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Con la morte dell’arcivescovo anglicano Desmond Tutu si chiude in Sudafrica un’era costellata da una generazione che ha lottato contro l’apartheid e il colonialismo per quasi un secolo. Appena un mese fa si era spento anche Frederik de Klerk, l’ultimo presidente bianco del Sudafrica che scarcerò Nelson Mandela e con lui condivise il premio Nobel per la Pace nel 1993.

Alle origini dell’apartheid

Anche se, tecnicamente, la grande stagione dell’apartheid si colloca nel range temporale 1948-1994, la storia della segregazione razziale in Sudafrica ha inizio ben prima, a partire dal Seicento, con l’arrivo dei primi coloni olandesi. Da questo momento, lentamente, e poi con il grande Trek verso l’interno, il meticciato iniziò ad essere poco tollerato. La svolta verso sistemi di segregazione legalizzati, perpetrati attraverso pass e limitazioni del diritto di voto, fu solo questione di tempo. L’idea di base era quella di ritribalizzare i neri, segregandoli di fatto, estendendo il sistema dei pass anche la popolazione di origine indiana. Con il Black Land Act del 1913 venne vietato anche l’acquisto di terra da parte dei bantu: l’obiettivo era privare i nativi del diritto al suolo e, dunque, alla nazionalità. La segregazione arrivò presto anche nelle aree urbane e su alcuni luoghi di lavoro. Il cosiddetto “sviluppo separato” venne promosso a partire dagli anni Cinquanta attraverso il sistema dei bantustan, ovvero riserve trasformate in nazioni separate dal Sudafrica, tentando di relegare qui l’80% della popolazione in appena il 13% del territorio totale.

All’indomani della Seconda Guerra Mondiale, nel 1948, il governo sudafricano (con il Partito Nazionale) con a capo Daniel Malam, inasprirà il regime separatista, avendo come obiettivo di lungo termine quello di eliminare la cittadinanza dei neri. Entro il 1950 la separazione residenziale diventò assoluta, soprattutto nelle città, e la maggior parte della popolazione povera si ritrovò così lontano dai luoghi di lavoro e senza infrastrutture. Nel 1953 la segregazione arrivò anche nel mondo dell’istruzione, e per non mettere in pericolo la posizione professionale privilegiata dei bianchi vennero create delle scuole ove si trasformavano i neri in mera manodopera, con programmi volutamente sottoqualificati. I matrimoni misti e le relazioni sessuali fra etnie diverse furono messi al bando.

Mentre il sistema dei bantustan diveniva un fallimento politico, oltre che eticamente abietto, il Sudafrica bianco viveva, tra gli anni Cinquanta e Settanta, una vera golden age, figlia di un’economia autarchica. L’apartheid, politicamente, rappresentava la messa in pratica degli ideali etno-nazionalisti coltivati dagli afrikaneer: la Chiesa riformata olandese ne sarà lo strumento culturale privilegiato, applicando la segregazione nelle scuole e nelle parrocchie, lavorando a braccetto con il regime al fine di sviluppare una teologia del segregazionismo.  Anche il contesto internazionale della Guerra Fredda fu fondamentale per giustificare questo sistema: i nazionalisti africani avallarono, infatti, l’apartheid come sistema per resistere all’avanzata del comunismo. Il mondo bantu, tuttavia, non restò mai a guardare. I primi fenomeni di resistenza possono essere datati già nel corso del Settecento, quando rivolte schiavili furono represse nel sangue dai coloni olandesi. Ma il Sudafrica poté godere anche del passaggio di un’icona del calibro di Gandhi, che in quegli anni visse proprio in Sudafrica mettendo in pratica le sue teorie sulla non violenza.

La nascita del National Congress

Nel 1912, invece, venne fondato il South African Native National Congress, dall’approccio tendenzialmente moderato ma con il chiaro intento di abbattere il segregazionismo. Negli anni Quaranta, l’attivismo di una serie di giovani intellettuali neri portò ad uno scontro più dirompente con il governo sudafricano. Se Robert Sobukwe divenne il portavoce della posizione africanista, la frangia facente capo ad un altro “giovane”, Nelson Mandela, sarà invece più aperta a soluzioni multirazziali e comunicherà efficacemente con il Partito Comunista Sudafricano. La nuova leadership giovane del Congress, con gli anni Cinquanta, porterà lo scontro a un livello superiore. Iniziarono campagne di proteste attive nelle città e nei bantustan: il bersaglio saranno i nuovi istituti dell’apartheid come le scuole, la polizia o la tassazione. Nel 1955 nascerà la Congress Alliance, unione di una serie di partiti sudafricani (anche non neri) per scrivere la Freedom Charter, il piano per il futuro Sudafrica con soluzione multirazziale. Questo indispettì la frangia africanista del Partito, che se ne distaccò formando il Pan Africanist Congress, portando avanti nuove campagne anti-pass all’inizio degli anni Sessanta represse tutte nel sangue come nel caso del massacro di Sharpeville il 21 marzo del 1960. Dopo Sharpeville inizierà un’emorragia di rifugiati politici all’estero, mentre la lotta in patria diventerà armata, attaccando le infrastrutture: nasceranno numerosi gruppi armati clandestini, che presero di mira più che i bianchi, i neri collaborazionisti.

Tra il 1963 e il 1964 quasi tutta la leadership anti-apartheid verrà arrestata: Nelson Mandela, condannato al carcere a vita, diventò il simbolo della resistenza contro la segregazione, uscendo dalla lotta attiva, formalmente tagliato fuori dalla leadership del Congress. Il vero leader, nel frattempo, diventò Oliver Tambo, che iniziò a girare il mondo cercando sostegno di vario tipo alla lotta nera sudafricana. In Sudafrica iniziò a svilupparsi il nuovo movimento della black consciousness, che si ispirava al panafricanismo più radicale, conquistando gli studenti la cui resistenza si accese drammaticamente nel celebre Soweto uprising del 1976, soppresso nel sangue.

Il lavoro di Desmond Tutu e il concetto di “ubuntu”

Ed è con gli anni Ottanta che, con Mandela assurto a santone del movimento anti-apartheid, anche grazie al faro che l’opinione pubblica (e la musica) mondiale puntò sul Sudafrica, emerse la figura di Desmond Tutu. Originario del Transvaal, Tutu aveva insegnato a lungo nelle scuole bantu che abbandonò in segno di disprezzo verso la segregazione scolastica ed educativa: per questa ragione divenne cappellano dell’Università di Fort Hare, una culla di dissenso e una delle poche università di qualità per gli studenti neri nella parte meridionale del Sudafrica. Un continuo vai e vieni da Londra, cedette poi il passo ad impegno sempre maggiore acuitosi dopo i fatti di Soweto: in breve diventò la star della Regina Mundi di Soweto, atteso all’esterno dai blindati della polizia. Divenuto segretario generale del Consiglio Sudafricano delle Chiese nel 1978, da questa posizione fu in grado di portare avanti il suo lavoro contro l’apartheid.

Felice fusione tra anglicanesimo progressista e panafricanismo, Tutu fu cultore del concetto di ubuntu, la filosofia africana che sostiene come il senso profondo dell’essere umani sgiunga solo attraverso l’umanità degli altri. Si tratta di un’espressione in lingua bantu che indica “benevolenza verso il prossimo”, una regola di vita, basata sulla compassione, il rispetto dell’altro appellandosi all’adagio Umuntu ngumuntu ngabantu, “io sono ciò che sono in virtù di ciò che tutti siamo”. Da qui il lavoro su due binari paralleli, quello cristiano, al fine di smontare la teologia segregazionista della Chiesa riformata olandese connivente con il regime, e quello politico, in collaborazione con i grandi leader d’Africa e del Mondo. Ma pur essendo diventato un simbolo, tanto da ricevere il premio Nobel per la Pace nel 1984, non fu mai compiacente con compagni e simpatizzanti che cedettero ai linciaggi e alla violenza contro i bianchi: promuovendo l’ideale della rainbow nation, rifuggì sempre dall’idea di una riscossa unicamente bantu che mettesse alla gogna i bianchi.

La fine dell’apartheid

Una serie di fattori interni e internazionali decretò la fine dell’apartheid, almeno quello di Stato, complice una forte crisi economica che decreterà l’insostenibilità del sistema: nel 1986 venne approvato lo stato d’emergenza quando la polizia non riuscirà più a controllare le township in rivolta. Il governo, messo alle strette, dovrà iniziare ad aprire al dialogo: nel 1990 il presidente Frederik de Klerke avvierà i colloqui di pace che porteranno alle elezioni del 1994 e che videro la vittoria di Mandela, finalmente libero. In questa delicata transizione Tutu si rivelò ancora più prezioso: ideò e presiedette la Commissione per la Verità e la Riconciliazione, creata nel 1995, che in un doloroso e drammatico processo di pacificazione fra le due parti della società sudafricana, mise in luce la verità sulle atrocità commesse durante i decenni di repressione da parte dei bianchi per superarla non solo per legge ma per riconciliare realmente vittime e carnefici, oppressori ed oppressi. Il perdono fu accordato a chi, fra i responsabili di quelle atrocità commesse avesse pienamente confessato: una forma di riparazione morale anche nei confronti dei familiari delle vittime.

Anche dopo la fine del mandato dell’amico Madiba, Tutu non smise mai di combattere per un Sudafrica più democratico, denunciando tutte le derive dei successori di Mandela a cominciare dalla corruzione e dal nepotismo degli ex liberatori e di quei suoi stessi compagni che non ne hanno saputo farne una nazione giusta. Arrivò ad annunciare pubblicamente che non avrebbe più votato per l’African National Congress, quando Jacob Zuma, presidente dal 2009 al 2018, aveva cominciato a depredare sistematicamente il Paese. Zuma, oggi rischia il carcere per corruzione, ha finito per sporcare l’eredità della lotta di liberazione di un Paese eternamente sospeso tra i mali d’Africa e quelli d’Occidente.

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