22 febbraio 1965: un elicottero riprende sulla cima del Cervino una delle immagini più iconiche della storia dell’alpinismo. La croce di vetta spicca, imperiosa, dominando i 4.478 metri della montagna. Hermann Geiger, il pilota dell’elicottero intento all’osservazione, riprende in quell’occasione il 34enne Walter Bonatti, nel momento in cui ha appena concluso una delle imprese più importanti dell’alpinismo europeo: la “prima” invernale al Cervino, dalla Parete Nord ritenuta la più complessa e difficile del monte che segna il confine tra Italia e Svizzera.
Questa foto condensa un racconto di sport e umanità. Sport, perché il gesto atletico dello scalatore bergamasco ha dato il là a un innalzamento dell’asticella delle prospettive della disciplina alpinistica. Umanità, perché Bonatti in quell’occasione coronò con una manovra individuale il riscatto dalla delusione bruciante apertasi undici anni prima in occasione di un trionfo collettivo, la conquista italiana del K2, in cui la versione ufficiale della spedizione aveva sottovalutato il ruolo dell’allora 23enne Bonatti nel portare in quota, oltre 8mila metri, le bombole decisive per l’assalto finale all’inviolata montagna del Karakorum, concluso da Achille Compagnoni e Bruno Lacedelli il 31 luglio 1954.
Da allora, Bonatti divenne un solitario conquistatore di vette. Un alpinista che forgiava i suoi chiodi e costruiva la sua attrezzatura. Sfidando le vette in sintonie con esse. E che nel Cervino capì un’altra componente fondamentale della disciplina, ma anche della vita: il senso del limite. Aver dimostrato, come amava dire, che “le grandi montagne hanno il valore degli uomini che le scalano, altrimenti non sarebbero altro che cumuli di sassi”. Bonatti con la scalata invernale al Cervino, riuscito in quello che tutti pensavano sarebbe stato un azzardo impossibile da completare, chiuse con le scalate estreme. E si sarebbe, da allora in avanti, dedicato a un altro impegno, altrettanto proficuo: il giornalismo e i reportage da luoghi remoti della Terra nel quadro della grande avventura corsara di “Epoca”, la rivista con cui iniziò a collaborare a stretto giro dopo l’impresa del Cervino.
“Dal Venezuela al Congo, dall’Alaska alla Nuova Guinea, le esplorazioni di Bonatti coprirono buona parte del pianeta e consentirono al “Re delle Alpi” di appagare la propria sete di conoscenza e nutrire la fantasia e la curiosità dei lettori della rivista su cui pubblicava i propri diari di viaggio”, si è scritto su Gioco Pulito. Diari, quelli spesso onorati dell’apertura e delle copertine di Epoca, “nei quali Bonatti lasciava sempre ampio spazio alla descrizione di paesaggi incontaminati, luoghi remoti e animali esotici, intendendo la natura, e nient’altro al di fuori di essa, come esclusiva protagonista dei suoi resoconti”. Il reportage che, se racconta l’autore, lo fa in funzione del messaggio che si vuole inviare, come comprimario non protagonista, in quanto narratore, del tema trattato, oggi è sempre più una rarità. Ma risfogliando, fisicamente o digitalmente Epoca e le altre grandi testate dell’epoca, da Maquis a Il Mondo, si scopre che mezzo secolo fa questa era la norma.
E leggendo l’opera di Bonatti ciò spicca, in maniera trasversale ai viaggi. I quali dovevano riuscire a colpire nel segno, trasmettendo al lettore la sensazione di toccare in prima persona le foreste di Bali, i fiumi dei cacciatori d’oro del Klondike, la Terra del Fuoco o altri posti sperduti in un’epoca in cui fotografie, testimonianze e video erano, senza informatica, rari da ottenere. Il Bonatti giornalista come il Bonatti alpinista. Come ricordato su Contrasti, “l’alpinismo era per Bonatti uno stile di vita, non un semplice esercizio di resistenza fisica; una palestra capace di temprare la mente e l’animo attraverso le sfide che poneva all’uomo e, soprattutto, un mezzo di profonda comunicazione tra l’uomo e la Natura“. Non uno sport di conquista, ma una disciplina di convivenza e comprensione del mondo.
Ebbene, non possiamo dire lo stesso del sano giornalismo? Un giornalismo virtuoso non pretende di dominare il mondo che narra, ovvero di dare risposte o pretese di verità, ma spinge a vivere senza pregiudizi e in sintonia, invitando le persone e le comunità a farsi le domande giuste. La vista che un giornalismo degno di questo nome consente di avere sul mondo è lo stesso che consente di ottenere una scalata montana a una vetta in un giorno senza nubi: una vista cristallina, tersa, ampia e a tutto campo. Basta ricordarsi, in ogni caso, che si è compagni di viaggio e non protagonisti delle avventure in cui si è coinvolti o delle cause che si raccontano. Bonatti ha dimostrato di eccellere in entrambi i campi. E tredici anni dopo la sua morte, avvenuta nel 2011, la lezione che ha impartito vale ancora.