Da un lato la voglia di riprendere la vita dopo anni di guerra, dall’altro le fratture fisiche e morali di un Paese uscito devastato dal conflitto. L’animo degli italiani il 2 giugno 1946 è diviso a metà: c’è chi vuole guardare avanti, c’è chi invece ha ancora ben nitido il ricordo dell’ultimo periodo bellico toccato dalla penisola. Quel giorno però si vota e le attenzioni sono tutte proiettate verso le urne. La scelta è tra Monarchia e Repubblica. Una decina di giorni dopo si scoprirà che la spaccatura in seno alla popolazione non riguarda solo la stato d’animo, ma anche l’orientamento politico e ideologico.

Cosa hanno votato gli italiani il 2 giugno 1946

L’indizione del referendum prende forma esattamente due anni prima di quel 2 giugno. I soldati alleati entrano a Roma il 6 giugno 1944, quando gli uffici governativi sono situati ancora a Salerno. Qui i partiti del Cln, il Comitato di Liberazione Nazionale, cercano quindi un accordo per dare vita a un nuovo esecutivo in attesa che il resto della penisola, in mano alle forze tedesche e della Repubblica Sociale Italiana, venga preso dagli alleati. Le divisioni tra le varie formazioni sono però molto forti e non riguardano soltanto le spaccature tra cattolici e comunisti. In ballo c’è anche un’altra questione: quella della forma di governo da attuare non appena il Paese torna unito. Da un lato c’è chi vuole continuare l’avventura monarchica, dall’altro si fa invece pressione per far insediare una Repubblica.

Alla fine si sceglie di rinviare la questione alla fine del conflitto. Ivanoe Bonomi viene incaricato di formare un governo il 18 giugno 1944 in cui includere tutte le forze del Cln. È proprio lui, il 25 giugno, a firmare il decreto luogotenenziale 151/1944, destinato a tradurre in ambito normativo l’accordo formale trovato tra i partiti: viene infatti indetta una votazione per una futura assemblea costituente con il compito anche di decidere la futura forma di governo. La consultazione è prevista non appena le operazioni belliche sono ritenute cessate. La guerra in Italia termina l’anno dopo: il 28 maggio 1945 a Caserta i tedeschi firmano la resa valevole per le regioni settentrionali della penisola, le uniche dove ancora all’epoca si combatte. Il Paese sa adesso di essere legato a sottili equilibri interni e internazionali.

Lo spettro di una nuova guerra è sempre latente, basta poco per mandare in fumo gli accordi siglati a Salerno nel giugno 1944. E questo sia per le divisioni relative al nuovo governo De Gasperi, sia perché oramai tutti gli attori politici italiani aspettano di sapere le decisioni dall’estero. Sullo sfondo del nuovo equilibrio in Europa infatti emerge l’alba della Guerra fredda. Anche il destino dell’Italia è legato alle scelte intraprese a Washington o a Mosca. Il decreto di Bonomi del 18 giugno 1944 rimane valido. E così si organizza la tornata referendaria, la quale deve prevedere anche l’elezione per la nuova assemblea costituente. Si sceglie una data: la più plausibile, in primis per motivi logistici, è quella del 2 giugno. Anticiparla appare molto difficile: organizzare il voto a inizio anno, in un Paese le cui infrastrutture sono martoriate, è vera utopia. Posticiparla a dopo l’estate potrebbe invece dare il segnale di un rinvio più politico che logistico.

Il 16 marzo 1946 il principe Umberto, luogotenente del Regno d’Italia, fissa ufficialmente il giorno delle elezioni. Da quel momento in poi la penisola si avvia verso una delicata campagna referendaria. Comunisti, socialisti e repubblicani sono a favore della Repubblica. I democristiani inizialmente appaiono in bilico, ma il 28 aprile dopo il congresso anche loro si esprimono a favore della Repubblica. In seno al Cln solo i liberali rimangono a difesa della Monarchia.

Perché l’Italia doveva diventare Repubblica

Gli italiani tra il 2 e il 3 giugno 1946 si recano in massa alle urne. Il 4 giugno è già tempo di speculazioni sulle cifre. I primi risultati che arrivano sul tavolo del presidente del consiglio, Alcide De Gasperi, mostrano il vantaggio della Monarchia. Tuttavia quei responsi provengono dal sud Italia, orientato alla vigilia a favore della permanenza del Re al Quirinale. E infatti già il giorno successivo si diffonde la notizia di una possibile vittoria del fronte repubblicano. Tanto che in serata il ministero dell’Interno annuncia ufficiosamente la supremazia dei voti a favore della Repubblica su quelli pro Monarchia. Il 6 giugno sia il Corriere della Sera che La Stampa titolano “È nata la Repubblica italiana”. Ma i risultati ufficiali arrivano il 10 giugno e vengono enunciati dalla Corte di Cassazione: 12.672.767 voti vengono attribuiti a favore della Repubblica, 10.688.905 invece per la Monarchia. Tuttavia i risultati definitivi sono attesi soltanto per il 18 giugno, ma anche per quella data la sostanza non cambia: l’Italia diventa una Repubblica.

Nel corso degli anni non sono mancati sospetti di brogli. Sono diverse le teorie secondo cui molte schede sono state appositamente truccate per favorire il fronte repubblicano. Ad oggi non ci sono prove certe di una strutturata falsificazione del voto. Le polemiche però fanno emergere un quadro politico ben chiaro. E cioè che l’Italia in ogni caso doveva diventare una Repubblica. Lo si intuisce dal fatto che il governo De Gasperi il 13 giugno, cinque giorni prima della proclamazione ufficiale dei risultati, attribuisce ope legis al capo dell’esecutivo le funzioni di capo dello Stato provvisorio. Questo nonostante anche i ricorsi effettuati dai monarchici e le manifestazioni in molte città del sud, come ad esempio a Napoli, dove si chiede un nuovo conteggio.

Umberto di Savoia, divenuto il 10 maggio sovrano dopo l’abdicazione del padre, quello stesso 13 giugno si imbarca per il Portogallo. È l’inizio dell’esilio dei membri di casa Savoia. Un evento accaduto anche in questo caso prima della sentenza definitiva dei risultati prevista per il 18 giugno. Il sovrano forse intuisce che, a livello interno e internazionale, oramai è stabilito che l’Italia diventi una Repubblica.

Una circostanza che ovviamente non certifica le teorie su eventuali brogli. Ma che, al tempo stesso, fa percepire come il nostro Paese, in caso di esito contrario a quello poi proclamato, avrebbe potuto rischiare nuove contrapposizioni e nuove tensioni. Il perché è presto detto: i comunisti considerano la Repubblica l’unica forma di governo possibile per il dopoguerra italiano. Una convinzione forgiata tanto dall’ideologia quanto dalla Realpolitik, visti i sospetti su casa Savoia da parte del Partito Comunista Italiano retto da Palmiro Togliatti. Si teme quindi una chiamata alle armi contro la Monarchia e una pressione da parte di Mosca affinché l’Italia viri verso la Repubblica. Dal canto loro gli Stati Uniti non sembrano disposti a innescare nuovi focolai di tensione nel cuore dell’Europa per mantenere al potere i Savoia e il legame instaurato tra monarchia e fascismo negli anni della dittatura rendeva impossibile scindere le due cose. La vittoria del fronte repubblicano, in poche parole, mette d’accordo tutti sia in Italia che all’estero. Nessuno in quella fase vuole assumersi rischi, specialmente alle porte di una lunga guerra fredda. Da qui la “corsa” verso l’accettazione dell’esito referendario a favore della Repubblica.

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