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A Brescia, in Piazza della Loggia, sopra l’edificio eponimo grando et bello con grandissimi pillastroni et belissime collone, come lo descrisse Giovanni di San Foca nel 1536, campeggia un motto: “Fidelis Brixia fidei et iusticiae consecravit“. Letteralmente: Brescia fedele consacrò [il Palazzo della Loggia] alla Fede e alla Giustizia. In una parola, alla comunità. Che a fine XV secolo, quando la città era la Brixia Magnipotens roccaforte occidentale del dominio terrestre della Repubblica di Venezia, si identificava nel connubio tra potere civile, la Giustizia, e potere religioso, la Fede. E, al passare dei secoli, è stata la roccia salda su cui un abitato celebre per la gente industriosa e laboriosa, in perenne dualismo tra il ruolo di più piccolo tra i grandi centri e quello di più grande città di periferia del Nord Italia, ha potuto costruire le sue fortune.

Nei momenti di sviluppo e in quelli, non rari, di dolore e crisi, non mancati nemmeno nella fase di maggior sviluppo economico, sociale, civile e politico di Brescia, coincisa con il Novecento. Secolo in cui la città ha assunto il suo assetto urbanistico attuale, ha conquistato la centralità nelle catene del valore industriali della siderurgia, della metallurgica, della manifattura avanzata dopo l’accelerazione imposta della Grande Guerra e si è affermata alla ribalta delle istituzioni collettive nazionali.

Il Novecento è stato il secolo che si è aperto col primo ministro bresciano, Giuseppe Zanardelli, abolitore della pena di morte e costruttore dell’Altare della Patria, è proseguito con la Grande Guerra che toccò anche l’Adamello e le montagne sopra la città, continuò col fascismo che scelse Brescia per un suo esperimento architettonico e urbanistico, il combinato disposto tra la monumentale Piazza Vittoria, progettata da Marcello Piacentini, e il moderno Torrione, uno dei primi grattacieli europei, e dopo il secondo conflitto mondiale proseguì con la ricostruzione postbellica. Propiziata dalla Democrazia Cristiana guidata da leader come Alcide De Gasperi, Aldo Moro e Giorgio La Pira, forti del sostegno interno al Vaticano di un alto prelato bresciano, Giovanni Battista Montini. Divenuto nel 1963 pontefice col nome di Paolo VI, il Papa bresciano. E proprio alla fine del Novecento, nel 1994, a celebrare la fine della Dc fu Mino Martinazzoli, ex ministro della Difesa e ultimo segretario della Democrazia Cristiana. Bresciano anche lui, en passant.

Grandi nomi per una grande storia che ha attraversato anche momenti difficili. La guerra e la repressione fascista, innanzitutto. Ma anche, se non soprattutto, il fatidico giorno del 28 maggio 1974, giorno della strage di Piazza della Loggia. Quel giorno Brescia si ritrovò, suo malgrado, catapultata sul proscenio della storia. La violenza terrorista fascista squarciò il velo di silenziosa industriosità in cui la città amava crogiolarsi e rafforzò il clima di tensione politica a livello nazionale. Ebbene, mai quanto allora la città seppe tenersi unita nelle sue componenti. I bresciani ricordano con affetto l’unità vissuta dalla città dopo l’attentato, la stretta ai parenti delle otto vittime da parte dei sindaci Bruno Boni e Cesare Trebeschi, avvicendatisi nel 1975, la lotta delle istituzioni per la verità. Tanto coriacea da rendere l’associazione delle vittime di Piazza Loggia un elemento pulsante della comunità e della memoria cittadina. Capace di unire la politica, cattolica e laica, alle istituzioni. Si ricorda all’epoca l’impegno di Boni e Trebeschi, ma anche quello del vescovo, Luigi Morstabilini. Fidei et iustitiae nel 1974, ma non solo.

La comunità bresciana ha retto, saldamente, anche nel 2020, anno della pandemia. Ultima, grande prova vissuta dalla città. La quarta, in cinque secoli, in cui Brescia è stata, fisicamente o metaforicamente, nel mirino. Dal sacco francese del 1512 alle X Giornate di rivolta antiaustriaca del 1849, dall’attentato all’esplosione della bomba pandemica, ogni momento di passaggio è stato foriero di un rinnovamento civico e culturale di Brescia. Rimanendo ai periodi più recenti, la strage di Piazza Loggia del 1974 fu l’abilitatrice di una rinnovata alleanza tra istituzioni per rendere la città più salda. All’ombra del dialogo civico tra democristiani e comunisti nel decennio di Trebeschi sindaco (1975-1985) Brescia si rifece il volto ottenendo la sua università, sviluppando l’espansione urbana a San Polo, restituendo alla città l’ex Monastero di Santa Giulia, di vestigia longobarda e oggi patrimonio Unesco.

Dopo la pandemia di Covid-19, è emersa l’esperienza della Capitale della Cultura, in condivisione con la cugina e sorella di sofferenza pandemica, Bergamo, a dare una nuova autocoscienza alla città e al suo territorio. Riscopertisi comunità in una fase storica ove le pulsioni della globalizzazione, le tensioni politiche nazionali e internazionali e i tempi incerti danno quotidianamente stimoli alle società avanzate per evolvere diversamente. Brescia si è riscoperta integrata: la città e le sue istituzioni, con la valorizzazione delle eccellenze sanitarie e gli sforzi per la riconversione industriale; il capoluogo e il territorio; i cittadini e la loro comunità. Tutti insieme per dare a Brescia continuità nel nome della comunità. Perché dal Passo del Tonale al Fiume Oglio, dalle valli alla pianura agricola il localismo è realtà, a livelli spesso parossistici. Ma nessuno non può non dirsi bresciano. Anche grazie al potere di attrazione di una città che scrive il suo romanzo anno dopo anno. Più forte delle tragedie. E, anzi, capace di fare del loro ricordo un volano di sviluppo e ripartenza. Facendo ciò che ai bresciani, da sempre, riesce meglio: rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro.

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