Il tempo a Beirut è fermo alle 18:08 del 4 agosto 2020. Fa caldo in città in quel momento, il pomeriggio scorre normalmente tra uffici ancora aperti e locali per i più giovani già ben frequentati. Anche da queste parti si cerca di mettere in secondo piano lo spettro di una pandemia in grado di acuire gli atavici problemi sociali ed economici. Poco dopo le 18, chi si trova nella zona del porto nota una densa colonna di fumo. Si pensa a un incendio e in tanti scendono dalle proprie auto o si affacciano dagli edifici per filmare la scena. Nessuno si immagina quello a cui si sta per assistere: la colonna di fumo si trasforma improvvisamente in una nube in grado di avvolgere ogni cosa nel raggio di decine di metri e il rumore dell’esplosione che ne consegue è talmente forte da essere avvertito a chilometri di distanza. Nel giro di pochi secondi Beirut cade nell’abisso della devastazione. La città è distrutta, nel caos e i suoi abitanti vagano smarriti per le strade per capire cosa è accaduto.

Le cause dell’esplosione

La capitale libanese non è certo nuova a episodi simili. I suoi abitanti più anziani ricordano i rumori del conflitto andato avanti fino al 1990. Quelli più giovani hanno bene in mente i bombardamenti dei quartieri meridionali durante la guerra tra Israele ed Hezbollah del 2006. Nessuno dimentica inoltre le bombe dei kamikaze spesso in azione tra i locali della movida di Beirut. In quel momento però la città è in pace. Non ci sono guerre, non ci sono conflitti e non ci sono allarmi particolari sul fronte terroristico. L’esplosione delle 18:08 coglie tutti di sorpresa. C’è chi immagina un’improvvisa nuova escalation, chi invece l’apertura di un nuovo fronte. Le autorità però si affrettano nel parlare subito di incidente. Forse una fabbrica di fuochi di artificio andata in fiamme oppure un incendio non controllato in un deposito del porto, sono queste le prime cause a cui si fa riferimento sia nei comunicati ufficiali che sui social.

Soltanto in serata si fa strada l’ipotesi a oggi ancora la più accreditata e che riguarda il coinvolgimento di un magazzino dove da anni sono stoccate 2.750 tonnellate di nitrato d’ammonio. Le indagini virano subito su questa pista. In particolare, tutto sarebbe partito da un altro locale dell’hangar 12 del porto dove in quel pomeriggio risultano in corso ordinari lavori di saldatura. Durante l’azione di alcuni operai, divampa un incendio che nessuno riesce a domare in tempo. Le fiamme quindi raggiungono per l’appunto il magazzino dove dal 2014 sono accatastate tonnellate di nitrito d’ammonio. Si tratta di un materiale molto pericoloso, confiscato in quell’anno dalla nave Rhosus e lasciato lì per anni senza particolari misure di sicurezza. Non appena l’incendio raggiunge lo stabile dove si trova il nitrato, l’esplosione è inevitabile.

Il Libano in ginocchio

Quel pomeriggio nell’area portuale di Beirut muoiono 207 persone. Tra loro ci sono operai a lavoro nelle vicinanze, addetti e funzionari dello scalo, ma anche cittadini in transito per caso da quella zona in quel momento. Vittime e feriti però si contano anche nei quartieri limitrofi. L’onda d’urto travolge due terzi della capitale libanese. Tre ospedali risultano distrutti, molte ambasciate situate anche a diversi chilometri di distanza sono seriamente danneggiate, tra i feriti non a caso risulta il console del Kazakistan. Nel centro storico di Beirut molti edifici sono dichiarati inagibili, diversi monumenti danneggiati, luoghi di culto e di aggregazione vengono chiusi perché pericolanti. Si stima che almeno 300.000 persone sono costrette a passare la notte fuori casa per motivi di sicurezza. Molte di loro ancora oggi non sono riuscite a riprendere possesso delle proprie abitazioni. In totale, i danni secondo il governo libanese si aggirano sui 15 miliardi di dollari.

Ma la cicatrice non è solo fisica e non riguarda solo Beirut. É l’intero Libano a essere sconvolto. Il porto della capitale assorbe buona parte dei commerci che riguardano il Paese. Con lo scalo fuori uso, l’economia nei mesi successivi subisce ulteriori gravi battute d’arresto. Arrivano meno merci, scarseggiano i viveri, si riducono i collegamenti con l’estero. Il Libano già nei mesi precedenti si trova in una drammatica situazione sociale. Il primo ministro Hassan Diab ha assunto l’incarico dopo le proteste che sconvolgono la stessa Beirut nel dicembre 2019, prima ancora della pandemia. Manifestazioni causate da un profondo malessere e innescate da uno stallo politico mai risolto. L’esplosione del 4 agosto dunque scava un solco ancora più profondo all’interno della società. Un baratro da cui ancora oggi risulta difficile uscire.

Una ricostruzione che non inizia

A distanza di un anno il Libano è a metà tra il ricordo e la rabbia. La popolazione commemora le vittime e va con la mente al momento dell’esplosione. Al tempo stesso però emerge il malcontento per quanto non ancora fatto. Dopo l’episodio del 4 agosto 2020, il Paese dei credi ha chiesto nuovi cambiamenti, per il momento non ancora visti. Sul fronte politico, il premier Diab ha rassegnato le dimissioni, al suo posto è stato incaricato ancora una volta Saad Hariri ma il nuovo governo non ha mai visto la luce. Veti tra partiti e settori della società stanno bloccando il processo decisionale. Oggi, con un Paese messo alle strette, Beirut è ancora governata da un esecutivo dimissionario e che non può porre in essere le necessarie riforme. Né tanto meno può far partire la ricostruzione della capitale. Il Libano è ancora fermo alle 18:08 del 4 agosto, le macerie fisiche e morali dell’esplosione non sono nemmeno state raccolte. Soprattutto tra i giovani a emergere in questo contesto è un preoccupante senso di frustrazione.