e internato nel campo di concentramento di Sachsenausen dalle SS. Jebsen, tra i più improbabili eroi della storia, non rivelò mai nulla di Garbo, della rete di spie immaginarie che resero possibile il grande inganno del D-Day.