Un americano, un tedesco e un boliviano entrano in un bar e ordinano da bere. Potrebbe essere l’inizio di una barzelletta, ma non lo è. Perché è, anzi, l’inizio di una storia (vera) a tinte horror. È l’inizio del golpe della cocaina nella Bolivia degli anni Ottanta, ignara vittima del piano Condor e inevitabile trincea della Guerra fredda.

Congiure di palazzo nel paese più instabile del mondo

Nel 1980, con all’attivo 32 colpi di Stato, la Bolivia vantava il titolo di Paese più politicamente instabile dell’Emisfero occidentale e il record mondiale dei golpe, avendone sperimentati, tra riusciti e/o falliti, complessivamente 187. Il putsch numero 188 sarebbe stato consumato quello stesso anno, all’indomani di elezioni “vinte dal partito sbagliato” – una forza di sinistra –, da un improbabile commando di militari, narcotrafficanti e reduci del Terzo Reich.

L’arrivo del 1980 era stato accolto con ingenua ma legittima speranza dal popolo boliviano. La parte sana delle istituzioni, gli attivisti agguerriti della Centrale Operaia Boliviana e la gente comune avevano congiunto gli sforzi per combattere l’ennesimo golpe, tentato da un gruppo di soldati sotto il comando del generale Alberto Natusch a fine 1979, riuscendo a imporre la volontà della maggioranza contro i soprusi della minoranza.

La presidenza ad interim era stata affidata dal Congresso all’Evita Perón boliviana, Lidia Gueiler Tejada, a seguito del raggiungimento di un accordo sul disaccordo con il vinto-ma-non-domo Natusch. L’ultima socialista del Sudamerica avrebbe dovuto traghettare la Bolivia verso nuove elezioni, ignara del fatto che un americano avesse dato appuntamento ad un tedesco e ad un boliviano in un pittoresco bar di Santa Cruz de la Sierra, ai primordi di quel 1980 di speranza, per parlare di un affare potenzialmente miliardario: il golpe della cocaina.

Un dream team per un golpe sui generis

Santa Cruz de la Sierra, gennaio 1980. In un folcloristico bar dal nome europeo, Bavaria, si incontrano un agente della Central Intelligence Agency, la cui reale identità non è mai stata scoperta, un consulente militare di origini tedesche, tal Klaus Altmann, e il narcotrafficante più ricco e influente del pianeta, Roberto Suárez Gómez, volgarmente noto come il “Re della cocaina”.

L’americano ha qualcosa da proporre sia ad Altmann, che dagli anni Cinquanta è il braccio destro dei dittatori e l’addestratore dei torturatori dei servizi segreti boliviani, sia a Suárez, capo del più importante cartello della droga sudamericano dell’epoca, La Corporación. Quel qualcosa è un colpo di Stato che, se condotto a modo, potrebbe produrre una montagna di benefici per ognuno dei tre: l’allontanamento della Bolivia dall’orbita sovietica – per l’americano –, una nuova dittatura alla quale erogare servigi – per il tedesco –, la possibilità di costruire un narco-stato – per il boliviano.

Altmann e Suárez non hanno bisogno di ulteriori incoraggiamenti. Accettano l’idea dell’americano, che è, in sostanza, un piano di contingenza al quale dare attuazione qualora alle incombenti presidenziali, programmate per il 29 giugno, vinca il Movimento Nazionalista Rivoluzionario di Sinistra. Sei mesi di tempo per preparare un colpo di Stato che in seguito sarebbe stato ribattezzato il golpe della cocaina.

La posta in palio è alta, ovvero la prevenzione di quell’effetto domino tanto temuto da Henry Kissinger, perciò l’americano, il boliviano e il tedesco iniziano una sotterranea campagna di reclutamento. All’alba del golpe, in giugno, la giuria della congiura contro la Paz è composta dalla Dina – la polizia segreta cilena –, dal Side – i servizi segreti argentini –, da elementi corrotti delle forze armate boliviane – un manipolo di soldati sotto l’egida di Luis García Meza Tejada, il cugino della presidente ad interim – e da un’armata di mercenari europei, ideologicamente di estrema destra, tra i quali l’italiano Stefano delle Chiaie, reduci del Terzo Reich come Hans Stellfeld ed ex combattenti dell’Oas come Jacques Leclerc.

Un narco-Stato difeso dai fidanzati della morte

L’armata di mercenari neofascisti e neonazisti, che tra loro si chiamavano i “fidanzati della morte“, era stata radunata da Altmann. Altmann era un consulente militare di origini tedesche che in passato aveva lavorato per Hugo Banzer, dittatore dal 1971 al 1978, ma la cui fama era legata al ruolo-chiave giocato nella caccia a Ernesto Guevara, assassinato sulle alture boliviane della Higuera nel 1967.

I fidanzati della morte di Altmann erano l’esercito dell’anti-stato, La Corporación, e da circa un ventennio proteggevano le piantagioni di cocaina della Bolivia da ladri, cartelli rivali e poliziotti corrotti. La loro nomea di assassini spietati, costruita fra attentati, omicidi, sparizioni e torture, era servita ad Altmann per pubblicizzarli presso le alte sfere del cono sud, a Suárez per diventare il re della cocaina e a degli attori senza né volto né nome per scrivere alcuni dei più grandi misteri della Guerra fredda – vedasi la Bolivia connection nelle indagini sulla strage di Bologna.

I fidanzati della morte avevano reso la Bolivia, all’alba del golpe della cocaina, una sorta di enorme zona grigia, il primo narco-Stato del pianeta, come raccontano cifre e fatti dell’epoca. Bolivia, Perù e Colombia esportavano l’80% della cocaina consumata a livello mondiale, ma la prima sembrava appartenere ad un campionato a se stante: delle 134.000 tonnellate di foglie e pasta prodotte nei tre, 111.000 erano di origine boliviana.

Le enormi distese di territorio dedicate alla coltivazione di Erythroxylum coca, protette a mano armata dai fidanzati della morte, erano una proprietà privata, della Corporación, dalla quale il pubblico otteneva delle entrate extra, non registrate nel bilancio, attraverso l’imposizione di tasse. Ma, evidentemente, soldati corrotti e narcotrafficanti volevano di più: volevano l’intera Bolivia sotto il loro controllo. Un sogno, il loro, che sarebbe divenuto realtà grazie alle paranoie anticomuniste di Washington e all’esercito privato di uno dei più celebri ricercati della Germania nazista: Altmann, ovvero Klaus Barbie.

Paura e delirio a La Paz

29 giugno 1980. I boliviani sono chiamati alle urne. Devono decidere a chi affidare la presidenza: se a Hernán Siles Zuazo del Movimento Nazionalista Rivoluzionario di Sinistra, se ad Ángel Víctor Paz Estenssoro del Movimento Nazionalista Rivoluzionario.

Il confronto viene vinto da Siles Zuazo, che ottiene quasi il doppio dei suffragi rispetto a Paz Estenssoro, ma ai parlamentari non sarebbe stato dato il tempo né il modo di sanzionare il risultato. Il 17 luglio, mentre la presidenza provvisoria di Lidia Gueiler Tejada sta discutendo col Congresso del passaggio di scettro, i palazzi istituzionali vengono espugnati dai golpisti del generale Luis García Meza Tejada e le arterie di comunicazione assaltate da squadroni di narcotrafficanti e fidanzati della morte.

La discesa del caos sulla Bolivia in meno di ventiquattro ore. Chi può, come la presidente uscente Tejada e come il presidente incombente Siles Zuazo, scappa all’estero. Chi non riesce, come il fondatore del Partito Socialista, Marcelo Quiroga Santa Cruz, viene giustiziato in strada. Le forze armate non rispondono agli appelli delle istituzioni e della popolazione: i comandanti di divisioni e reggimenti sono stati corrotti dalla Corporación, che ha dato 50 mila dollari cadauno per voltarsi dall’altra parte.

Paura e delirio avrebbero regnato a La Paz per un anno e un mese, dal 17 luglio 1980 al 4 agosto 1981, diventando l’ordinaria e normale quotidianità del primo narco-stato del pianeta. I fidanzati della morte avrebbero trascorso il tempo a dare la caccia a socialisti e comunisti, trucidandoli in pubblica piazza – come nel caso del Massacro di Harrington Street del 15 gennaio 1981: otto dirigenti del Mir torturati e infine uccisi. I narcotrafficanti avrebbero ricoperto la superficie boliviana di coltivazioni di coca, registrando più di 400 milioni di dollari di guadagno nel corso di quei tredici mesi.

Il generale boliviano Luis García Meza Tejada.

La violenza della narco-giunta è sconvolgente. I fidanzati della morte hanno costellato il paese di campi di concentramento, nei quali sono rinchiusi oppositori politici, sindacalisti e gente comune “rea” di avere idee di sinistra. I militari, accecati dall’avarizia, iniziano delle faide per la spartizione dei proventi del ciclopico traffico di cocaina edificato all’indomani del golpe. Il golpe avrebbe dovuto garantire ordine, ma produce soltanto anarchia.

La Casa Bianca, già sotto pressione per il supporto alle brutali dittature militari di Cile e Argentina, decide di privare il regime rivoluzionario di fondi. Alla Central Intelligence Agency viene ordinato di terminare la cooperazione sotterranea con La Corporación, i cui traffici, secondo Michael Levine, un pentito della Dea, erano stati facilitati da Washington in chiave anticomunista. I militari più ragionevoli vengono incentivati a detronizzare García Meza.

Il 4 agosto 1981, dopo quasi tredici mesi di tirannide, il narco-generale viene destituito da un gruppo di soldati sotto il comando del generale Celso Torrelio Villa. Ma sarà necessario un altro golpe ancora, nel 1982, affinché i boliviani possano iniziare a respirare l’aria di democrazia e vedere alla presidenza colui che avevano votato in massa due anni prima: Siles Zuazo.

La Bolivia dopo il golpe della cocaina

La narco-giunta ha avuto vita breve, un anno, ma lo sfregio lasciato sul volto della Bolivia è rimasto a decenni di distanza. La guerra alla cocaina lanciata da Siles Zuazo nel 1982, accompagnata da una stretta sul potente sottobosco nazista – emblematizzata dall’estradizione dell’intoccabile Barbie –, non sarebbe mai riuscita ad andare oltre la punta dell’iceberg.

A fine 1982, dopo quasi un anno di governo, la guerra alla droga di Siles Zuazo aveva portato al magro sequestro di circa cento quintali di pasta e cloridrato di coca, ovvero meno del 5% della produzione annuale nazionale, e zero risultati dal punto di vista della soppressione del narcotraffico: realtà già problematiche come Cochabamba e Sinahota erano diventate delle “città private” con proprietari i cartelli transnazionali, magneti per il riciclaggio di denaro illegale e tetti di piantagioni protette a mano armata dai fidanzati della morte e la loro prole.

Per quanto riguarda La Corporación, definita da Levine la “General Motors della cocaina”, sarebbe andata incontro al naufragio a causa della caduta in disgrazia del suo carismatico capo nel dopo-golpe, pressato dalla giustizia e non più in grado di corrompere i nuovi governanti – celebre il tentativo datato 1983 di ripagare il debito estero boliviano, pari a tre miliardi di dollari, in cambio dell’impunità –, e dell’inizio dell’era dei cartelli colombiani trainata da Pablo Escobar, un tempo allievo di Suárez, resa possibile da quello straordinario aumento dell’offerta di cocaina avvenuto nel 1980-81.