Colonialismo a motore: così l’automobile ha ridefinito il dominio europeo in Africa

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Storia /

Le potenze europee del XX secolo non hanno conquistato l’Africa solo con fucili e mappe.

Quando Gran Bretagna, Francia, Italia, Germania, Belgio e Portogallo si lanciarono nella “corsa all’Africa”, si trovarono di fronte a un problema comune: come governare territori immensi con pochi funzionari e mezzi di comunicazione scarsi. Le ferrovie erano costose e i fiumi poco affidabili. Le strade, più economiche e flessibili, apparvero come la soluzione per trasportare merci, soldati e idee.

Un nuovo libro dello storico Andrew DenningAutomotive Empire: How Cars and Roads Fueled European Colonialism in Africa (Cornell University Press, 2024), sostiene che la costruzione di strade e l’introduzione dei veicoli a motore furono strumenti decisivi per consolidare il dominio occidentale. Gli imperi spesso tentarono di farlo al risparmio adattando antichi sentieri di portatori o animali al passaggio delle automobili, è la tesi dell’autore. Il risultato fu un’infrastruttura disegnata per servire gli interessi coloniali, più che le necessità delle popolazioni locali.

Il simbolo della modernità

Denning descrive tre modelli principali: quello britannico, diffidente verso le auto per proteggere i profitti ferroviari; quello francese, che integrava le strade nella retorica della “missione civilizzatrice”; e quello italiano, dove l’automobile divenne simbolo di superiorità culturale e modernità. Nonostante le differenze, l’obiettivo era comune: controllare risorse e popoli a costi ridotti.

Il paradosso è che questo ambizioso progetto, in gran parte, fallì. Le strade costruite non riuscirono a integrare i villaggi africani nei centri economici, spesso per mancanza di manutenzione, carburante e personale. Molte infrastrutture restarono tronconi isolati, segni tangibili di un impero più fragile di quanto volesse apparire. Ma l’impatto culturale fu enorme. L’automobile divenne simbolo della modernità coloniale, uno strumento di propaganda oltre che di dominio. Le immagini di convogli e pionieri motorizzati riempivano riviste e giornali europei, come dimostra un’illustrazione del Corriere della Sera nel 1935 che celebrava i cantieri stradali italiani in Eritrea.

Le strade come linee di potere

Denning invita anche a riflettere sui luoghi comuni del presente, come l’idea che le strade portino automaticamente sviluppo economico rimane radicata nelle politiche africane e negli investimenti esteri, dalle banche di sviluppo alla Belt and Road cinese. Le infrastrutture non sono mai neutrali. Possono rafforzare il potere degli Stati, ma spesso sono gli usi quotidiani delle comunità a ridefinirne il senso.

In un altro saggio che parla di tecnica e colonialismo, African Motors, Frank Taylor nota che già nel XX secolo gli africani cominciarono ad appropriarsi delle automobili: nella sola Tanzania il numero di veicoli passò da 14 nel 1914 a 30.000 nel 1961 e a 600.000 nel 2000. Taylor propone una lettura “dal basso” della modernità africana: non imitazione del Nord globale, ma costruzione autonoma di una nuova mobilità, fatta di adattamenti, riparazioni e reinvenzioni locali.

L’automobile, emblema della modernità occidentale, ha incarnato un colonialismo che voleva mostrarsi efficiente e civilizzatore, ma che si è rivelato spesso incoerente e incompiuto. Oggi, mentre miliardi di dollari vengono destinati a nuove reti stradali e logistiche nel continente, il libro di Denning ricorda che le strade non uniscono solo economie e territori: tracciano linee di potere che possono essere accettate, modificate o contestate da chi è chiamato a percorrerle.