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In questi giorni, mentre si avvia a conclusione il bicentenario della rivoluzione greca del 1821, riemerge l’annosa questione del ritorno in patria dei marmi del Partenone, gelosamente custoditi dal British Museum. A una settimana dall’avvio delle trattative tra il primo ministro Kyriakos Mitsotakis e il premier britannico Boris Johnson, a chiarire la posizione del mondo accademico ellenico è la sua figura più luminosa e di fama internazionale, la bizantinista, già primo rettore donna della Sorbona, Eleni Glykatzi Ahrweiler, intervistata dal quotidiano Kathimerini.

Se Johnson ha già mollato la patata bollente alla direzione del British Museum e Mitsotakis avrebbe, invece, proposto in cambio persino la cessione con un lungo prestito di capolavori archeologici greci come la Maschera d’oro di Agamennone e lo Zeus dell’Artemisio (notizia successivamente smentita da un parlamentare della delegazione greca), la Ahrweiler, dall’alto dei suoi 95 anni, non ha dubbi: “il ritorno dei marmi è una questione legata alla Civiltà e al concetto di Giustizia. Un popolo civilizzato, come quello Inglese, deve stare dalla parte della Civiltà e della Giustizia”. Per questo l’unica soluzione sarebbe portare “presto o tardi i Marmi ad Atene, nel Museo dell’Acropoli, che è meglio organizzato del British Museum per accoglierli”.

La Ahrweiler non si ferma qui, anzi ritorna sulla razzia effettuata dal diplomatico scozzese Lord Elgin a partire dal 1801: “In primo luogo Elgin non ottenne mai un firmano [il decreto del Sultano]. Il sultano Selim III non gli diede mai un firmano ufficiale perché Elgin potesse prendersi quello che si prese.” E aggiunge: “l’impresa di Elgin avvenne a seguito della corruzione di agenti locali. In secondo luogo, Lord Elgin ordinò immediatamente delle seghe e quando le ottenne, ne ordinò di più grandi, perché quelle che aveva preso non erano idonee a decimare così tante statue.”

Svanisce così la leggenda del salvatore dei marmi dell’Acropoli dalla loro rovina e dall’abbandono: “Non prese solo le statue cadute a terra, ma era deciso a staccare tutto. Stiamo parlando di 200 grosse casse che furono trasportate con almeno tre navi, e una di queste, il Mentor, naufragò a Citera nel 1802. Vennero degli esperti pescatori subacquei da Kalymnos per recuperare quelle finite sul fondale. Tutto questo dimostra che quello che fece Elgin era una truffa, perché non dire qualcosa di peggio. E se solo gli inglesi lo venissero a sapere, dovrebbero guardare le cose diversamente.”

Che Lord Elgin avesse atteso il suo divorzio e il disastro finanziario per cedere i marmi al British Museum solo nel 1816 per la somma di 35.000 sterline era già noto, ma la storica greca aggiunge ulteriori dettagli: “Da una corrispondenza della signora Elgin con suo marito e con la madre di lei abbiamo la descrizione di dove avrebbero messo i marmi, in quale casa e in quale giardino. Quindi Elgin li aveva raccolti tutti per sé.” Di conseguenza: “Elgin non aveva né una smodata passione per l’antichità quando tagliò i marmi, né intendeva donarli al popolo inglese”.

Basteranno queste considerazioni di una fra le più autorevoli storiche greche a convincere Londra a cedere i marmi, magari senza accordi sottobanco per scambi museali? Forse la risposta è già contenuta in una lettera scritta nel 2012 da Boris Johnson, all’epoca sindaco di Londra, ad un politico greco. Johnson, classicista con una spiccata passione per l’antica Roma (che quanto a razzie di opere d’arte non era certo seconda all’impero britannico), tagliava corto: “per quanto simpatizzi con la questione della restituzione dei marmi ad Atene, credo che tutto sommato io debba difendere gli interessi di Londra”.

Una posizione diametralmente opposta a quella di un grande inglese morto per difendere i Greci dagli Ottomani a Missolongi: Lord Byron. Era il 1811 quando nel suo poema La Maledizione di Minerva, vibrante atto d’accusa contro “il furto” di Elgin, scriveva: “Oh! Atene, scampata a mala pena ai Turchi e ai Goti, l’inferno ti manda un cencioso scozzese, peggiore di entrambi quelli.” E finiva col paragonare Elgin ad Erostrato, colui che diede fuoco nell’antichità al maestoso tempio di Artemide ad Efeso (si direbbe un esponente della cancel culture ante-litteram): “L’avvenire lo accoppierà col piromane di Efeso: Erostrato, Elgin, sopra questi due nomi uniti peserà l’abominio dei secoli e della storia; una maledizione eguale è serbata a questi due gran misfatti di cui l’ultimo vince il primo in perversità.”