La geopolitica della corsa allo spazio
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Il passato non passa mai, perciò è indispensabile leggere il presente con gli occhi dello storico. Gli eventi di oggi sono il risultato degli accadimenti di ieri, come il futuro è la conseguenza del presente. Una ripetizione continua di errori. Un eterno ritorno di antagonismi e inimicizie. Un saṃsāra dove imperi, popoli e civiltà vivono, muoiono e rinascono in continuazione.

Non si può comprendere la Terza guerra mondiale a pezzi, perché è nata e come potrebbe evolvere, prescindendo dalla conoscenza della storia degli ultimi secoli. Storia utile a capire come alcune competizioni di oggi, dal Grande Gioco 2.0 alla nuova corsa all’Africa, non siano che dei remake dei grandi confronti di ieri. Storia fondamentale per comprendere come in alcuni dei più caldi teatri della contemporaneità, ad esempio Taiwan, ci si stia avvicinando all’ineluttabile redde rationem di partite cominciate evi or sono.

Non esiste Cina senza Taiwan

Esistono due categorie di potenze, quelle poststoriche e quelle storiche, ma può esistere soltanto un tipo di impero, ovvero quello che preserva con gelosia il mito fondativo e che è votato ad un orizzonte spaziotemporale ultraterreno e messianico, perché la storia insegna che perdita della memoria e temporalità sono le anticamere del declino e della morte.

Se la Repubblica Popolare Cinese sta poco alla volta riscrivendo il volto del mondo, con l’ambizione di toccarne e alterarne le corde dell’anima, è perché, prendendo atto degli errori commessi dalla dinastia Qing, si è riappropriata di quella propensione alla trascendenza che, risalente all’epoca perduta dei Tre augusti e dei cinque imperatori, aveva posto la Città proibita al centro del mondo sino alla metà dell’Ottocento – sino, cioè, all’infausto approdo dell’Impero britannico nella sinosfera e al conseguente inizio del Secolo dell’umiliazione (百年國恥).

Riporre nel cassetto gli occhiali dell’occidentalocentrismo, usando al posto loro le sobrie lenti dell’obiettività storica, equivale a capire che nel caso in questione, quello della Cina, non può esserci trascendenza, e dunque forma mentis adatta a rientrare nella storia dopo il Secolo dell’umiliazione e la lenta rinascita durante la Guerra fredda, che esuli dalla securizzazione dei cinque ventri molli tradizionalmente infiltrati e incendiati dalle potenze rivali – Hong Kong, Mongolia interna, Taiwan, Tibet, Xinjiang – e che non miri al superamento della condizione tellurocratica nella quale l’Impero celeste è stato ingabbiato per mezzo della strategia delle catene di isole.

De-forestierizzato Hong Kong, guinzagliati i movimenti separatistici nel Tibet e nello Xinjiang e messa in sicurezza la Mongolia interna, alla lungimirante e paziente dirigenza del Partito Comunista Cinese, che si ritiene investita dal cielo di compiere il destino del risorgente Regno di mezzo, non resta che un ultimo obiettivo: catturare Taiwan perché così desiderano i padroni della Città proibita, per i quali il mondo è troppo piccolo per due Cine, e perché così invocano a gran voce gli strateghi, nella consapevolezza che dallo stato insulare dipende la sopravvivenza della globalizzazione e dell’asfissiante sistema delle catene di isole.

Tutti pazzi per Taiwan

Taiwan, altresì nota come Formosa o Taipei cinese, è e sarà al centro del capitolo indo-pacifico della competizione tra grandi potenze per molto tempo. Per alcuni, alla luce degli interessi in gioco – detiene il 92% della capacità produttiva di semiconduttori avanzati, ergo è il cuore pulsante del Nord globale, ed è la colonna portante della catena di isole –, potrebbe essere l’Armageddon nel quale, se Pechino dovesse tentare un’annessione manu militari, scoppierà la Terza guerra mondiale.

Del perché Taiwan sia fondamentale per gli Stati Uniti si è scritto e detto tanto, ed è altrettanto nota la storia che ha condotto al disconoscimento di una Cina in favore del riconoscimento dell’altra, ma è necessario, per ragioni di obiettività e imparzialità, disaminare anche quelle della Repubblica Popolare Cinese.

Taiwan è quello che in geostrategia si definisce un “perno” e che in ambito geofilosofico è detto “luogo del destino”. Controllare questo arcipelago equivale ad avere in mano le chiavi dei mari che circondano la Cina continentale, che di Taiwan può fare una testa di ponte per il conseguimento di profondità strategica nel Pacifico o che da Taiwan può essere contenuta in una condizione tellurocratica ad uso e consumo di rivali storici – come il Giappone – o di recente acquisizione – gli Stati Uniti e le sorelle dell’anglosfera.

L’ultimo incontro tra Mao Tse Tung e Chiang Kai Shek nel 1946.

Il divorzio mai digerito

La geostrategicità di Taiwan è la ragione per cui le dinastie che si sono succedute sul trono della Città proibita hanno dovuto lottare in continuazione, e con tenacia, per imporre la loro autorità sul nemico di turno. In principio furono le orde piratesche a fare di Taiwan un fortino nel quale rifugiarsi dalle armate dell’Impero celeste. In seguito arrivarono gli spagnoli, poi i portoghesi e infine gli olandesi. I soldati della dinastia Ming riuscirono a espellere i coloni europei nella seconda metà del Seicento, stabilendo sull’isola il regno di Tungning.

La dinastia Qing, attingendo al legato dei Ming, provò a stabilizzare l’autorità della Cina continentale sul mai domo arcipelago trasformandolo in prefettura, e successivamente in provincia separata, ma fattori endogeni – l’inizio del declino – ed esogeni – l’arrivo delle grandi potenze nella sinosfera – avrebbero lavorato in senso contrario al progetto. Nel 1895, come conseguenza della sconfitta nella prima guerra sino-giapponese, i Qing furono costretti a cedere il controllo di Taiwan al Giappone. Un trauma nazionale che avrebbe plasmato intere generazioni di nazionalisti cinesi.

Il divorzio tra Pechino e Taipei, contrariamente alla vulgata, ebbe inizio con la cessione dello stato arcipelagico a Tokyo. Fu nel contesto della dominazione nipponica che i taiwanesi cominciarono a sviluppare un’identità propria, antitetica a quella della Cina continentale, perché indottrinati con nuovi libri di storia, introdotti ai costumi giapponesi e persino allevati sin dalla tenera età allo studio del giapponese. E mentre Taiwan subiva un processo di giapponificazione, che avrebbe dato frutti nei decenni a venire, l’Impero celeste sprofondava nel caos della guerra civile.

Pechino si sarebbe dimenticata di Taipei a lungo, per l’intera durata del periodo repubblicano, perché preda di omicidi politici, falsi messia, rivolte e di un crescendo di violenze perpetrate da due opposti estremismi: i nazionalisti di Chiang Kai-shek e i comunisti di Mao Tse Tung. Il primo fronte, nonostante il supporto trasversale di potenze capitalistiche, comuniste e fasciste, sarebbe stato travolto dal peso di un’insostenibile guerra bifronte: contro il Giappone e contro i rivoluzionari.

I braccianti-guerrieri di Mao, dopo essere sopravvissuti a una serie di manovre di accerchiamento rifugiandosi nell’entroterra – la celebre Lunga marcia (长征) –, allo scoppio della Seconda guerra mondiale avrebbero profittato degli eventi per lanciare un poderoso attacco alle centrali del potere repubblicano. La guerra civile sarebbe finita soltanto nel 1949, con la cattura dell’ultima città in mano repubblicana e la fuga di Chiang Kai-Shek e dei suoi fedelissimi a Taiwan, nel frattempo tornata a respirare l’aria dell’indipendenza. E qui, ritenendo possibile un rovesciamento del neonato ordine maoista con l’aiuto degli Stati Uniti, Chiang Kai-Shek avrebbe insediato una nuova repubblica, ritenendola la sola legittima rappresentante del popolo cinese, dando vita alla disputa sulle due Cine.

Gli Stati Uniti, che nel secondo dopoguerra ereditarono dall’Impero britannico un mondo di rotte e colli di bottiglia da controllare e un bagaglio di esperienze sul divide et impera, non avrebbero mai avuto dubbi sul daffarsi. Avevano appreso la valenza di Taiwan tra il periodo interguerra e la Seconda guerra mondiale, osservandone l’impiego multidimensionale da parte del Giappone: come granaio, come fabbrica e come base operativa dalla quale sferrare imponenti attacchi aeronavali alla Cina continentale. Episodi che gli strateghi del futuro poliziotto globale avrebbero studiato con zelo e che li avrebbero spinti a fare pressioni sull’amministrazione Truman affinché si dimenticasse della Dichiarazione del Cairo del 1943, co-firmata da Franklin Delano Roosevelt, inerente il ritorno dell’arcipelago alla Cina continentale a guerra terminata. Il resto è storia.

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