Il 2 luglio 1993, esattamente trent’anni fa, le forze armate italiane si trovarono coinvolte nel primo combattimento sul campo di battaglia dalla fine della Seconda guerra mondiale in un territorio a lungo colonia di Roma, ovvero la Somalia. Nell’inferno della guerra civile che stava devastando lo strategico Paese del Corno d’Africa, i militari dell’Italfor, contingente tricolore nell’operazione denominata “Ibis” per la pacificazione della Somalia, si scontrarono quel giorno contro le colonne dell’Alleanza Nazionale Somala nella capitale Mogadiscio.

L’accerchiamento del “Checkpoint Pasta” diede vita a uno scontro a fuoco che portò le truppe italiane e il drappello di poliziotti regolari somali a sostegno a resistere con tenacia alle ondate di assalti nemici. Nello scontro morirono tre militari italiani: Andrea Millevoi, sottotenente del reggimento “Lancieri di Montebello”; Stefano Paolicchi, sergente maggiore del 9º Reggimento d’assalto paracadutisti “Col Moschin”, e Pasquale Baccaro, caporale di leva al 186º Reggimento paracadutisti “Folgore”. Tutti e tre, i primi caduti in combattimento dell’Esercito Italiano nell’età repubblicana, furono ricordati con il conferimento della medaglia d’oro al valor militare alla memoria.

L’inferno del Checkpoint Pasta fu uno dei momenti più complessi di un intervento che vide l’Operazione Ibis far parte del più complesso coinvolgimento dell’Onu a guida statunitense della United Task Force (Unitaf) in un’operazione denominata Restore Hope. Le forze messe in campo dall’Italia dovevano contribuire al contingente di caschi blu delle Nazioni Unite chiamati a portare sostegno alla popolazione vittima di una violenta carestia e a frapporsi tra le fazioni in lotta nella guerra civile scoppiata in Somalia nel 1991.

La caduta del dittatore Mohammed Siad Barre aveva posto a partire da quell’anno in lotta tra loro i “signori della guerra” corrispondenti alle varie tribù e fazioni in lotta in Somalia. Nel 1992 la Risoluzione 794 delle Nazioni Unite consentì l’utilizzo di “tutti i mezzi necessari per creare al più presto un ambiente sicuro per le operazioni di soccorso umanitario in Somalia”, obiettivo formale di Restore Hope. E in virtù della percepita buona immagine dell’Italia in loco e degli obiettivi strategici di Roma, che mirava a ritagliarsi uno spazio di influenza in Africa, nel 1992-1993 i governi di Giuliano Amato prima e Carlo Azeglio Ciampi, gli ultimi della Prima Repubblica, aprirono al coinvolgimento di Roma nella missione con il secondo coinvolgimento per forze schierate dopo quello americano.

A una forza navale centrata sull’incrociatore “Vittorio Veneto” e sulla fregata “Grecale” si aggiunse uno schieramento dell’Esercito Italiano componente paracadutisti della “Folgore”, della cavalleria dell’aria armata di elicotteri dei Lancieri di Montebello e dei carristi della 32esimo reggimento corazzato. Il contingente maggiore aveva sede a Balad, nel Sud del Paese. Nella capitale Mogadiscio l’Italia “mostrava bandiera” assieme a tutti i partner della coalizione contribuendo al sostegno umanitario e alle operazioni di controllo sulla violazione dell’embargo alle armi. Le mosse dell’esercito di Roma erano in particolar modo disturbate dall’Alleanza Nazionale Somala e dal più equivoco tra i militari coinvolti nella guerra civile, Mohamed Farrah Aidid, che sarebbe caduto nel 1996 in battaglia e il cui figlio Hussein avrebbe mediato la pace nel 2004. A Mogadiscio, su ordine del comandante di Italfor, generale Bruno Loi, e del Capo di Stato Maggiore della Difesa, Bonifazio Inciso di Camerana, i militari tricolori si schierarono nei pressi del porto vecchio della città, presso la Via Imperiale fatta costruire in era fascista durante il colonialismo. Furono costruite sei postazioni di controllo dei varchi, corrispondenti ad altrettanti checkpoint: Obelisco, Banca, Demonio, Nazionale, Ferro, Pasta.

Completata a inizio 1993 la discesa in campo, il corpo di spedizione italiano iniziò le operazioni di routine e spesso dedicò il tempo, nel contesto di una mediazione continua con le formazioni più vicine alle istanze pacificatrici dell’Onu, a far arrivare il massimo quantitativo di aiuti ai civili e a intercettare i traffici illeciti di armi. Fu in questo contesto che il 2 luglio 1993 si crearono le condizioni che portarono alla battaglia del Checkpoint Pasta, denominata anche “del pastificio” per la presenza di tale attività vicino al posto blindato dell’esercito. Quel giorno le forze, su due colonne denominate Alfa e Brava, erano intente al rastrellamento del quartiere Haliwaa, a nord di Mogadiscio, dove una soffiata aveva permesso di capire che Aidid stesso poteva nascondersi.

In questo contesto, le truppe italiane non volevano, non essendo nel loro mandato, catturare il feroce “signore della guerra”. Questo fu però il timore dei miliziani dell’Alleanza Nazionale che in più occasioni cercarono di colpire le colonne italiane di blindati e automezzi chiamate a sequestrare armi, rastrellare depositi illegali e ripristinare l’ordine per evitare ulteriori spargimenti di sangue. Baccaro della Folgore fu il primo a cadere durante un’imboscata di miliziani sulla Via Imperiale che in tarda mattinata accerchiò una colonna di blindati Centauro sotto il fuoco di razzi anticarro e proiettili di mitragliatrice. Paolicchi cadde a metà giornata, mentre i membri della colonna di una decina di mezzi resistevano aspettando i rinforzi e colpendo i miliziani con le mitragliatrici mentre dal cielo gli elicotteri Mangusta fornivano sostengo ravvicinato.

Millevoi fu l’unico lanciere a morire e il terzo a cadere tra i militari italiani morti in giornata, quando una fucilata lo falciò mentre osservata dal suo mezzo il campo di battaglia. L’effetto combinato degli attacchi dal cielo dei Mangusta e l’intervento dei corazzati italiani del 32esimo reggimento spiazzo i ribelli, che si dovettero ritirare lasciando sul terreno un numero imprecisato di caduti: i baschi amaranto della “Folgore” affermarono che erano stati eliminati 187 miliziani su 600 componenti la colonna d’assalto.

Matteo Sacchi su Il Giornale ha ricordato come all’epoca l’eco dello scontro non fu tra i più pesanti in Italia, nonostante lo choc collettivo dei primi caduti in guerra dal 1945: ” Si preferì smorzare i toni, anche a partire dal non sempre specchiato ruolo del nostro Paese rispetto al passato somalo e dalla paura che qualcuno mettesse in discussione la partecipazione dell’Italia alle missioni Onu. Del resto Mogadiscio era una polveriera e qualche mese dopo dovettero rendersene conto anche gli statunitensi: nel tentativo di mettere le mani sullo «stato maggiore» di Aidid lasciarono sul terreno 19 morti e 73 feriti” nell’episodio reso celebre dal film Black Hawk Down. Trent’anni dopo è bene rendere giustizia al sacrificio dei combattenti del Checkpoint Pasta, caduti in una missione di pace. Di successo nell’obiettivo formale: portare assistenza alla popolazione civile. Incerti sul piano militare e strategico, dato che non riuscirono a porre fine alla guerra civile.

Il ritiro italiano da Mogadiscio sarebbe avvenuto infatti proprio sulla scia della decisione dell’amministrazione americana di Bill Clinton di uscire dalla Somalia entro il 31 marzo 1994, a causa dell’impopolarità della missione in America. L’Italia uscì dalla Somalia il 21 marzo 1994, in grande incertezza sull’esito finale della missione nell’ex colonia ma con la certezza di aver svolto il compito con dignità. Anche grazie al sacrificio degli uomini del Checkpoint Pasta, primi di una serie di decine di caduti italiani in terre lontane che le guerre di Iraq e Afghanistan avrebbero allungato tristemente nei successivi tre decenni. E tuttora eroi delle forze armate di Roma il cui sacrificio mostro all’Italia la necessità di dover gestire, dopo la fine della Guerra Fredda, un mondo diventato turbolento e inquieto. Anche per chi si era placidamente crogiolato nell’illusione della “fine della storia”.